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Il caso di Lou Andreas Salomé è particolarmente interessante per due ragioni, entrambe negative.
La prima è che, con lei, compare in Europa, verso la fine dell’Ottocento, il nuovo tipi di donna che già alcuni scrittori avevano preannunziato nelle loro opere letterarie: intelligente, inquieta, ambiziosa; seducente, ma poco femminile; disinteressata alla maternità; attratta dal sapere, ma in maniera sterile; avida di vita, ma incapace di aprirsi e di donare; dominata da un ego ipertrofico e narcisista: strano miscuglio di frigidità e di sensualità cerebrale.
Parecchi personaggi femminili di Dostojevskij la rappresentano con magistrale efficacia: e, tra essi, spiccano la Polina de «Il giocatore» e la Katerina Ivanovna de «I fratelli Karamazov». Dostojevskij l’ha saputa rappresentare così bene per un motivo molto semplice: perché l’aveva conosciuta personalmente; ne era stato perdutamente innamorato; si era degradato ed era giunto quasi al delirio per l’indecifrabilità del comportamento di lei, che alternava con sadica imprevedibilità momenti di dolcezza ad altri di impenetrabile freddezza.
Anche lo scrittore Pierre Loüys ha fatto di questo tipo femminile la protagonista del suo romanzo «La donna e il burattino». Henrik Ibsen, poi, la ha raffigurata in maniera indimenticabile nella protagonista, tragica e distruttiva, del dramma «Edda Gabler», oltre che nella signorina Hilde de «Il costruttore Sölness».
Anche alcuni scrittori italiani hanno intuito la comparsa sulla scena della società di questo nuovo tipo femminile: Ippolito Nievo l’ha descritta nella Pisana delle «Confessioni di un Italiano», Iginio Ugo Tarchetti nella protagonista di «Fosca» e Antonio Fogazzaro nell’eroina (negativa) di «Malombra». Degli ultimi due personaggi abbiamo avuto anche occasione di occuparci in appositi scritti (cfr. rispettivamente F. Lamendola, «Nella lotta con l’angelo deforme è in gioco la salvezza della nostra anima», e «Alle radici dell’inquietudine femminile contemporanea: Marina di Malombra», entrambi consultabili sul sito di Arianna Editrice).
In una prima fase, sovente questi personaggi pagavano di persona e si “riscattavano” con il sacrificio finale di sé, come la Pisana di Nievo; oppure con scontavano con l’autodistruzione la propria inquietudine e la propria ambizione inappagata: così Edda Gabler; così Marina di Malombra; e aggiungiamoci pure anche la signorina Julia dell’omonimo dramma di August Strindberg.
Non aggiungiamo all’elenco, invece, né Madame Bovary, troppo romantica e ingenua, né Anna Karenina, troppo generosa e sensibile: entrambe rappresentano ancora un tipo di transizione, ma in esse prevale la vecchia cultura, come è provato dal loro suicidio. L’una e l’altra si tolgono la vita per la disperazione di veder crollare i loro sogni (più vicine, quindi, alla Didone di Virgilio); Edda Gabler o Malombra si tolgono la vita per dispetto, dopo aver seminato intorno a sé tutto il male possibile, non per un diabolico disegno, ma perché tale è la loro natura.
Alla fine dell’Ottocento e ai primi del Novecento si fa avanti una nuova versione di questo tipo femminile, e non solo nelle pagine dei libri, ma nella vita reale: più pratico e determinato, più freddamente ambizioso, più algido nella sua bellezza irraggiungibile: strumento del suo potere e, al tempo stesso, di sofferenza e degradazione per gli uomini (o le donne) che la incontrano e che se ne innamorano.
Assolutamente priva di sentimentalismi o di scrupoli, ella vorrebbe eccellere, in genere in campo artistico o culturale, perché viene imperiosamente sospinta da un compulsivo sentimento di autoaffermazione. Non riuscendovi, applica la sua intelligenza e il suo fascino a sedurre, lasciare e umiliare gli uomini che incontra e che ella intuisce essere molto più grandi di lei
Ci sono due modi per passare alla storia: costruire o distruggere; ella sceglie il secondo, d’istinto. L’importante è lasciare il segno.
