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Non sono bravo con i giochi di parole ma, questa volta, almeno una volta, mi piacerebbe aggiungere, a questo termine – poi riscritto giustamente in francese – una differente pronuncia – àncora. Ancòra/àncora: un andare avanti che si contrappone a un fermarsi, a un restare, a un trovare pace rispetto a un’inquietudine che si confonde con l’irrequietezza. Oddio, questo che scrivo si nutre d’una recentissima lettura d’un articolo su Repubblica e che prende spunto da un testo pubblicato da Einaudi (Jacques Lacan, Il seminario – Libro XX: Ancora). Ma io non posso partire da Lacan. Devo partire da Jung (magari riletto attraverso lo sguardo non pacifico di Hillman). Se insegni sceneggiatura, se scrivi sceneggiature e se scrivi e basta, di Jung non ne puoi fare a meno. L’immaginario collettivo sta lì a dimostrarti che quella è la strada giusta e che se narri in un certo modo le cose funzionano. Gli sceneggiatori arrivano a Jung secondo una linea facile facile: si parte da Vogler (Il viaggio dell’eroe), si passa per Campbell (L’eroe dai mille volti) e si approda comodamente a Jung (Gli archetipi dell’inconscio collettivo). Jung rende universale l’immaginario. Rimane strumento comodo. Freud no. E Lacan? Lacan vi spinge via. Individualizza. Segue i sentieri tortuosi dell’inconscio e vi lascia da soli. Per colpa di Lacan, non so cosa riuscirò a raccontare ai miei allievi di sceneggiatura di quest’anno. Il rapporto tra creatività, narrazione e testo è stato potentemente scosso da questa mia conoscenza tardiva. Mi fa solo piacere aver ripetuto sempre, e con forza negli ultimi anni, che non c’è scrittura, che non c’è cinema, che non c’è arte, se non all’interno dei meccanismi perversi e indicibili dell’inconscio. E se gran parte del nostro cinema è sinceramente inguardabile, è proprio a causa di questa incapacità di professionalizzare la propria scrittura – incapacità, cioè, a patteggiare col proprio inconscio: accetto la sofferenza purché tu accetti di narrarmi chi sono, ma anche incapacità a riconoscere i meccanismi attraverso i quali siamo parlati attraverso quella cosa che chiamiamo creatività. Il mio pensiero confuso mi rende, ora, chiaro l’urlo che, da qualche parte, viene fuori (sono gli uomini-poeti che hanno questa capacità: Dino Campana, Carmelo Bene, Andrea Pazienza – e altri, naturalmente). Per la restante parte viviamo e condividiamo una melma di mediocrità nella quale ci arrabattiamo – anche come critici, intendo – nel tentativo disperato e illusorio di tirarci fuori qualcosa di buono.

Crediti
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