Colui che schiude la parola
Mi è difficile esprimermi in linguaggio visivo. Potrebbe esservi nell’idea stessa di creazione – cre-azione – qualcosa, qualcosa che sfugge alla passività di una descrizione che deriva inevitabilmente da un linguaggio concettuale. Nel linguaggio che serve a designare gli oggetti, la parola non ha che un senso, o due al massimo, e tiene prigioniero il suono. Spezzando la forma in cui la parola si è invischiata appariranno nuove relazioni: la sonorità si esalta, affiorano segreti che giacevano addormentati, colui che ascolta è introdotto in un mondo di vibrazioni che suppone una partecipazione fisica, simultanea, all’adesione mentale. Liberate il soffio e ogni parola diventa un segnale. Mi riallaccio verosimilmente a una vaga tradizione poetica e ad ogni modo illegittima. Ma il termine stesso di poesia mi sembra falsato. Forse preferisco ontofonia. Colui che schiude la parola, schiude la materia, e la parola non è che il supporto materiale di una ricerca che ha come fine la trasmutazione del reale. Più che situarmi in rapporto a una tradizione o a una rivoluzione, mi applico a svelare una risonanza dell’essere, inammissibile. La poesia è un silensophone, il poema, un luogo d’operazioni, la parola è sottomessa a una serie di mutazioni sonore, ognuna delle sue sfaccettature libera la molteplicità del senso di cui si carica. Nell’estensione della mia lingua il frastuono e il silenzio si scontrano – centro shock – dove la poesia assume la forma dell’onda che l’ha scatenata. O meglio, la poesia s’eclissa davanti alle sue conseguenze. In altri termini: io m’oralizzo.

Crediti
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