Che cosa significa pensare?
Se ascoltiamo dunque la domanda Che cosa significa pensare? in modo tale che con essa chiediamo: «Che cos’è che si rivolge a noi, chiedendoci di pensare?», allora chiederemo di ciò che raccomanda alla nostra essenza il pensiero e in questo modo fa pervenire la nostra stessa essenza al pensiero, affinché in esso si conservi. Ponendo la domanda in questo modo, usiamo comunemente la parola heißen in quel senso che ci è piuttosto inconsueto. Ma esso ci è poco abituale non perché il parlare della nostra lingua non si sia mai sentito a casa in esso, ma perché noi non ci sentiamo più a casa in questo dire della parola, perché non lo abitiamo più in modo autentico. Quando domandiamo: «Che cosa ci chiama (heißt) al pensiero?», ritorniamo al significato della parola heißen in origine abitualmente pensato. È questo un ritorno arbitrario? È un facile gioco? Né l’una cosa, né l’altra. Se tuttavia qui è possibile parlare di gioco, il gioco non sarà un gioco di parole, perché è l’essenza del linguaggio che gioca con noi – e non soltanto in questo caso particolare, non soltanto da oggi, ma ormai da lungo tempo e senza interruzioni. Il linguaggio gioca infatti con il nostro parlare in modo che abbandona facilmente quest’ultimo ai significati più superficiali delle parole. È come se l’uomo facesse fatica ad abitare in maniera appropriata nel linguaggio. È come se proprio l’abitare fosse il più esposto al pericolo dell’abituale. Al posto del linguaggio abitato in modo appropriato e delle parole che ad esso sono familiari subentrano parole abituali. Questo parlare abituale diventa quello corrente. Lo si incontra dappertutto e lo si considera anche, in quanto comune a tutti e a tutto, come l’unico che dia una norma. Allora ciò che esce dall’abituale per abitare in quello che già una volta fu il parlare appropriato del linguaggio viene immediatamente preso per un’infrazione alla norma. Esso viene stigmatizzato come un arbitrio, come un facile gioco. E questo fa parte dell’ordine delle cose, dal momento che considera l’abituale come l’unica norma legittima e non si è assolutamente capaci di contenere l’abituale nel suo carattere di abitudine. Questa vertigine di fronte all’abituale, posta sotto l’egida del preteso sano intelletto umano, non è causale, né tale da poter essere sottovalutata. Questa vertigine di fronte all’abituale fa parte dell’alto e pericoloso gioco in cui l’essenza del linguaggio ci ha messi in gioco. È forse un gioco di parole tentare di seguire il gioco del linguaggio e, così facendo, ascoltare ciò che propriamente il linguaggio dice quando parla? Se questo ascolto riesce, può accadere che noi, se non smettiamo di procedere con cautela, perveniamo in modo più appropriato a ciò che in ogni dire e domandare giunge ogni volta al linguaggio.

Crediti
 • Martin Heidegger •
 • Pinterest • Tigran Tsitoghdzyan  •  •

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