Cosa vogliono gli altri da me?
Il nostro desiderio è dell’altro nella misura in cui siamo portati a desiderare ciò che gli altri desiderano – mode, stili di vita, futuri: nella misura insomma in cui diviene desiderio mimetico (René Girard). Per cui, la domanda originaria del desiderio non è direttamente: Cosa voglio?, ma: Cosa vogliono gli altri da me? Cosa vedono in me? Cosa sono io per quegli altri?. Per un verso almeno, quindi, è il desiderio stesso a desiderarci, il che ci fa sentire attori e insieme passivi nel desiderare; e non tanto e non solo delle realtà che ci compongono: la nostra crescita, le nostre attese, le nostre speranze, ma anche di quel particolare desiderio alla seconda che è il desiderio di essere desiderati. Desiderare l’altro significa anche che il nostro massimo desiderio è incontrare-provocare il desiderio di un altro che ci desideri. Il primo magistrale araldo di questo sentimento fu probabilmente Dante, capace come nessun altro prima di rappresentarci in un verso la forza di un amore che spinge ad amare a nostra volta. È stato Hegel però, nella Fenomenologia dello spirito, a dare sostanza riflessiva a quel sentimento, comprendendo quanto decisiva sia per la nostra vita il processo di riconoscimento reciproco. In cambio di esser riconosciuto per quell’uomo che sono, mi dispongo a cedere parte della mia libertà. Sono, in grazia dello sguardo dell’altro, dirà Sartre. Il servo rinuncia alla propria libertà, avendo compreso che il vero Signore, il Signore assoluto, è la morte. Lo pre-serva la sua paura, il sentimento tutto umano del timore del limite, del morire: in cambio di protezione, cede parte della propria libertà, rendendo però così dipendente dal proprio lavoro umile (da humus, terreno) il Cavaliere, il Signore che invece ha spregio della morte e combatte anch’egli per il proprio riconoscimento scegliendo però la strategia opposta, il confronto-scontro col suo simile, con chi come lui non ha paura di morire. Sappiamo che l’autocoscienza del servo s’innalzerà al di sopra della gleba perché capace di tesaurizzare i due momenti: quello fondamentale del chinare il capo, della consapevolezza della non onnipotenza, e quello signorile di che è capace di guardare negli occhi la morte. Che sia il servo a progredire, secondo il ragionamento hegeliano, non deve far ritenere che siano solo servili le caratteristiche dell’uomo nuovo. C’è da tesaurizzare anche dalla figura del Cavaliere, capaci di esprimere quelle virtù e quei sentimenti timotici che probabilmente sono stati trascurati nella cultura alta del secondo Novecento, lasciandoli a torto appannaggio della destra mitizzante e retorica. Entrambi, servo e signore – nonché la nuova figura che da loro scaturisce – sono pervasi da un inesauribile desiderio di essere desiderati, cioè riconosciuti, rispettati nel loro ruolo e nella loro sostanza spirituale. Di essere riconosciuti, nell’impianto teleologico hegeliano, come gli attori della Storia, i suoi protagonisti, gambe e forze della Libertà incedente. Per noi, convinti che quella dialettica si giochi anche e soprattutto sul piano intrapersonale, resta la lezione di una composizione funzionale della nostra autocoscienza, esito mai esausto di uno scambio/confronto tra una funzione signorile (libidica, assertiva, sprezzante della morte e quindi in fondo serva) e di una funzione servile (negativizzante, questionante, impaurita e quindi al fondo libera). Ma oggi, oggi che quella grande Storia sembra finita, come si giustifica e cosa promuove ancora la dinamica del desiderio? Cosa e chi desideriamo? Da chi e perché desideriamo essere riconosciuti? Vale ancora quel che diceva Kleist, secondo il quale la caduta umana dalla grazia non è accompagnata soltanto dalla nascita appunto del desiderio (la spinta a riguadagnare, principalmente attraverso il possesso o la creazione di un oggetto esteriore, ciò che è stato perduto o percepito come mancante), ma che essa inaugura altresì la dolorosa certezza che il corpo del desiderio, non importa se lo s’intenda come un oggetto o come un soggetto, è finito – è da qui che la ricerca desiderante di una trascendenza fisica è infinita?

Crediti
 • Luciano de Fiore •
 • Pinterest • Gigino Falconi  •  •

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