Il tipo – diciamo così – riuscito di questo nuovo personaggio femminile, può essere impersonato dalla giovane pittrice russa Maria Baškirceva, spentasi di malattia nel fulgore di una notevole carriera artistica. Ella aveva trovato il modo di incanalare costruttivamente la sua ambizione e la sua tesa volontà di sfondare, di farsi un nome e di stupire la società.
Al tipo mal riuscito e inferiore appartiene, secondo noi, Lou Andreas Salomé, che è passata alla storia unicamente per essersi legata, in bene o in male, ad uomini famosi, come il filosofo Friedrich Nietzsche o il poeta Rainer Maria Rilke. La sua militanza nel piccolo esercito degli psicanalisti e il suoi rapporto di discepolato con Freud non si può considerare come una pagina veramente autonoma e creativa della sua vicenda intellettuale ed umana: anche in quel caso, ella scelse un uomo famoso per emergere, ma non riuscì che a farsi ricordare come una promettente allieva che, di suo, non ha prodotto nulla di notevole.
Non è sufficiente al parassita scegliersi una pianta alta e robusta da infestare; bisogna anche avere la forza di salire alla sua altezza. Lou Salomé non aveva quella forza, ma aveva tutta l’ambizione possibile: perciò, non potendo innalzarsi quanto avrebbe desiderato, non le restava che abbassare a sé il genio solitario, assolutamente inesperto di schermaglie sentimentali e astuzie femminili, lusingandolo e poi respingendolo.
Questa è stata la sostanza, dura e sgradevole, del capitolo più famoso della sua vita (dal quale la regista Liliana Cavani ha ricavato, nel 1977, il film «Al di là del bene e del male», interpretato da una Dominique Sanda perfetta in quel genere di ruolo).
Checché ne dicano i suoi estimatori, che non sono pochi, Lou Salomné sarebbe oggi una perfetta sconosciuta, se non avesse affascinato e Nietzsche e non avesse giocato con lui, per un po’ di tempo, al gatto col topo, nel tempo stesso in cui rideva alle sue spalle con l’«amico» Paul Reé, un uomo così meschino da canzonare il filosofo dietro le spalle con la donna della quale lo sapeva innamorato. Ma Reé era inguaribilmente omosessuale, e anche di lui l’intraprendente giovane russa finì per stancarsi.
Perché quel tipo di donna, chiamiamola protofemminista, ama farsi adorare da lontano, però da uomini veri; salvo, poi, metterseli sotto i tacchi delle scarpine.
Una ricostruzione obiettiva dell’effetto che il modo di agire di Lou Salomé produsse su Nietzsche è contenuta in quella che è una delle biografie più complete di lei, «Mia sorella, mia sposa» di H. F. Peters.
Si tratta di un libro che offre un’interpretazione tutt’altro che ostile alla Salomé e, pertanto, la ricostruzione che offre della vicenda del 1882 appare doppiamente credibile. Per Peters, lei non è equiparabile alla solita cacciatrice di uomini famosi, ma fu una donna la cui vita ebbe un senso molto più profondo: la liberazione femminile e la psicanalisi (si noti il binomio indissolubile, per cui sembra che solo la psicanalisi possa condurre alla liberazione femminile, e che quest’ultima non possa approdare se non ai lidi freudiani).
Scrive dunque Peters nel suo libro (titolo originale: «My Sister, My Spouse», 1962; traduzione italiana di Amina Pandolfi, Milano, Ferro Edizioni, 1962, e Arnoldo Mondadori Editore, 1977, pp. 195-198):
… Poco a poco Nietzsche era costretto a rendersi conto che non sarebbe più ritornata, che l’aveva perduta per sempre. Questa certezza fu per lui uno choc terribile sebbene non giungesse affatto inatteso, o forse al contrario proprio per questo e lo condusse ai limiti della follia. Ne fu totalmente sconvolto. Come un animale colpito a morte, la sua prima reazione fu quella di fuggire., di nascondersi agli occhi del mondo. Quando lasciò Lipsia alla metà di novembre [del 1882] non aveva che un solo pensiero: allontanarsi da tutto, specialmente dalla Germania dove era stato così crudelmente offeso.
