Giordano Bruno pensieroso in uno studio circondato da libri antichi e mappamondi.Ma tale adattamento non era privo di un prezzo. La mia coscienza, il mio intimo filosofico, restava vigile, e mai permisi che l’adesione esteriore si trasformasse in una vera e propria conversione del pensiero. Sapevo che la verità, quella che andavo cercando con tutto me stesso nei testi antichi e moderni, nelle riflessioni sulla natura e sull’infinito, non poteva essere racchiusa nei confini angusti di un dogma, fosse esso di Ginevra o di Roma. La mia patria era la filosofia, la mia fede la ragione che indaga senza posa i segreti dell’universo. Per questo potevo accettare di piegare la testa di fronte a un’autorità terrena, pur di avere la libertà di continuare a scrivere e a insegnare le mie dottrine. Era un gioco pericoloso, lo sapevo, ma credevo che la potenza del vero, prima o poi, avrebbe trovato la sua strada, al di là delle barriere erette dagli uomini. In fondo, che importanza poteva avere il mio silenzio pubblico, se le mie idee, seminate nei libri, avrebbero potuto germogliare nel cuore di chiunque le leggesse con mente libera? Questa era la mia sottile, e forse illusoria, forma di resistenza.

Non mi interessava discutere di una divinità che non possiamo veramente conoscere, se non come ombra, vestigio. La mia sete di conoscenza, la costruzione della mia filosofia sono passate, in quegli anni, attraverso lo studio di molti autori, eretici e non: ho letto Erasmo ma ho ammirato l’Aquinate, mi sono interessato all’eresia di Ario e ho amato il divino Cusano. La religione non è mai stato il mio problema principale e mi sono adattato a tutte le chiese ove ho cercato asilo. Cattolica o protestante, calvinista o luterana, il concetto di Chiesa si giustificava per me soltanto in un’ottica di pace, di concordia tra le genti. Per questo resistevo fintantoché ci si accontentava della mia adesione formale alle varie religioni e mi si lasciava coltivare e diffondere le mie idee filosofiche. Era un equilibrio instabile, una fune tesa sull’abisso dell’intolleranza che caratterizzava quel secolo di ferro. Tuttavia, questa strategia mi permise di comporre e dare alle stampe le opere che considero il frutto più maturo del mio ingegno, i dialoghi italiani pubblicati a Londra, dove ho esposto la mia concezione di un universo infinito, popolato da innumerevoli mondi, e ho gettato le basi di una nuova filosofia della natura. In quelle pagine, l’anima del mondo, l’intelletto universale, non aveva bisogno di mediazioni ecclesiastiche per essere compresa; era lì, dinanzi agli occhi di chiunque sapesse guardare la realtà con occhi non offuscati dai pregiudizi.

E così, anno dopo anno, la mia filosofia si andava delineando sempre più chiaramente: una filosofia che vedeva nella materia non un principio passivo e corrotto, ma un grembo fecondo di forme, una potenza attiva che genera la vita in ogni suo aspetto. L’universo, per me, era un libro aperto scritto in caratteri di luce, e il compito del filosofo era imparare a decifrarli, per cogliere l’unità profonda che si cela dietro la molteplicità dei fenomeni. Non cercavo Dio nei cieli oltre il cielo, ma nella stessa natura, nella sua infinita capacità di produrre e trasformare. Questa ricerca mi portò a scontrarmi con i custodi di una verità rivelata che io non potevo accettare come assoluta, perché la mia ragione mi mostrava un cosmo troppo grande e troppo vivo per essere racchiuso nei limiti di una narrazione terrena. Ogni volta che mi fermavo a contemplare il cielo stellato, sentivo dentro di me l’eco di quella voce che mi spingeva oltre, verso una conoscenza che non conosceva confini, e sapevo che per quella voce, prima o poi, avrei dovuto pagare un prezzo.

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