Egon SchieleSpesso ci si imbatte in una concezione della cultura che è non solo limitata, ma dannosa per l’emancipazione delle classi subalterne. Si tratta dell’idea abitudinaria secondo cui la cultura sia un magazzino ben fornito di notizie, una sorta di enciclopedia ambulante dove gli uomini possono immagazzinare dati, date, nozioni chimiche o versi latini, per poi tirarli fuori all’occorrenza e fare bella figura. Questa visione riduce l’intelletto a un recipiente passivo e crea, nel migliore dei casi, dei saccenti che si sentono superiori alla massa solo perché hanno memorizzato più pagine di un libro. Questa non è cultura, è pedanteria; è un nozionismo sterile che crea barriere invece di abbatterle, che genera presunzione invece di consapevolezza. La cultura vera, quella che serve alla trasformazione della realtà, è qualcosa di ben diverso e molto più profondo. È organizzazione, è disciplina del proprio io interiore; è la presa di possesso della propria personalità attraverso un processo faticoso di critica e di analisi. È la conquista di una coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri. Nessuno diventa colto per osmosi o per accumulo meccanico; ci si diventa attraverso la volontà di capire se stessi e il mondo che ci circonda. Conoscere se stessi vuol dire essere se stessi, vuol dire essere padroni di se stessi, distinguersi, uscire fuori dal caos, essere un elemento di ordine, ma del proprio ordine e della propria disciplina ad un ideale. E questo non si può ottenere se non si conosce anche l’altro, la storia, il susseguirsi degli sforzi che l’umanità ha fatto per essere ciò che è.

L’uomo è soprattutto spirito, ossia creazione storica, e non natura. Altrimenti non si spiegherebbe perché, essendoci sempre stati sfruttati e sfruttatori, creatori di ricchezza ed egoisti consumatori di essa, non si sia ancora realizzato il socialismo. La ragione è che solo gradualmente, strato dopo strato, l’umanità ha acquisito coscienza del proprio valore e si è conquistata il diritto a vivere indipendentemente dagli schemi e dai diritti di minorie che si erano affermate storicamente in precedenza. E questa coscienza non si è formata sotto lo stimolo brutale dei bisogni fisiologici, ma grazie alla riflessione intelligente di alcuni, in primo luogo, e poi di un’intera classe, sulle ragioni di certi fatti e sui mezzi migliori per trasformarli, da occasione di asservimento che erano, in segno di ribellione e di ricostruzione sociale. Ciò significa che ogni rivoluzione è stata preceduta da un intenso lavoro di critica, di penetrazione culturale, di diffusione di idee attraverso aggregati umani inizialmente refrattari e attenti solo a risolvere giorno per giorno, ora per ora, e per se stessi, il proprio problema economico e politico senza legami di solidarietà con gli altri che si trovavano nelle stesse condizioni.

L’esempio storico più lampante di questo processo è la Rivoluzione francese. Spesso la si guarda solo come un evento politico cruento, dimenticando il lungo periodo di preparazione intellettuale che l’ha preceduta. L’Illuminismo non fu, come certa critica superficiale o idealistica ha voluto far credere, un’epoca di aridità spirituale o di freddo intellettualismo. Al contrario, fu un momento di straordinaria fecondità perché permise a una classe disomogenea e frammentata come la borghesia di allora di trovare una coscienza unitaria. Attraverso i libri, i giornali, le discussioni nei caffè e nei salotti, e soprattutto attraverso opere monumentali come l’Enciclopedia, gli individui presero coscienza dei loro problemi comuni. I dizionari e le enciclopedie di D’Alembert e Diderot non erano semplici raccolte di definizioni; erano armi ideologiche. L’Illuminismo creò quel clima spirituale che unificò le menti prima ancora che le azioni unificassero la Francia. Non fu solo un fenomeno di intellettuali aristocratici, ma un movimento che, filtrando verso il basso, preparò il terreno affinché, quando la scintilla scoppiò a Parigi, ogni borghese in ogni angolo della Francia sapesse esattamente perché doveva combattere. Senza quella preparazione culturale, la rivolta sarebbe rimasta un tumulto locale, facilmente reprimibile, e non sarebbe diventata la Rivoluzione che ha cambiato il volto dell’Europa. Oggi, per il socialismo e per il proletariato, il compito è analogo ma ancora più vasto. La critica alla civiltà capitalistica non deve essere solo una rivendicazione di pane, ma una critica totale dei valori, dei costumi, della visione del mondo imposta dalla classe dominante. Formare una cultura socialista significa creare questa unità di sentire tra gli sfruttati di tutto il mondo, significa far capire all’operaio di Torino che la sua condizione è legata a quella del contadino del Sud o dell’operaio inglese. Significa rompere l’isolamento egoistico del si salvi chi può per abbracciare una visione collettiva. È attraverso la critica della civiltà capitalistica che si è formata o si sta formando la coscienza unitaria del proletariato, e critica vuol dire cultura, e non già evoluzione spontanea e naturalistica. Critica vuol dire appunto quella coscienza dell’io che Novalis poneva come fine della cultura. Io che mi oppongo agli altri, mi differenzio e, nel differenziarmi, mi creo una personalità e un’autonomia. È il ritorno al conosci te stesso socratico, ma declinato non più in senso solipsistico, bensì come strumento di liberazione collettiva e di costruzione di una nuova civiltà umana, dove lo spirito prevale finalmente sulla brutalità della natura.

Glossario
Crediti
 Antonio Gramsci
 Socialismo e cultura
  Capitolo: L'articolo fu pubblicato originariamente su «Il Grido del Popolo»
  Pubblicazione in Italia: La prima edizione organica e critica degli scritti giovanili risale al Novembre 1958
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