In viaggio verso l’Italia, si fermò per una breve visita presso gli Overbeck, che furono sconvolti vedendolo in quello stato di disperazione. Lo supplicarono d restare con loro, aveva bisogno di distrarsi per non lasciarsi sopraffare dallo scoraggiamento, per non consumarsi il cuore nella solitudine. Ma Nietzsche non ne volle sapere. Voleva essere solo, voleva giungere fino ai limiti estremi della solitudine.
Ritornò a Genova, di dove aveva avuto inizio quel suoi viaggio fatale. Ma Genova era mutata, il sole primaverile era scomparso e si trovò di fronte a un inverno gelido e desolato che affrontò senza neppure potersi procurare le piccole comodità più elementari: tremava di freddo nella sua camera inospitale e non riscaldata e meditava amaramente sul suo destino, correva come inseguito per le strade deserte e trascorreva notti insonni piene di incubi terribili.
Potessi almeno dormire!” si lamentava in una lettera a Overbeck. “Ma anche i sonniferi più potenti non mi aiutano a trovare riposo, non più delle sei, persino otto ore di marcia… Se non scopro il segreto dell’alchimista per tramutare in oro questo schifo… sono perduto“.
E malgrado tutto continuò fino quasi alla fine dell’anno a sperare che ogni cosa potesse ancora volgersi al meglio. Persino quando venne a sapere che Lou e Reé vivevano insieme a Berlino e non avevano nessuna intenzione di invitarlo a raggiungerli, egli scrisse loro ancora chiedendo una risposta chiara e definitiva. Voleva sapere quali erano i loro progetti. E perché tutta quella diffidenza? Reé doveva per favore scrivergli “con precisione su ciò che ora importa più di tutto…” su ciò “che ci riguarda e che ci separa”.
Nelle sue lettere, e specialmente negli abbozzi di lettera buttati già in fretta, sotto l’impulso dell’emozione, si vede chiaramente la profondità della sua angoscia. Supplica che gli si dia un cielo limpido, senza le nebbie dell’inganno e del sospetto, sotto le quali non può vivere. Chiama Lou “mio caro cuore” e la prega di sollevare quella coltre di diffidenza che lo soffoca:
Un solitario soffre terribilmente di dover sospettare delle poche persone che ama; specialmente se sospetta ch’essi nutrano sospetti circa tutta la sua persona. Perché nei nostri rapporti è sempre mancata la serenità? Perché io ho sempre dovuto impormi uno sforzo troppo grande di volontà… Il mio linguaggio è oscuro? Ma nel momento in cui dovessi essere sicuro della Sua fiducia, Lei vedrebbe come saprei trovare le parole! Finora ho sempre dovuto tacere.
Confidò a Malvida che sua sorella considerava Lou “come un verme velenoso, che bisogna distruggere a ogni costo. È un modo di vedere eccessivo e assurdo e mi ripugna profondamente. Al contrario, io vorrei di tutto cuore esserle utile per quanto possibile e aiutarla a portare alla luce quanto vi è di meglio in lei, in tutti i sensi. Se sono in grado di farlo, se mai ho potuto farlo, è una domanda alla quale non vorrei ora rispondere: ma so di aver tentato sinceramente di farlo. Finora essa ha dato ben poco valore al mio sincero interesse e io stesso sono per lei (a quanto pare) più superfluo che interessante.” “La sua intelligenza è straordinaria e Reé pensa che Lou ed io siamo le due persone più intelligenti attualmente viventi.” Persiste con patetica insistenza nell’accomunare Lou alla sua persona, e proprio servendosi di Reé. E continua a domandare di chi è la colpa che le cose siano andate così. “Come ha potuto accadere?”. E a sua amarezza cresce vedendo arrivare soltanto risposte evasive.
“Non mi scriva più di queste lettere!” rimproverava a Lou. “Cerchi di capire che io voglio vederla in alto davanti a me, non voglio vederla abbassarsi così!” E ancora: “Non le faccio oggi alcun rimprovero se non di non essere stata sincera con me nel momento in cui sarebbe stato necessario… Che risponderebbe se le chiedessi: È leale? È incapace di tradire?
Più meditava su tutto ciò nel tetro gelo della sua stanza, più si sentiva colmare di amarezza e di collera.
