La storia è stata per secoli il fondamento della coscienza civile, il filo rosso che legava le generazioni in un racconto comune di identità e appartenenza. Oggi, invece, sembra che quel filo si sia spezzato, lasciandoci naufraghi in un eterno presente dove il passato è visto solo come un ingombro o una curiosità antiquaria. La scomparsa del senso della continuità temporale ha trasformato il nostro rapporto con i padri e con i figli, rendendo il dialogo intergenerazionale una sorta di lingua morta. In questo scenario, l’individuo si trova solo davanti a una massa informe di informazioni che non riesce più a gerarchizzare, perdendo la bussola del proprio percorso storico. La crisi dell’insegnamento della storia nelle scuole è solo il sintomo più evidente di un malessere profondo: la rinuncia a comprendere il perché delle cose a favore di un pragmatismo immediato e sterile.
In questo vuoto di senso, la memoria non è più un patrimonio condiviso, ma un’attività solitaria e frammentata. Se un tempo esistevano riti, monumenti e narrazioni che garantivano la permanenza dei ricordi, oggi tutto viene consumato e dimenticato nel volgere di una stagione. La stessa nozione di eredità è mutata radicalmente: non riceviamo più un testimone da chi ci ha preceduto, ma ci muoviamo in un labirinto di frammenti che dobbiamo faticosamente ricomporre per dare un’apparenza di ordine alla nostra esistenza. È una condizione di fragilità estrema, dove la perdita della memoria storica coincide con la perdita della responsabilità civile. Senza passato, infatti, non può esserci futuro, poiché manca la base su cui costruire una visione del mondo che vada oltre l’utile immediato. Ed è proprio su questo crinale che si inserisce la riflessione sulle istituzioni della memoria.
L’eredità culturale è qualcosa che ogni individuo si fabbrica grazie alla scuola, alle letture, ai casi e agli incontri della sua vita essendosi dissolti ben presto dietro di lui eredità e ricordi che le generazioni precedenti non hanno avuto modo di trasmettergli. In questo il nostro tempo è diverso dalle grandi civiltà del passato su cui l’egittologo Jan Assmann ha elaborato le sue proposte sulla trasmissione di ricordi, identità e culture. Sull’esperienza del tempo presente, dominata dal contrasto fra il deposito da conservare e la ridotta capacità di ricordare, è stata la sua compagna di vita e di lavoro, l’antropologa Aleida Assmann, che ha proposto di recente una sua tesi sul tema dell’oblio: secondo lei la memoria culturale è la somma di quanto si ricorda e di quanto si dimentica. Funziona come un collo di bottiglia: vi passa attraverso solo una parte del deposito di esperienze e di ricordi. Ma come si rende possibile la selezione e la conservazione della memoria culturale di una società? Secondo la sua analisi, quello che la garantisce e governa è il tetto protettivo delle istituzioni socialmente deputate alla conservazione del patrimonio, come gli archivi, le biblioteche e i musei. Grazie a loro, le cose e le persone che sfuggono all’oblio automatico vengono separate da una forbice e depositate le une nel canone, le altre nell’archivio. Entrano nel canone opere, persone, eventi destinate a fare parte del ricordo attivo della vita sociale delle generazioni future, mentre nell’archivio – una istituzione dalle tante forme e di lunghissima esistenza nelle culture della scrittura – finisce il materiale su cui si potrà esercitare la curiosità storica. Aleida Assmann ha riportato un caso esemplare, che potrebbe dare materia di riflessione agli italiani in tempi di revisione e derisione di monumenti: la vicenda postuma di uno scrittore svizzero, Wilhelm von Scholz (1874-1969) che aveva goduto vivente di grande fama e ricevuto gli onori pubblici della sua città, Costanza. Dopo la morte, lo attendeva l’oblio conservativo, cioè la fase di oscurità provvisoria che passa tra la celebrità del vivente e il balzo nel pantheon dei grandi artisti riservato a pochi. Ma ecco che la scoperta di una sua poesia scritta in omaggio a Hitler ha determinato misure pubbliche formali di oblio attivo per relegarne nome e opera nell’oscurità.
