Bisogna mutare opinione sulla crudeltà e aprire gli occhi

In quelle epoche tarde, che possono essere orgogliose della propria umanità, rimane tanta paura, tanta superstizione della paura di fronte alla «belva terribile e selvaggia», la vittoria sulla quale costituisce appunto l’orgoglio di quell’epoca umana, che rimangono inespresse per secoli anche verità evidenti, come per un accordo, poiché esse hanno l’aria di poter contribuire a far tornare in vita quella belva selvaggia, finalmente uccisa. Rischio forse qualcosa se mi lascio sfuggire una tale verità: possano altri riprenderla e farle bere tanto «latte di devoto pensiero» da farla restare silenziosa e dimenticata nel suo vecchio cantuccio.

Bisogna mutare opinione sulla crudeltà e aprire gli occhi; bisogna alla fine imparare l’impazienza perché non circolino più tali sfacciati e grossolani errori, in atteggiamento virtuoso e risoluto, come quelli che sono stati nutriti, ad esempio sulla tragedia da filosofi vecchi e nuovi. Quasi tutto ciò che noi chiamiamo «cultura superiore», si basa sulla spiritualizzazione e l’approfondimento della crudeltà – questa è la mia tesi; quella «belva selvaggia» non è stata affatto uccisa, essa vive, fiorisce, si è solo – deificata. Ciò che costituisce la dolorosa voluttà della tragedia, è crudeltà; ciò che risulta gradevole nella cosiddetta compassione tragica, in fondo persino in ogni cosa sublime sino ai più alti e teneri brividi della metafisica, trae la sua dolcezza solo dall’ingrediente della crudeltà che vi è mescolato.

Ciò che il romano nell’arena, il cristiano nell’estasi della croce, lo spagnolo di fronte ai roghi o alle corride, il giapponese di oggi, che preme per assistere alla tragedia, l’operaio dei sobborghi parigini che ha nostalgia di sanguinose rivoluzioni, la wagneriana che con volontà rilassata si «abbandona» a Tristano e Isotta, – ciò che tutti costoro godono e cercano con segreta avidità di succhiare, sono le bevande aromatiche della grande Circe «crudeltà». Bisogna qui cacciare senza alcun dubbio la goffa psicologia di un tempo che sapeva insegnare della crudeltà, solo che essa nasce di fronte al dolore degli altri: esiste un godimento grande, soverchiante anche nel proprio soffrire, nel procurarsi la sofferenza, – e ogni volta che l’uomo si lascia convincere alla negazione di sé in senso religioso o all’automutilazione, come tra i Fenici e gli asceti, o a sublimare la propria sensualità, a disincarnarsi, a pentirsi, a soffrire i crampi della penitenza puritana, a vivisezionare la propria coscienza e a sacrificare, secondo Pascal, l’intelletto, egli viene segretamente attirato e incalzato a farlo dalla sua crudeltà, da quel brivido pericoloso della crudeltà, rivolta contro se stesso.

Si consideri infine che anche l’uomo della conoscenza, nel momento in cui costringe il proprio spirito a conoscere contro la tendenza dello spirito e abbastanza spesso anche contro i desideri del suo cuore – cioè a dire non dove vorrebbe dire sì, dove vorrebbe amare, adorare -, ne dispone in quanto artista e trasfiguratore della crudeltà; già quell’andare a fondo delle cose, quel prenderle alla base è un atto di violenza, una sofferenza voluta contro quella volontà fondamentale dello spirito che tende incessantemente all’apparenza e alle superfici, – già in ogni voler conoscere c’è una goccia di crudeltà.

Crediti
 • Friedrich Nietzsche •
 • Al di là del bene e del male •
  • Le nostre virtù •
 • Pinterest • Max Gasparini  •  •

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