“Stia in guardia!” ammoniva Lou in un’altra lettera. “Se io ora la respingo, questa resterà come un’accusa gravissima contro di Lei, contro tutto il suo carattere… Se lascia libero corso a tutti i tratti più lamentevoli della sua natura, chi più vorrà frequentarla!… Lei ha recato dei danni, ha fatto del male, e non solo a me, ma anche a tutti coloro che mi volevano bene… Questa spada rimane levata sopra la sua testa…” e più oltre: “io non ho creato né il mondo né Lou. Se avessi creato Lou, le avrei dato una salute migliore, ma soprattutto qualche altra cosa, molto più importante della salyte… forse anche un po’ di affetto per me(sebbene questo sia ora ciò che mi interessa di meno). Ricordi: quell’egoismo crudele che è il suo, quell’incapacità di amare, questa totale assenza di sentimento per chicchessia sono per me proprio quanto vi è di più ripugnante nella natura dell’uomo: assai peggio del male… Addio, mia cara Lou, non la rivedrò più. Guardi la sua anima da altre azioni come questa e cerchi di riparare verso gli altri, e in particolare verso il mio amico Reé, il male che non può riparare con me. Addio, non ho letto la sua lettera fino in fondo, ma ne ho letto anche troppo.
Anche queste lettere però non gli davano sollievo. Se Lou fosse un uomo, la sfiderebbe a duello, scrisse a Reé, perché lo aveva vergognosamente ingannato…
Povero Nietzsche, nella sua ingenuità credeva ancora all’amicizia di Reé: solo in seguito sarebbe venuto a sapere che il suo caro amico lo aveva sempre tradito; che aveva fatto di tutto per metterlo in cattiva luce davanti a Lou; che aveva definito i suoi discorsi filosofici “i vaniloqui di un pazzo”: proprio lui, che ostentava la massima stima e considerazione per il pensiero di lui, encomiandolo con le lodi più sperticate.
Solo a quel punto Nietzsche ebbe la chiara percezione di quale nido di vipere fosse stato, in realtà, quell’ambiguo triangolo intellettuale e affettivo, che egli aveva battezzatola “la Santa Trinità“. E fa male al cuore vedere un così grande uomo (altrove lo abbiamo definito un cattivo maestro: si può ben essere dei grandi uomini e dei cattivi maestri) aggiogato al carro, insieme a Reé, mentre Lou, seduta su di esso, brandisce il frustino, in quella disgraziatissima fotografia scattata a Lucerna il 13 maggio 1882. E nulla cambia, sapendo che fu proprio lui, il filosofo di “Al di là del bene e del male“, a insistere perché il fotografo li ritraesse in quella posa grottesca: ciò testimonia solo a quale avvilimento l’infatuazione per la Salomé lo avesse portato
Alcuni biografi di Nietzsche hanno sostenuto che, nonostante tutto, bisogna esser grati a quella donna, perché senza di lei e senza il suo rifiuto alla proposta di matrimonio del filosofo, noi non avremmo lo “Zarathustra”, scritto proprio per reagire alla tremenda delusione e per sublimare il dolore e l’angoscia per il modo in cui il sogno si era infranto.
Anche H. F. Peters, che ha potuto utilizzare gli scritti e i documenti inediti della Salomé, sequestrati dalla polizia tedesc dopo la sua morte e, quindi, farsi un’idea più precisa del suo carattere, è di questa opinione. Se Lou avesse acconsentito alla richiesta di matrimonio, argomenta, Nietzsche avrebbe provato le dolcezza di una vita amorosa che lo avrebbero compensato della sua precedente solitudine; ma noi non avremmo ora lo “Zarathustra“. Dunque, dobbiamo esser grati alla giovane russa di aver agito come ella ha agito.