Possiamo contare dunque sull’educato e ben regolato funzionamento a regime delle istituzioni culturali per selezionare ciò che vale la pena di ricordare? O non sarà piuttosto la violenza del mutamento sociale periodico a spazzare via ogni volta le tracce del passato? Il pensiero va a come sono finite le reliquie dei sovrani di Francia con lo scoppio della Rivoluzione francese, o alla sorte delle statue di Stalin e di altri dittatori del Novecento, un tempo incontro obbligato in tutte le capitali dell’Europa continentale. E proprio sotto i nostri occhi di contemporanei si sta svolgendo la tumultuosa iconoclastia scatenatasi negli Stati Uniti col movimento del Black Lives Matter che non ha risparmiato nemmeno le statue di Cristoforo Colombo. Non è un caso, tuttavia, che queste considerazioni di tipo antropologico e sociologico quando si concentrano sulla età contemporanea non parlino piú di memoria ma di oblio.
La questione dell’oblio non è solo una faccenda di statue abbattute o di nomi cancellati dai libri, ma riguarda la struttura stessa del nostro sapere digitale. Internet, lungi dall’essere la memoria totale dell’umanità, si sta rivelando un archivio immenso dove tutto è accessibile ma nulla è gerarchizzato, producendo una sorta di amnesia collettiva per eccesso di stimoli. In questo oceano di dati, il canone fatica a formarsi, poiché manca quel filtro critico che permetteva alle generazioni precedenti di riconoscere ciò che era essenziale. Siamo testimoni di una sorta di presentismo assoluto, dove l’attenzione è catturata solo dall’ultimo evento, dall’ultima polemica, cancellando ciò che è accaduto solo poche settimane prima. Questa distruzione del passato non avviene più tramite roghi di libri, ma attraverso l’irrilevanza prodotta dalla velocità estrema.
La fine della storia, tanto annunciata dai filosofi alla fine del secolo scorso, si sta realizzando non come approdo a una pacificazione universale, ma come dissoluzione della coscienza critica. Quando il passato viene ridotto a un magazzino di accessori da usare per la polemica del giorno, esso cessa di essere una guida per diventare un’arma. La distruzione dei monumenti, indipendentemente dalle motivazioni ideologiche, è il segno di un’epoca che non sa più dialogare con i propri errori e le proprie contraddizioni, preferendo la cancel culture alla fatica della comprensione. Ma un popolo che non sa fare i conti con le proprie rovine è destinato a vederle crollare di nuovo sotto i propri piedi. Dobbiamo ritrovare il coraggio di guardare indietro non per nostalgia, ma per necessità vitale, per evitare che il tempo diventi una linea piatta priva di rilievi e di profondità umana.
Un tempo senza storia. La distruzione del passato
Pubblicazione in Italia: Marzo 2021
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Canone: Insieme di opere e valori che una società sceglie di conservare attivamente per trasmettere la propria identità alle generazioni future.
Iconoclastia: Movimento di distruzione di immagini e monumenti sacri o civili mosso dal desiderio di cancellare simbolicamente un potere o un passato.
Oblio: Processo di dimenticanza che può essere naturale o indotto attraverso azioni deliberate per escludere determinati fatti dalla memoria pubblica attiva.
Presentismo: Condizione psicologica e sociale che schiaccia l’esistenza sull’attimo fuggente impedendo una visione prospettica legata alle radici o ai progetti futuri.
Revisione: Attività critica volta a riesaminare i fatti storici o le figure pubbliche alla luce di nuove sensibilità morali o scoperte documentarie recenti.
Ricordare per dimenticare di Aleida Assmann
L’autrice approfondisce le dinamiche della memoria culturale analizzando come le società selezionano i ricordi per costruire l’identità collettiva. La descrizione evidenzia il ruolo cruciale degli archivi e dei musei nel filtrare il passato distinguendo ciò che deve restare nel cuore della comunità da ciò che cade nell’oblio.
