Se la nostra vita fosse senza fine e senza dolore, forse a nessuno verrebbe in mente di chiedersi perché il mondo esista e perché sia fatto proprio così, ma tutto sarebbe considerato ovvio. Negli animali, questa condizione di accettazione acritica è la norma assoluta della natura. Un animale vive senza conoscere altro che il presente, senza guardare avanti alla propria fine e senza riflettere sulla struttura dell’universo che lo circonda. La sua esistenza scorre come un fiume che non si interroga mai sulla propria sorgente né sulla propria foce. L’animale è fuso con la natura, ne è una parte integrante che non si distacca mai dal flusso del divenire. L’uomo invece, fin dall’alba della civiltà, ha sentito il bisogno di porsi al di fuori di questo flusso per osservarlo. Questo distacco è la condizione necessaria per la nascita della coscienza e, di conseguenza, del dolore. La meraviglia nasce dal contrasto tra la nostra brama di infinito e la cruda realtà della nostra limitatezza corporea.
Nessun essere, eccettuato l’uomo, si stupisce della propria esistenza, essa è per tutti così naturale, che nessuno ci bada. E la sua meraviglia è tanto più seria in quanto essa si trova per la prima volta consapevolmente di fronte alla morte, e comprende con maggiore o minore chiarezza che data la limitatezza di ogni esistenza, ogni aspirazione è vana. Da questa riflessione e da questa meraviglia nasce il bisogno metafisico, che è proprio soltanto dell’uomo; l’uomo è un animal metaphisicum. Anche la vera disposizione filosofica consiste anzitutto nell’esser capaci di meravigliarsi delle cose comuni e quotidiane e nell’esser così indotto a porsi come problema ciò che vi è di generale nel fenomeno. Quanto più un uomo è inferiore per intelligenza, tantomeno misteriosa appare a lui l’esistenza: il come e il perché delle cose gli sembrano di per sé comprensibili. Invece la meraviglia filosofica… è condizionata da un maggior sviluppo dell’intelligenza; ma non da questo soltanto, poiché indubbiamente è anche consapevolezza della morte e considerazione del dolore e delle miserie della vita.
In realtà, se la nostra esistenza fosse infinita e libera da sofferenze, l’idea che il mondo sia un problema non sfiorerebbe l’animo di nessuno. Tutto sembrerebbe procedere da sé in modo assolutamente lineare. Invece, la presenza del dolore e della morte conferisce alla meraviglia filosofica quell’urgenza e quella gravità che la distinguono dalla mera curiosità scientifica o dall’interesse passeggero per i fenomeni esterni. La conoscenza della morte è ciò che spinge l’uomo a cercare una spiegazione che vada oltre il semplice fenomeno fisico e tangibile. Senza la morte, difficilmente si sarebbe filosofato in modo così profondo e tormentato. Le religioni e i sistemi filosofici sono, in fondo, tentativi di rispondere a questa inquietudine fondamentale dello spirito umano. Sebbene i sistemi religiosi offrano risposte dogmatiche volte a placare il timore del nulla, la filosofia cerca di scavare nel nucleo della verità, anche a costo di incontrare conclusioni terribili e senza alcuna via d’uscita. Ogni sistema metafisico è una sorta di cura per la ferita inferta dalla consapevolezza della finitudine. Per l’uomo comune, la realtà si presenta come una solida struttura di fatti che non richiedono alcuna spiegazione ulteriore. Egli accetta le leggi della natura e le contingenze del destino come qualcosa di dato una volta per tutte, senza mai sollevare il velo di Maya.
Ma per lo spirito filosofico, la realtà stessa è un’illusione che nasconde una volontà cieca e irresistibile. La distinzione tra l’animale e l’uomo risiede proprio in questa capacità di astrazione: l’uomo può guardare se stesso dall’esterno e meravigliarsi della propria forma e della propria coscienza. Questo sdoppiamento è la radice di ogni cultura e di ogni religione. L’uomo è un essere che si interroga sul proprio senso perché sente che la sua esistenza non è necessaria, ma accidentale. Egli è l’unico che può dire no alla vita o cercarne un significato che superi la mera sopravvivenza biologica. Consideriamo ora come questo bisogno metafisico vari tra gli individui. In coloro che sono dotati di una mente superiore, il mondo appare come un enigma incessantemente riproposto, un geroglifico che attende di essere decifrato. Essi non possono accontentarsi delle spiegazioni fisiche, perché comprendono che la fisica descrive solo il come del fenomeno, lasciando intatto il mistero del che cosa esso sia in sé. Al contrario, l’uomo limitato vede nel mondo solo un palcoscenico per i propri scopi immediati. Egli non avverte il peso del nulla che circonda l’esistenza, né prova quella vertigine che coglie chi fissa troppo a lungo l’abisso dell’eternità. La filosofia è dunque un privilegio e una condanna dell’intelligenza. Essa nasce dalla sofferenza, ma è anche l’unico strumento che abbiamo per cercare di trascenderla o, perlomeno, per comprenderne la necessità intrinseca e universale.