L’argomento è classico, ma alquanto specioso: tanto varrebbe ringraziare tutti coloro che agiscono contro la giustizia morale e contro la lealtà, se le loro vittime sono, poi, così coraggiose da trarre motivo di creazione intellettuale dalle proprie sofferenze. Meno male, allora, che Fanny Targioni Tozzetti si è burlata dell’amore di Leopardi, altrimenti noi non avremmo alcune delle sue migliori poesie. E quasi quasi dovremmo ringraziare anche l’arcivescovo Ruggieri di aver condannato alla morte per fame il conte Ugolino della Gherardesca, altrimenti non avremmo lo stupendo XXXIIII canto dell'”Inferno” dantesco…
Questa filosofia da portinaia non ci sembra che sposti di un millimetro il giudizio sul comportamento di chi gioca ad illudere le persone in campo affettivo, per poi godere del proprio trionfo e liquidarle come semplici spoglie da aggiungere ai propri trionfi. Peters lo sa bene, perché dal diario della giovane russa risulta che, negli ultimi mesi del 1882, ella non si degnava neppure di farvi il nome di Nietzsche. Parlava sempre e solo di sé: era talmente piena del proprio ego da non essersi neanche accorta di tutto il male che aveva fatto a un altro essere umano, a lei così superiore per doti intellettuali e morali. E tanto ci pare che basti e avanzi per tirare le debite conclusioni circa il suo livello di evoluzione spirituale e per sfatare in maniera inequivocabile il mito che ella sia stata, e sia pure indirettamente, la Musa ispiratrice dello “Zarathustra“.
È quasi scontato che il libro di Peters, essendo una interpretazione in chiave di emancipazione femminile della vita di Lou Salomé, dipinga a fosche tinte l’atteggiamento della sorella di Nietzsche, Elisabeth, che cercò di “vendicare” l’affronto subito dal fratello mediante una “campagna di odio e di diffamazioni“. Viceversa, viene apertamente elogiato l’atteggiamento della Salomé, che non cedette davanti a quelle pressioni, non ritornò a Pietroburgo e seguitò a vivere a modo suo, coabitando con Reé, alla faccia di tutti i borghesi benpensanti della Germania.
Questo è un classico esempio di storiografia politicamente corretta: una donna che lotta per la propria emancipazione ha sempre e comunque ragione, poiché rappresenta il progresso; e, se pure ha agito in maniera non proprio leale verso un uomo che si era sinceramente innamorato di lei, pazienza, questi sono i costi del progresso. Del resto, di che cosa lamentarsi, visto che da tutto ciò è nato un libro prodigioso come “Così parlò Zarathustra“?».
Viceversa, una donna come Elisabeth non può che apparire gretta, meschina, invidiosa e bassamente malevola: non è forse vero che, più tardi, aderì al nazismo e alterò sostanzialmente l’interpretazione del pensiero del fratello, facendone un alfiere del nazionalismo tedesco e un precursore della morale nazionalsocialista? Certo, è sin tropo facile presentare le cose in questo modo: Lou come la campionessa della libertà e del progresso, Elisabeth come la retriva sostenitrice di un ordine obsoleto e autoritario.
Peccato che tutto ciò sia solo ideologia e pregiudizio da quattro soldi.
Il punto è che Lou agì in maniera abietta con Nietzsche, insieme a quel suo degno amico di Reé (col quale, del resto, non ebbe mai rapporti intimi: è lei stessa che ce ne informa, nostro malgrado; così come del fatto che solo a trent’anni conobbe l’atto sessuale). Elisabeth, viceversa, ebbe il torto di intuire al primo sguardo che razza di persona ella fosse e di preoccuparsi per il male che avrebbe fatto a suo fratello: il che, puntualmente, avvenne.
Questi sono i fatti: che piacciano o no.
Oppure vogliamo dire che la russa era più avvenente, più fresca, più colta e più intelligente della tedesca, e quindi doveva avere per forza ragione lei, tra le due?
O che una donna che, come Elisabeth, mezzo secolo dopo avrebbe simpatizzato per il nazismo, non poteva che essere, già allora, cattiva e male intenzionata verso il prossimo, e dunque essere sicuramente dalla parte del torto, nella vicenda che le aveva contrapposte?
Quando l’equilibrio psichico di Nietzsche andò in pezzi, alcuni anni dopo, fu però Elisabeth, la “nazista“, a prendersi amorevolmente cura del fratello e ad assisterlo, fino all’ultimo giorno della sua vita: lei che già aveva avuto gravi dolori nella sua vita, tra cui il suicidio del marito. Lou, in tutti quegli anni, non fece altro che volare di fiore in fiore, sempre in mezzo ai salotti eleganti e alle persone famose, sempre in cerca di affermare il suo ego ipertrofico, assolutamente incapace di sacrificio e smanioso soltanto di riconoscimenti.
