Egon SchieleUn giorno c’è la vita.. poi, d’improvviso, capita la morte. … qui appare giusto che solo chi lavora mangi del pane, solo chi ha conosciuto le tribolazioni trovi riposo, solo chi è sceso nel mondo degli inferi ne riporti l’amata, solo chi ha sguainato il coltello riabbia Isacco … Colui che non lavorerà si annoti quanto è scritto delle vergini di Israele, poiché genererà vento, ma colui che lavorare vuole, genererà il suo stesso padre. Søren Kierkegaard stende sul tavolo davanti a sé un pezzo di carta bianca e con la penna scrive queste parole. È stato. Non sarà più. Queste parole di Maurice Blanchot mi rimbalzano in mente da due settimane: Una cosa deve essere chiara: non ho detto nulla di straordinario, e nemmeno di sorprendente. Lo straordinario comincia nell’attimo in cui mi interrompo. Ma non sono più capace di parlare. Cominciare dalla morte. Procedere a ritroso nella vita, per poi, infine, ritornare alla morte. O invece: la vanità nel tentativo di dire qualcosa su qualcuno. Lo stesso giorno, più tardi, torna nella sua stanza. Prende un nuovo foglio e lo stende sul tavolo davanti a sé. Scrive finché non ha riempito la pagina di parole. Poi, quando legge quello che ha scritto, fatica a decifrarle. Quelle che gli riesce di comprendere non sembrano dire ciò che pensano di aver scritto. Poi esce dalla stanza per cenare. La notte si dice che domani è un altro giorno. Nuove parole cominciano a ritornargli in mente, ma lui non le trascrive. Decide di chiamarsi A. Cammina avanti e indietro fra tavolo e finestra. Accende la radio. La spegne. Fuma una sigaretta. Poi scrive. È stato. Non sarà più. La forza della contraddizione, sfrenata, totalmente mistificatoria. Ora capisco che ogni evento è azzerato dall’evento successivo, che ogni pensiero ne genera un altro uguale e contrario. Impossibile affermare qualcosa senza riserve: era buono, era cattivo, era questo, era quello. Tutte le affermazioni sono vere. A volte ho l’impressione di descrivere tre o quattro individui differenti, ciascuno distinto e in contraddizione con gli altri. Frammenti. O l’aneddoto come forma conoscitiva. Sì. Tre giorni prima di morire mio padre aveva comprato una macchina nuova. L’aveva guidata una volta, forse due, e tornando a casa sua dopo il funerale la vidi ferma in garage, già defunta, simile a un’enorme creatura nata morta, quel giorno stesso, più tardi, andai in garage per rimanere solo coi miei pensieri. Sedetti al volante di quell’auto, aspirando il suo assurdo odore di fabbrica. Il contachilometri diceva sessantasette miglia. Proprio l’età che aveva mio padre: sessantasette anni. La brevità della cifra mi diede la nausea. Sembrava la distanza fra la vita e la morte. Una passeggiata, poco più lunga di una gita nella città vicina. Poi trova un foglio vergine. Lo stende sul tavolo davanti a sé e con la penna scrive queste parole. È stato. Non sarà più. Ricorda.

Crediti
 Paul Auster
 SchieleArt •   • 

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