Critica della modernità
— Le nostre istituzioni non valgono più niente: tutti sono d’accordo su questo giudizio. Eppure la colpa non è di loro, ma di noi. Tutti gli istinti da cui sono uscite le istituzioni essendosi smarriti, queste a loro volta ci scappano, perché noi non vi siamo più adatti. In ogni tempo il democratismo è stata la forma di decomposizione della forza organizzatrice: in Umano, troppo umano, I, 318, ho già caratterizzato, come una forma di decadenza della forza organizzatrice, la democrazia moderna come i suoi palliativi, tale «l’impero tedesco». Perché vi siano delle istituzioni, bisogna che vi sia una specie di volontà, d’istinto, d’imperativo, anti-liberale fino alla cattiveria: una volontà di tradizione, di autorità, di responsabilità, stabilita sopra i secoli, di solidarietà incatenata attraverso i secoli, nel passato e nell’avvenire, in infinitum. Allorché questa volontà esiste, si fonda qualche cosa come l’imperium Romanum: o come la Russia, la sola potenza che abbia oggi la speranza di qualche durata, che possa attendere, che possa ancora promettere qualche cosa — la Russia, l’idea contraria della miserabile mania dei piccoli Stati europei, della nervosità europea che la fondazione dell’Impero tedesco ha fatto entrare nel suo periodo critico… Tutto l’occidente non ha più quegli istinti da dove nascono le istituzioni, da dove nasce l’avvenire: niente non è forse in opposizione più assoluta al suo «spirito moderno». Si vive per l’oggi, si vive molto presto, — si vive senza nessuna responsabilità: è ciò precisamente che si chiama «libertà». Tutto ciò che fa che le istituzioni sono delle istituzioni è disprezzato, odiato, scartato: ci si crede di nuovo in pericolo di schiavitù dacché la parola «autorità» si fa soltanto intendere. La decadenza nell’istinto di valutazione dei nostri politicanti, dei nostri partiti politici va fino a preferire istintivamente ciò che decompone, ciò che affretta la fine… Testimonio il matrimonio moderno. Apparentemente ogni ragione se n’è andata: pertanto questo non è un’obbiezione contro il matrimonio, ma contro la modernità. La ragione del matrimonio — essa risiede nella responsabilità giuridica esclusiva dell’uomo: in questo modo il matrimonio aveva un elemento preponderante, mentre che oggi zoppica da tutte e due le gambe. La ragione del matrimonio — essa risiedeva nel principio della sua indissolubilità: questo gli dava un accento che, dinanzi all’azzardo dei sentimenti e delle passioni, delle impulsioni del momento, sapeva farsi ascoltare. Risiedeva essa pure nella responsabilità delle famiglie in riguardo alla scelta degli sposi. Con questa crescente indulgenza per il matrimonio d’amore si sono eliminate le basi stesse del matrimonio, tutto ciò che ne faceva una istituzione. Mai, mai e poi mai, non si fonda un’istituzione su di una idiosincrasia; lo ripeto, non si fonda il matrimonio sull’«amore», — lo si fonda sull’istinto della specie, sull’istinto di proprietà (la donna ed i figli essendo delle proprietà), sull’istinto della dominazione che incessantemente si organizza nella famiglia in piccola sovranità, la quale ha bisogno dei figli e degli eredi per mantenere, fisiologicamente anche, in misura acquisita di potenza, d’influenza, di ricchezza, per preparare da lunga data una solidarietà d’istinti tra i secoli. Il matrimonio, in quanto istituzione, comprende già l’affermazione della forma di organizzazione, più grande e più durevole: se la società presa nel suo insieme non può dare cauzione di sé stessa fino dalle più lontane generazioni, il matrimonio è totalmente sprovvisto di senso. — Il matrimonio moderno ha perso il suo significato — per conseguenza lo si sopprime.

Crediti
 Friedrich Nietzsche
 Il crepuscolo degli idoli
  Oziosità inattuali
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