Fece anche di peggio.
In tutta una serie di libri ed articoli e, alla fine, anche in un libro, “vendette” al pubblico la storia del suo rapporto con Nietzsche, offrendo ulteriore materia ai pettegolezzi e sfruttando ulteriormente l’uomo che già aveva ingannato vergognosamente sul piano personale. Non aveva imparato nulla da quella vicenda: non aveva riconosciuto affatto le sue responsabilità e continuava a ripetere l’eterno ritornello dei narcisisti: io, io, io.
Ma la realtà è che non aveva alcun talento creativo; e che, pur con tutta la sua fredda intelligenza, non seppe mai divenire niente di meglio che una delle tante discepole adoranti di Sigmund Freud. La notorietà del suo nome le deriva unicamente da Nietzsche e, in misura minore, da Rilke e dallo stesso Freud.
Le parole più dignitose, in tutta la vicenda per cui Lou Salomé è conosciuta anche dalle persone di media cultura, sono state quelle di Nietzsche, in una lettera all’amico Overbeck, scritta quando ormai tutto era finito e anche il tradimento di Reé era venuto in luce (Op. cit., p. 202):
«…In quanto a me non ho nulla da vergognarmi in tutta questa vicenda. Ho provato per Lou il sentimento più forte e più vero, ma nel mio amore non vi è stato nulla di erotico. Tutt’al più avrei potuto ingelosire il buon Dio.. Strano, nel momento in cui ritornavo al mondo, alla vita, ho creduto mi venisse incontro un angelo, un angelo che avrebbe addolcito ciò che in me si era indurito attraverso il dolore e la solitudine, soprattutto un angelo di coraggio e di speranza per tutto ciò che ho ancora davanti a me. Ma non era un angelo. Del resto non voglio più avere nulla a che fare con lei. È stato uno spreco assolutamente inutile di cuore e di sentimento. Bene, a dire il vero, di questo sono ricco abbastanza.»
E non crediamo ci sia altro da dire.
Ora che il mondo è pieno di tante piccole Lou Salomé in sedicesimo, ella può anche apparire come una sorta di pioniera della liberazione femminile; ma non è stata altro che una ragazza arida e vuota, innamorata solamente di se stessa.
Nessuno sproloquio pseudo libertario potrà mai cambiare le cose.
Lou Salomé non è stata una bella persona; è stata una persona che nessuno dovrebbe prendere a modello; una persona che non aveva proprio nulla di cui andare fiera.
Se è diventata abbastanza nota, ciò è avvenuto perché ha sfruttato i suoi rapporti con uomini famosi e vi ha costruito sopra una carriera letteraria.
Ma non aveva la stoffa per diventare qualcuno in maniera autonoma: semplicemente, era troppo egocentrica per questo.
Non basta ammirarsi allo specchio per farsi un none; non bastano dei bei capelli biondi e un aristocratico nasino all’insù; non bastano neppure cultura e intelligenza. Con queste armi si può brillare nei salotti mondani, e Lou Salomé lo fece per tutta la vita; ma ci vuole ben altro per lasciare memoria di sé alle generazioni future.
Bisogna avere la capacità di aprirsi, di donarsi senza riserve e senza secondi fini, e sia pure attraverso le proprie opere: ma non per elargire al pubblico infiniti rimandi della propria immagine allo specchio.
In breve, bisogna essere capaci di lavorare su se stessi, non nei labirinti artificiosi della psicanalisi, ma nella concretezza della propria vita, in mezzo ai propri simili, guardando con onestà ai propri pensieri e alle proprie azioni.
Lou Salomé non seppe mai farlo, malgrado la verniciatura di freudismo con cui cercò di camuffarsi nella seconda parte della sua vita: era ancora un gioco insincero, la ricerca della celebrità per interposta persona.
Era una persona piccola, troppo piccola per affermarsi.
Ma, ambiziosa com’era, una cosa poteva fare, e la fece benissimo: prendersi la rivincita a modo suo, umiliando chi di lei era molto più grande e molto più pulito.

Crediti
 • Francesco Lamendola •
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