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Quello che mi fa disperare dell’amore è la limitatezza della sua libertà di movimento fra le due persone e la costrizione cui si sottomette la libertà stessa, esaltando quella dell’uno, umiliando quella dell’altro, in effetti fuggendo via da entrambi. L’amore, che a parole dovrebbe esaltare la vita esistente, o la riproduce genitalmente obliterando la propria o la devia o, quando l’amore trionfa su tutto tranne che su se stesso e quindi sull’intero sistema sociale che vi si oppone, la riduce in polvere. Il sistema di controllo sociale – controllo delle libertà individuali, dunque, che va dritto a quello delle coppie – non permette che gli si sfugga nemmeno nella camera da letto. Chi sfugge, grazie alla forza scardinante dell’amore, può assaporare il sapore della libertà ma va punito, perché tale gusto non dilaghi fuori dal perimetro intimistico degli amanti e ammorbi, ammorbidendoli, i legacci societari. È disperante che l’amore, l’amore della libertà e sia che si faccia in due che da soli, si sposi tutt’ora con la morte e fuori da ogni leggenda e mito e tragedia. Chi ama qualcuno amandone la libertà, promuovendone la libertà e il coraggio, chi ama solo a patto di prendere in contropiede ogni paura, la propria e quella dell’altro, per dare una lezione ai paurosi che con le loro vite a metà stroncano anche la tua vita, bè, magari non muore fisicamente (diciamo: non è ancora degno di essere fatto fuori) ma civilmente, e quindi sentimentalmente, sì: viene di fatto isolato come un appestato, e dalla società e da ogni altro che, senza quella condizione di promozione di libertà, avrebbe potuto amarlo.

Crediti
 • Aldo Busi •
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