La domanda che dovremmo porre ai primitivisti è la seguente: fino a che punto sono disposti a rifiutare le proprie coordinate culturali? Cosa pensano esattamente delle costruzioni, delle conoscenze, dei valori ereditati dopo migliaia di anni di civilizzazione?
Per sintetizzare queste questioni dovremmo partire da alcune formulazioni di base.
In primo luogo, la definizione primitivista di civiltà non ha alcun contenuto, poiché i primitivisti oppongono alla civiltà, con estrema semplicità, un concetto confuso di vita selvaggia, contraculturale o preistorica.
In secondo luogo, le definizioni primitiviste di libertà e natura sono completamente astratte; la libertà è semplicemente pensata come anti-autoritarismo, anti-patriarcato e anti-gerarchia – caratteristiche suppostamente associate alle culture primitive; la natura è l’intero fisico al quale l’umanità deve adattarsi in modo animale, per non distinguersi da essa, abitando la natura come diceva Bataille che gli animali abitavano, come acqua nell’acqua.
Infine, ogni questione culturale viene trascurata. Il pensiero simbolico, il mito, la scienza empirica, l’estetica, la filosofia morale, ecc., semplicemente non sono affrontati con rigore.
Certamente, poiché il primitivismo nella sua forma estrema è impraticabile, persino come teoria, può manifestarsi solo come un certo folklore giocoso e provocatorio, un anarchismo condito di contracultura.
I primitivisti sono stati vittime di un uso rozzo dei termini come storia, natura, cultura e civilizzazione.
Secondo i primitivisti, dall’età dell’oro paleolitica Si sa anche che lo stesso paleolitico non gode dei favori del padre spirituale del primitivismo, John Zerzan. Quando noi parliamo quindi di primitivismo, ci riferiamo soprattutto ai suoi seguaci improvvisati in Spagna. Per quanto riguarda lo stesso Zerzan, non abbiamo ritenuto necessario ripetere la giusta critica che altri gli hanno fatto in precedenza. Alain C., nel suo opuscolo «John Zerzan e la confusione primitiva» (Etcétera), denunciava ciò che va inteso come un’ideologia., l’umanità non è riuscita ad adattarsi ai successivi cambiamenti dell’ambiente e, nella crescente alienazione, ha deciso di adattare l’ambiente alle proprie necessità, artificializzandolo. La continua prosecuzione dell’artificializzazione deriverebbe da una evidente incapacità di adattamento. A prima vista, questa idea può sembrare seducente per uno spirito poco esigente. Tuttavia, ciò lascerebbe intendere che l’uomo paleolitico si sia adattato a tutti i cambiamenti dell’ambiente senza mai intervenire attivamente, che l’adattamento fosse un fenomeno puramente passivo, e che l’umanità avesse con la natura una relazione di fusione e spontaneità. Tuttavia, non è mai esistito nulla del genere in nessuna specie conosciuta. Ogni specie deve modificare il proprio ambiente per creare il proprio habitat di sopravvivenza.
I primitivisti, confrontando l’uomo primitivo con la natura selvaggia, sembrano avere una visione eccessivamente statica della dialettica della loro relazione. Per loro, sembrerebbe che esistesse una natura selvaggia il cui equilibrio o carattere immutabile non fosse mai stato disturbato dalla sua relazione con qualche altro elemento (l’uomo primitivo), il quale, quindi, non esisteva per sé stesso ma si fondava in quella natura. Al massimo, ogni cosa evolveva in compartimenti stagni, in accordo con una esistenza biologica stranamente quasi inerte!
Tuttavia, tutto ciò si oppone a questa visione osmotica della natura. Non si può negare che vi siano esempi di un notevole equilibrio ecologico o di ciò che un kropotkiniano potrebbe chiamare mutuo soccorso tra le specie, ma lasciando da parte il fatto che questo tipo di mutualismo non sfugge a una certa complessità dialettica delle relazioni – che quindi non può essere ridotto così facilmente ai termini di armonia – troviamo anche esempi di specie animali che artificiano l’ambiente al fine di aumentare le loro prospettive ecologiche, arrivando persino a domesticate altre specie. Se si può parlare di mutualismo – poiché spesso la specie sfruttata assicura il suo sviluppo grazie alla classe sfruttatrice – si tratterebbe comunque di un mutualismo asimmetrico.
Per quanto riguarda la domesticazione operata dall’uomo, è evidente che questa ha provocato, a lungo termine, cambiamenti biologici negli animali e nelle piante – cioè una modificazione del loro carattere selvaggio. Pertanto, la domesticazione è un processo di trasformazione biologica, che procede quasi automaticamente dalle attività di protocoltura e protocrazione, quando queste vengono applicate a certe specie selvatiche, e che si spiega con meccanismi genetici perfettamente comprensibili «Histoire des agricultures du monde», Marcel Mazoyer e Laurence Roudart, (Seuil 1997), pag.89.. Inoltre, questo carattere selvaggio era statico prima? E questo uomo primitivo, egli stesso selvaggio, non ha dovuto affrontare, per sopravvivere, come altre specie, l’adattamento del suo habitat, cioè la ristrutturazione di una parte della natura che costituiva il suo ambiente diretto?
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