Dal dipinto al racconto in un gioco di specchi.
Volendo mantenere aperto il rapporto tra il linguaggio e il visibile, volendo parlare a partire dalla loro incompatibilità e non viceversa, in modo da restare vicinissimi sia all’uno che all’altro, bisognerà allora cancellare i nomi propri e mantenersi nell’infinito di questo compito. È forse attraverso la mediazione di questo linguaggio grigio, anonimo, sempre meticoloso e ripetitivo perché troppo comprensivo che il dipinto a poco a poco accenderà i suoi chiarori. Occorre dunque fingere di non sapere chi si rifletterà nel fondo dello specchio e interrogare il riflesso medesimo al livello della sua esistenza. Michel Foucault

Lo specchio – ha già notato Foucault a proposito di Velàzquez – ci dà il rovescio e la verità. Se l’artista non è che un fingitore e un mentitore, che fa sempre i conti con la limitatezza e la non plausibilità dei suoi mezzi, lo specchio ce lo ricorda con beffarda precisione quando, mostrando il rovescio della rappresentazione, ci informa di quanto rimane fuori dalla nostra portata. Così s’innesca una sorta di gioco del rovescio: si aprono altre dimensioni che nella consueta convenzione rappresentativa ci sarebbero precluse. Il gioco del rovescio è un racconto di Antonio Tabucchi. Le opere d’arte, si sa, sono a volte fra loro connesse da fili così tenaci da attraversare anche i secoli. Ma nel caso del racconto di Tabucchi abbiamo qualcosa di più: l’autore ha voluto partire esplicitamente da Las meninas di Velàzquez per segnare un punto fermo nella sua opera. Ricordo bene la mia sorpresa quando lo lessi, e la sensazione di novità, di svolta e perfino di azzardo, che il nuovo libro mi procurò rispetto alle opere d’esordio.

Nel racconto Tabucchi immagina di trovarsi al museo del Prado a Madrid, davanti alla tela di Velázquez, proprio nell’esatto momento in cui a Lisbona stava morendo una sua amica, Maria do Carmo. Proprio lei gli aveva rivelato come il segreto di quel quadro stesse tutto nella figura di fondo: da una porta aperta e piena di luce si intravede un uomo con un enigmatico sorriso. Era questa la chiave del quadro per Maria do Carmo: questa figura – che non è propriamente dentro la rappresentazione, ma sta allontanandosi ed anzi è già fuori – vede quel che nessun altro può vedere, vale a dire vede i Reali, vede il gruppo di persone e anche ciò che il pittore sta dipingendo su quella tela di cui si può intravedere solo il rovescio. Forse per questo sorride in quel modo ironico e distaccato. Il suo sguardo giunge dove nemmeno quello del re di Spagna può giungere…

 ⋯ Può un piccolo racconto rappresentare una geniale (e pertinente, perfino utile) interpretazione di un’opera così complessa come Las meninas di Velázquez? Tabucchi sembra dimostrare di sì quando, per quel quadro, adotta la definizione di gioco del rovescio. E non si tratta solo dell’intuizione di un artista, destinata ad esaurirsi come un lampo di genio istantaneo. Perché a partire dalla figura di Maria do Carmo egli, nella sua ricerca di scrittore, farà del gioco del rovescio nientemeno che uno schema metafisico di lettura del mondo. In molte opere proprio questa sarà una delle forze della sua affabulazione. Il fascino di Maria do Carmo – scrive l’autore (una sorta di autoritratto?) – era che sapeva vedere il mondo da un punto di osservazione straniato e inaudito, capace di cogliere sensi e non-sensi unici e personali, e di vedere quello che nessun altro potrebbe vedere. Al giovane amico italiano il personaggio di Maria diceva: “Forse sei troppo giovane per capire, alla tua età io non avrei capito, non avrei immaginato che la vita fosse come un gioco che giocavo nella mia infanzia a Buenos Aires“. Era un gioco del rovescio, appunto, un gioco che capovolgendo (proprio come fanno gli specchi) l’immediata esperienza del reale, apre all’immaginazione nuove prospettive. Ed è proprio a questo proposito che nel gioco di specchi del racconto di Tabucchi compare il nome di Pessoa (il “più sublime poeta del rovescio“). Compare catturato dalle volute della narrazione, rivelando di quel testo il senso più autentico e ineludibile: così come nel quadro di Velázquez il volto del re e della regina di Spagna si riconoscono incorniciati nel piccolo specchio sul fondo della parete e per quella loro epifania ci fanno comprendere il gioco di capovolgimento in cui siamo coinvolti. “Pessoa – diceva Maria do Carmo – è un genio perché ha capito il risvolto delle cose. Del reale e dell’immaginario, la sua poesia è un juego del revés“.

Probabilmente, dunque, quel che Tabucchi scrive sul quadro di Velázquez non è che un altro piccolo specchio perché vi si rifletta il nome di Pessoa. In Velázquez lo specchio sullo sfondo è un “segno“, che rispecchia quel che non si può vedere e permette di immaginare la quarta dimensione mancante, quella della linea dell’osservatore. E rimanda a quel qualcuno (“il re del gioco” di cui dice Tabucchi) che dà il massimo senso alla rappresentazione in atto, pur in assenza. Così centrale è il ruolo che già in quest’opera di Tabucchi ha Fernando Pessoa.

Crediti
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