L'unità del proletariato
Nessun movimento rivoluzionario si potrà qualificare come autonomo o auto-organizzato, se il proletariato si abolisce e non si autorganizza. L’attività è sempre organizzata, ma non sempre auto-organizzata (riproduzione/liberazione del soggetto presupposto). Riconoscersi come classe non sarà un ritorno presso di sé ma una totale estroversione, il riconoscimento di sé come categoria del modo di produzione capitalistico. Ciò che siamo come classe è immediatamente il nostro rapporto al capitale.
Il proletariato non è sparito, né è divenuto una pura negatività, ma lo sfruttamento non mette più in movimento una figura sociale omogenea, centrale e dominante della classe operaia, in grado di avere coscienza di sé come soggetto sociale, nel senso abitualmente inteso, di fronte al capitale.
Integrata in una totalità altra, e avendo perduto la sua centralità in quanto principio organizzatore del processo di lavoro, la grande fabbrica delle grandi concentrazioni operaie non è scomparsa, ma non si situa più al cuore del processo lavorativo e del processo di valorizzazione, molto più diffuso. È divenuta elemento di un principio organizzativo che la trascende. Nella contraddizione tra proletariato e capitale, non c’è più nulla di sociologicamente dato a priori, come poteva essere l’operaio-massa della grande fabbrica. Il carattere diffuso, segmentato, polverizzato, corporativo dei conflitti è la necessaria contropartita di una contraddizione tra le classi che si situa a livello della riproduzione del capitale. Ma non trattandosi di una somma di elementi giustapposti, bensì di una configurazione storica della contraddizione tra proletariato e capitale, un conflitto particolare, dotato di caratteristiche proprie, attraverso le condizioni nelle quali si svolge, attraverso il periodo nel quale appare, può trovarsi nella condizione di poter polarizzare l’insieme di questa conflittualità che fino a quel momento appariva come irriducibilmente diffusa e diversificata.
Per unirsi, gli operai devono frantumare il rapporto attraverso il quale il capitale li raggruppa. Non si può desiderare allo stesso tempo l’unità del proletariato e la rivoluzione comunista, cioè questa unità come presupposto della rivoluzione, come sua condizione. Non vi sarà unità che con la comunizzazione, è solo quest’ultima che, attaccando il salariato e lo scambio, unificherà il proletariato; in altri termini, non vi sarà unità del proletariato che nel movimento della sua abolizione. Le agiografie delle lotte rivendicative parlano al vento di unità, senza poter precisare in nessun modo la forma concreta che essa riveste, a meno che non si tratti dell’unità formale della politica o delle forme di organizzazione che vanno a pettinare ciò che è diviso e che rimarrà tale fintanto che la classe permane nella lotta rivendicativa. Questa unità è ciò che bisognerebbe sempre aggiungere alle lotte.
Gli operai si fanno classe rivoluzionaria rivoluzionando i rapporti sociali, ovvero tutto ciò che essi sono all’interno delle categorie dello scambio e del salariato. Nelle lotte salariali non si vedranno apparire né le forze né un progetto, ma l’impossibilità di unificarsi senza attaccare la propria esistenza come classe nella divisione del lavoro e in tutte le divisioni del salariato e dello scambio, senza rimettersi in causa come classe, senza impegnarsi in una prassi rivoluzionaria. La sola unificazione del proletariato è quella che esso realizza abolendosi. Le misure comunizzatrici intraprese in un punto qualunque (certamente in modo quasi simultaneo in una moltitudine di luoghi) del pianeta capitalista avranno questo effetto unificatore, oppure saranno schiacciate.

Crediti
 Autori Vari
 Dall'autorganizzazione alla comunizzazione
  Revue Internationale Pour la Communisation
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