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Sono un artificiere. Fabbrico qualcosa che alla fin fine serve a un assedio, a una guerra, a una distruzione. Io non sono per la distruzione, ma sono a favore del fatto che si possa passare, che si possa avanzare, che si possano abbattere i muri.
  —  «Io sono un artificiere», in Conversazioni.

Gli inizi di Foucault
Nel 1984 del giorno odierno, moriva il filosofo francese Paul-Michel Foucault, nato a Poitiers nel 1926. La sua educazione primaria è stata fortemente segnata dalla scuola dei gesuiti Saint-Stanislaus, diventando Louis Girard, suo primo mentore e professore di filosofia. Dopo la seconda guerra mondiale, nel 1952, entrò nell’École Normale Supérieure di Parigi, dove conseguì una laurea in psicologia e in filosofia. Negli anni 1950-1953, Foucault era attivista nel Partito comunista francese, guidato dal suo mentore Louis Althusser, da cui poi, però, si ritirò, per le sue differenze politiche e filosofiche con lo stesso partito. Nel 1951, inizia la sua carriera d’insegnante, all’Ecole Normale e poi all’ Université Lille Nord in Francia. Nel 1954, esiliandosi dalla Francia, lavorò presso l’Università di Upsala, in Svezia, con il suo mentore Georges Dumézil. Nel 1958 abbandona Upsala per lavorare presso le Università di Varsavia e poi ad Amburgo. Nel 1960 torna in Francia per completare il suo dottorato di ricerca, con l’insegnante Maurice de Gandillac. Lavora con Daniel Defert, fino a che, nel 1965, occupa il suo posto, come professore presso l’Università di Tunisi. Dopo gli eventi del maggio francese, il governo crea l’Università Sperimentale di Parigi VIII, e nomina Foucault come primo capo del Dipartimento di Filosofia. Accompagnando la lotta insieme agli studenti e lavoratori, partecipa attivamente nelle proteste, principalmente con Jean-Paul Sartre. Nel 1970 fu nominato Professore del corso di “Storia dei Sistemi di Pensieri” al Collège de France, insegnando in questa istituzione fino alla sua morte.
Leggere l'opera foucaultiana
In questo periodo della sua vita e della sua carriera accademica, fa l’anatomia alle parole, buttandosi a capofitto e con rigore, nel nucleo della sua opera: i giochi di veridizione intorno al rapporto del soggetto con la Verità. Miguel Morey, nella sua Introduzione alla versione spagnola di “Tecnologías del Yo”, propone di leggere l’opera di Foucault come una tripla storica ontologia su noi stessi, ossia, per pensare a noi stessi nel presente. Come tre assi o dispositivi di orientamenti di lavoro, Morey sviluppa: – Ontologia storica di noi stessi in relazione alla verità che ci costituisce come soggetti di conoscenza (Histoire de la folie, Naissance de la Clinique, Les mots et les choses). – Ontologia storica di noi stessi nelle relazioni di potere che ci costituiscono come soggetti che agiscono sugli altri (Histoire de la folie, Sorvegliare e punire). – Ontologia storica di noi stessi in relazione all’etica attraverso la quale costituiamo noi stessi come soggetti di azione morale (Histoire de la folie, Histoire de la sexualité). Edgardo Díaz Castro ed Esther sono forse i più grandi sostenitori del lavoro di Foucault in Argentina, soprattutto nelle questioni sollevate riguardo allo sviluppo della vita e della produzione filosofica; propulsori etici della cura di sé e degli altri, come pratica politica di governamentalità, e di un “penser autrement“, un pensare alternativo, contemporaneo, riflessivo, incompiuto.
Quello che ci rimane
Michel Foucault morì il 25 giugno 1984 a soli cinquantasette anni di vita, a causa di una malattia infettiva terminale (AIDS). Prima della sua morte, bruciò vari dei suoi scritti e vietò la pubblicazione di altri, attraverso un suo testamento. Nel 1981, fu trasmessa un’intervista, riguardo a un corso, tenuto da Foucault, presso l’Université Catholique de Louvain, dove questi, esponeva il nucleo del suo lavoro in quegli anni, e dietro a una richiesta dell’intervistatore, riguardo il suo rapporto con il diritto umanitario e conoscitivo, e su come intendesse proseguire lo stesso, diceva: “(…) se Dio mi dà ancora vita, dopo la follia, la malattia, la criminalità, la sessualità, l’ultima cosa che vorrei studiare è il problema della guerra e l’istituzione della guerra nella dimensione militare della società (…)”. Le domande su Foucault e sulle sue opere, ci invitano ancora oggi a pensare, a cosa ci porti a costruire, a riflettere, a mettere in pratica. Costruzione, che in uno dei suoi diari, aveva così descritto: “al bordo di un foglio, in un appunto semplice, piccolo ma potente Obiettivo: Creare libertà“. Vorrei chiudere questo breve scritto citando una piccola sezione di uno dei suoi ultimi lavori, “Il potere, una magnifica bestia”: Mi piacerebbe scrivere la storia dei vinti. È un bellissimo sogno che molti condividono: dare finalmente voce a chi non ha potuto averla, a quanti sono stati costretti al silenzio dalla storia… dalla violenza della storia, da tutti i sistemi di dominio e di sfruttamento. Sì, ma ci sono due problemi. Innanzitutto, chi è stato sconfitto – sempre che ci siano degli sconfitti – è chi, per definizione, gli è stata tolta la parola. E se, nonostante ciò, potessero parlare, non lo farebbero nella loro lingua. Gli hanno imposto una lingua straniera. Non sono muti e non parlano una lingua che non abbiamo mai sentito e che siamo ora costretti ad ascoltare. Proprio per il fatto di essere stati dominati, è stato imposto loro, un linguaggio e certi concetti. E le idee così imposte, sono segni, cicatrici di oppressioni cui sono stati sottoposti, impronte che hanno permeato il loro pensiero. Si potrebbe dire permeati anche i loro atteggiamenti corporei. C’è mai stata la lingua dei vinti? È una prima domanda, ma vorrei farne un’altra: si può descrivere la storia come un processo di guerra? Come un susseguirsi di vittorie e sconfitte? Si tratta di un problema importante che il marxismo non sempre studiò fino alle sue ultime conseguenze. Quando si parla di lotta di classe, cosa s’intende per lotta? Si tratta di guerre, di battaglie? Possiamo codificare il confronto, l’oppressione che accade all’interno di una società e che la caratterizza? Possiamo decifrare questo confronto, questa lotta, come una sorta di guerra? Sono processi di dominazione più complessa, più complicata di quanto, lo sia la guerra? Che i trent’ anni della sua morte, sia un invito a continuare, formulando le domande che il suo lavoro ha generato, generano e potenzialmente sono in grado di generare. Che la sua eredità sia un invito alla costruzione – come lui stesso diceva: “a penser autrement” – coeva al suo tempo e, soprattutto, degna di essere chiamata riflessiva. Obiettivo: creare la libertà.

Crediti
 • Michel Foucault •
 • egon pin •  •  •  •
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