Che fetore immondo!
Ricordi, anima mia, quel che vedemmo
un bel mattino dolce d’estate dietro quel sentiero?
una carogna infame, su un letto sparso di sassi:
zampe all’aria, come una laida donna,
ardente e trasudante veleni,
spalancava il ventre indifferente e cinico
tra tante esalazioni.
Batteva il sole su quel putridume
come per cuocerlo a puntino,
e ridare così centuplicato alla Natura
quel che lei aveva messo insieme.
E il cielo guardava quella gran carcassa
che si dilatava come un fiore.
Che fetore immondo!
Temevi di svenire là sull’erba.
Come ronzavano le mosche su quel putrido ventre!
e come sbucavano a battaglioni nere larve!
colavano come denso liquido lungo quei brandelli vivi.
Scendevano e salivano come un’onda,
o brulicando s’avventavano;
sembrava che quel corpo, gonfiato da un respiro vago,
si moltiplicasse in tante vite.
Di lì sorgeva una strana musica
come l’acqua corrente e il vento,
o il grano che agita e rigira ritmicamente
nel suo ventilabro chi lo vaglia.
Le forme svanivano ed erano ormai un sogno,
un abbozzo lento a prender forma sulla tela obliata
che l’artista porta a termine solamente col ricordo.
Dietro le rocce una inquieta cagna
ci guardava con irato occhio,
spiando il momento di riprendere allo scheletro
i brandelli che erano rimasti.
-E tu? Anche tu un giorno sarai quel letamaio,
quella peste orrenda,
stella dei miei occhi, sole della mia natura,
tu, angelo mio e passione mia!
Sì, anche tu sarai così, regina delle grazie,
dopo gli estremi sacramenti,
quando sotto l’erba e le piante grasse
ammuffirai tra le ossa.
E allora, mia bellezza, di’ pure ai vermi,
che ti mangeranno di baci,
che ho conservato la forma e la divina essenza
dei miei amori decomposti!

 
Crediti
 • Charles Baudelaire
 • SchieleArt •   • 

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