Il secolo breve di Eric Hobsbawm
Il testo traccia le trasformazioni politiche e sociali del Novecento evidenziando la rottura dei legami tra passato e presente. La narrazione mette in luce come la velocità dei cambiamenti tecnologici abbia eroso la capacità delle nuove generazioni di comprendere le radici storiche dei conflitti e delle conquiste attuali.
L’ordine del tempo di Carlo Rovelli
Il fisico esplora la natura del tempo svelando come la nostra percezione di passato e futuro sia legata alla memoria e alle emozioni. L’opera descrive la complessità del divenire umano suggerendo che la nostra esistenza acquista significato solo attraverso la narrazione di ciò che è accaduto prima di noi.
Premesse: La storia ha rappresentato per secoli il fondamento della coscienza civile; oggi la frattura intergenerazionale e l’eccesso di informazioni hanno spezzato la continuità temporale.
Argomentazioni di supporto:
- Crisi della memoria condivisa: La perdita di riti e narrazioni comuni trasforma la memoria in un’attività solitaria e frammentata, indebolendo la responsabilità civile.
- Teoria del filtro e delle istituzioni (Jan e Aleida Assmann): In assenza di una trasmissione spontanea, spetta alle istituzioni (musei, archivi, biblioteche) gestire la dialettica tra canone (ricordo attivo) e archivio (curiosità storica) o applicare forme di oblio (conservativo o attivo).
- Iconoclastia e rottura sociale: Le istituzioni culturali sono costantemente minacciate da rivolgimenti politici, rivoluzioni o movimenti sociali (dalla Rivoluzione Francese a BLM) che cancellano o riplasmano fisicamente le tracce del passato.
- Amnesia digitale e presentismo: L’accumulo non gerarchizzato di dati in rete cancella il filtro critico, trasformando il passato in un magazzino di accessori per la polemica del giorno e sostituendo la comprensione con la cancel culture.
Conclusioni: Occorre recuperare il valore della profondità storica non per mera nostalgia, ma per evitare che l’appiattimento del tempo dissolva la coscienza critica e condanni la società a ripetere i propri errori.
I primi due paragrafi delineano il quadro diagnostico iniziale: la rottura del filo della storia, la perdita della nozione di eredità e la conseguente crisi d’identità dell’individuo contemporaneo. Il terzo e il quarto paragrafo introducono una cornice teorico-antropologica e storica (ispirata alle tesi di Jan e Aleida Assmann), analizzando i meccanismi di conservazione e la vulnerabilità delle istituzioni di fronte a contestazioni iconoclaste e mutamenti sociali. Il quinto paragrafo sposta il punto focale sul piano tecnologico e informativo, dimostrando come la rete generi amnesia per saturazione. Infine, il sesto paragrafo trae le conclusioni politico-culturali, qualificando la cancel culture come esito degenerativo di questo presentismo e invocando un recupero della consapevolezza storica.
- La rottura della continuità storica: La perdita del senso del tempo, la crisi dell’insegnamento e l’atomizzazione della memoria individuale.
- Il quadro teorico della memoria culturale: Le tesi di Jan e Aleida Assmann sul ruolo di canone, archivio, oblio conservativo e attivo gestiti dalle istituzioni.
- L’iconoclastia e la violenza del mutamento: La fragilità dei monumenti e delle tracce materiali di fronte ai sovvertimenti sociali e politici.
- L’amnesia digitale e la cancel culture: Il sovraccarico informativo della rete e la riduzione del passato a strumento polemico del presente.