Animal Metaphysicum: Definizione schopenhaueriana dell’uomo come l’unico essere vivente che sente il bisogno di interrogarsi sul senso ultimo dell’esistenza e sulla propria natura oltre i fenomeni fisici.
Velo di Maya: Concetto derivato dalla filosofia indiana che indica l’illusione che ci nasconde la vera essenza delle cose (la Volontà), facendoci vedere il mondo come una molteplicità di oggetti separati.
Meraviglia Filosofica: Diversa dalla curiosità scientifica, è lo stupore profondo e inquieto di fronte all’ovvietà del quotidiano, condizionato dallo sviluppo dell’intelligenza e dalla percezione del dolore.
Il mondo come volontà e rappresentazione
Pubblicazione in Italia: Dicembre 1968
SchieleArt • Imagno Mime van Osen • 1910
La realtà come manifestazione della volontà ⋯
La realtà è una manifestazione della volontà, un impulso fondamentale che si esprime attraverso la rappresentazione.
Arthur Schopenhauer Il mondo come volontà e rappresentazione
Filosofia moderna, Metafisica, Pessimismo filosofico
Lo splendore esteriore della sofferenza ⋯
Nella vita umana, come in ogni cattiva mercanzia, il lato esterno è mascherato con falso splendore: sempre si cela ciò che soffre; mentre quanto può ciascuno procacciarsi di pompa e di lustro porta in evidenza, e quanto più interna contentezza gli manca, tanto più desidera nell'opinione altrui passare per felice.
Arthur Schopenhauer Il mondo come volontà e rappresentazione
Filosofia pessimistica, Metafisica, Trattato filosofico
L'essenza umana come fonte di dolore ⋯
La volontà è l'essenza più intima dell'uomo, ma è anche la fonte della sua sofferenza
Arthur Schopenhauer Il mondo come volontà e rappresentazione
Filosofia idealista, Metafisica, Saggio filosofico
La vita come un attore tra gli spettatori ⋯
… egli rassomiglia ad un attore, il quale ha recitato la sua scena, e, fino al momento di ricomparire, prende posto fra gli spettatori; donde contempla indifferente qualunque cosa possa accader nel dramma, foss'anche la preparazione della propria morte. Poi, al momento dato, torna sulla scena e agisce e soffre come deve.
Arthur Schopenhauer Il mondo come volontà e rappresentazione
Filosofia, Metafisica, Saggio filosofico
Il pendolo tra dolore e noia ⋯
La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia, passando per l'intervallo fugace, e per di più illusorio, del piacere e della gioia.
Arthur Schopenhauer Il mondo come volontà e rappresentazione
Idealismo tedesco, Filosofia pessimistica, Opera filosofica
Il mondo come volontà e rappresentazione (Supplementi al Libro Primo) di Arthur Schopenhauer
Nel capitolo XVII, intitolato Sul bisogno metafisico delluomo’, Schopenhauer espone sistematicamente l’idea che la filosofia nasca dallo stupore di fronte al male e alla morte. Egli definisce la metafisica come la conoscenza che va oltre l’esperienza possibile, mossa non dalla curiosità intellettuale, ma dalla sofferenza dell’esistenza.
La gaia scienza di Friedrich Nietzsche
Nietzsche riprende il tema dello stupore e della morte, ma inverte la prospettiva schopenhaueriana: se per Schopenhauer la morte porta alla negazione della volontà, per Nietzsche la consapevolezza della finitudine deve condurre all’accettazione gioiosa del destino (Amor Fati), trasformando il bisogno metafisico in creazione di nuovi valori.
Essere e tempo di Martin Heidegger
Heidegger sviluppa l’intuizione schopenhaueriana dell’uomo come essere-per-la-morte. La morte non è solo un evento finale, ma la possibilità più propria dell’Esserci che definisce la sua autenticità. Come in Schopenhauer, è la finitudine a strappare l’uomo dalla banalità del quotidiano per portarlo alla domanda sul senso dell’Essere.

























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