La metafora del ‘filo spezzato’ e dei ‘naufraghi in un eterno presente’ delinea la perdita di coordinamento storico come un disorientamento esistenziale. L’immagine del ‘collo di bottiglia’ descrive l’inevitabile funzione selettiva della memoria culturale, dove non tutto può accedere al ‘canone’. L’uso dell’espressione ‘linea piatta’ per definire il tempo privo di profondità rappresenta il rischio dell’appiattimento cognitivo provocato dalla velocità digitale, mentre la definizione del passato come ‘magazzino di accessori’ esplicita la mercificazione ideologica e strumentale dei ricordi nel dibattito pubblico contemporaneo.
Il lessico impiega termini concettualmente denotati: memoria culturale, canone, archivio, oblio conservativo, oblio attivo, presentismo, cancel culture. L’uso strategico dei corsivi mette in risalto sia le funzioni selettive (il tetto protettivo delle istituzioni…) sia i concetti teorici fondamentali (perché, eredità), ponendo in contrapposizione semantica la ‘conservazione critica’ con la ‘distruzione dell’irrilevanza’ prodotta dal ritmo dei media digitali.
- La dissoluzione della memoria condivisa: Dalla trasmissione intergenerazionale alla frammentazione individuale del ricordo.
- La funzione istituzionale del filtro culturale: Archivi, biblioteche e musei come regolatori dell’equilibrio tra memoria e oblio.
- L’iconoclastia e la riscrittura della storia: Il rapporto conflittuale tra mutamenti politico-sociali e monumenti del passato.
- Il sovraccarico digitale e il presentismo: L’amnesia collettiva causata dalla velocità dell’informazione e dall’assenza di gerarchia critica.
Dà inoltre per scontato che le istituzioni culturali deputate alla conservazione operino o abbiano operato in maniera ‘educata e ben regolata’, minimizzando talvolta il fatto che la costituzione del canone e dell’archivio è stata storicamente essa stessa il prodotto di rapporti di forza e decisioni egemoniche di matrice politica.
La transizione dalle teorie sui coniugi Assmann alla diagnosi dell’amnesia da rete è ben calibrata. L’unico elemento di potenziale rigidità risiede nell’assimilazione diretta di fenomeni eterogenei (le rivoluzioni storiche, la rimozione delle statue di Stalin, il movimento BLM e l’amnesia dei social media) sotto un’unica matrice di distruzione del passato, rischiando di uniformare contesti politici e intenzionalità molto diverse tra loro.
Rivela affinità concettuali con la critica del presentismo di François Hartog, con la diagnosi dell’iper-informazione di Byung-Chul Han e con la riflessione filosofica di Friedrich Nietzsche sull’utilità e il danno della storia per la vita.
- ‘La scomparsa del senso della continuità temporale ha trasformato il nostro rapporto con i padri e con i figli, rendendo il dialogo intergenerazionale una sorta di lingua morta.’
- ‘…secondo lei la memoria culturale è la somma di quanto si ricorda e di quanto si dimentica. Funziona come un collo di bottiglia: vi passa attraverso solo una parte del deposito di esperienze e di ricordi.’
- ‘Internet, lungi dall’essere la memoria totale dell’umanità, si sta rivelando un archivio immenso dove tutto è accessibile ma nulla è gerarchizzato…’
- ‘La distruzione dei monumenti, indipendentemente dalle motivazioni ideologiche, è il segno di un’epoca che non sa più dialogare con i propri errori…’
Glossario dei termini:
- Memoria culturale: Concetto teorizzato da Jan e Aleida Assmann che indica il patrimonio di testi, riti, monumenti e simboli attraverso cui una società assicura la propria identità nel tempo mediante istituzioni deputate al suo filtraggio.
- Oblio conservativo vs Oblio attivo: L’oblio conservativo rappresenta la fase temporanea di oscurità che precede il potenziale recupero critico di un’opera nell’archivio; l’oblio attivo consiste nella cancellazione intenzionale e formale di un nome o un simbolo dal ricordo pubblico.
- Presentismo: Condizione culturale ed esistenziale tipica della contemporaneità in cui la percezione del tempo è schiacciata su un presente permanente, privo di profondità storica e disconnesso dalle prospettive future.



















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