L’annuncio
Nel passaggio dalle lotte rivendicative alla rivoluzione, non si può avere che una rottura, un salto qualitativo, ma tale rottura non è un miracolo, e nemmeno la semplice constatazione da parte del proletariato che non c’è altro da fare se non la rivoluzione, di fronte allo scacco di tutto il resto. One solution, revolution è l’insulsaggine speculare a quella della dinamica rivoluzionaria delle lotte rivendicative. La rottura si produce positivamente attraverso lo svolgimento del ciclo di lotte che la precede e si può dire che ne faccia ancora parte. Tale rottura si annuncia nella moltiplicazione di momenti di scarto, all’interno della lotta di classe, tra la rimessa in causa da parte del proletariato della propria esistenza come classe nella sua contraddizione col capitale da un lato, e la riproduzione del capitale – che implica il fatto stesso di essere una classe – dall’altro. Questa scarto è la dinamica di questo ciclo di lotte, esso esiste in modo empiricamente constatabile.
Due elementi riassumono l’essenziale dell’attuale ciclo di lotte:

  • – la sparizione di un’identità operaia confermata all’interno della riproduzione del capitale, ovvero la fine del movimento operaio e, come corollario, il fallimento dell’autorganizzazione e dell’autonomia come prospettiva rivoluzionaria;
  • – con la ristrutturazione del modo di produzione capitalistico, la contraddizione tra le classi si situa a livello della loro rispettiva riproduzione.

Nella sua contraddizione al capitale, il proletariato si rimette esso stesso in causa.
La possibile esistenza di una corrente comunizzatrice risiede nello scarto esistente all’interno dell’agire in quanto classe, che l’auto-organizzazione (quale che sia) formalizza e ratifica: uno scarto in rapporto al contenuto stesso dell’auto-organizzazione. Agire in quanto classe significa oggi, da un lato, non avere altro orizzonte che il capitale e le categorie della sua riproduzione; dall’altro, e per le stesse ragioni, essere in contraddizione con la propria riproduzione di classe, rimetterla in causa.
Le lotte rivendicative presentano delle caratteristiche che sarebbero state impensabili una trentina d’anni fa.
Nel corso degli scioperi del ’95 in Francia, nelle lotte dei sans-papier, dei disoccupati, dei portuali di Liverpool, nelle lotte alla Cellatex, all’Alstom, alla Lu, alla Marks & Spencer, nella sollevazione sociale argentina, nell’insurrezione algerina etc., questa o quellacaratteristica della lotta appare come limite nel corso della lotta stessa, poiché è contro questa caratteristica specifica (servizi pubblici, richiesta di lavoro, difesa dello strumento di lavoro, rifiuto della delocalizzazione, della sola gestione finanziaria, recupero dell’officina, auto-organizzazione etc.) che il movimento va a cozzare, spesso nelle tensioni e negli scontri interni dell’arretramento, ciò che è riconducibile al fatto di essere una classe e di rimanerlo; fatto che, contrariamente al periodo precedente, risulta impossibile volgere positivamente, quale annuncio dell’affermazione della classe.
Non si tratta, il più delle volte, di dichiarazioni roboanti o di azioni radicali, ma di tutte le pratiche di fuga o di diniego dei proletari di fronte alla propria condizione. Nelle lotte suicide alla Cellatex, nello sciopero di Vilvoorde e in tante altre situazioni, ciò che colpisce è che il proletariato non sia in nulla separato dal capitale e che non possa restare in questo nulla (che esso reclami la propria riunione con il capitale non sopprime l’abisso che apre la lotta, il riconoscimento e il rifiuto di sé stesso da parte del proletariato in questo abisso). È l’inessenzializzazione del lavoro che diviene l’attività stessa del proletariato, in maniera tragica nelle sue lotte senza prospettiva immediata (lotte suicide) e in attività auto-distruttrici, così come nella rivendicazione di questa inessenzializzazione, ad esempio nelle lotte dei disoccupati e precari dell’inverno 1998. Quando si manifesta – come in occasione degli scioperi nei trasporti italiani o tra gli operai della Fiat di Melfi – il fatto che l’autonomia e l’auto-organizzazione non sono altro che la prospettiva di questo nulla, è là che si costituisce la dinamica di questo ciclo di lotte e si prepara il superamento della lotta rivendicativa a partire dalla lotta rivendicativa. Il proletariato si trova di fronte la sua propria definizione in quanto classe, la quale si autonomizza, diviene estranea in rapporto ad esso. Le pratiche auto-organizzative ed il loro divenire ne sono il segno patente.
Mettere la disoccupazione e la precarietà al cuore del rapporto salariale; definire la clandestinità come la situazione generale della forza-lavoro; porre – come all’interno del Movimento di Azione Diretta – l’immediatezza sociale dell’individuo come fondamento, già esistente, dell’opposizione al capitale; portare avanti delle lotte suicide come quelle della Cellatex e altre simili della primavera e dell’estate del 2000 (Metaleurop – con qualche riserva – , Adelshoffen, la Société Française Industrielle de Contrôle et d’Equipements, Bertrand Faure, Mossley, Bata, Moulinex, Daewoo-Orion, ACT -ex Bull); rinviare l’unità della classe ad un’oggettività costituita presso il capitale – questi, per ciascuna di queste lotte, sono contenuti che costruiscono la dinamica di questo ciclo all’interno del corso di queste stesse lotte. Nella maggior parte delle lotte attuali compare la dinamica rivoluzionaria di questo ciclo di lotte, che consiste nel produrre la propria esistenza come classe presso il capitale, dunque rimettersi in causa come classe (non c’è più alcun rapporto a sé); questa dinamica trova il suo limite precisamente in ciò che la definisce come dinamica: agire in quanto classe. Noi siamo, teoricamente, le vedette e i promotori di questo scarto che – all’interno della lotta del proletariato – è la sua propria rimessa in causa, e ne siamo praticamente gli attori allorché vi siamo direttamente coinvolti. Noi esistiamo in questa rottura.

Crediti
 Autori Vari
 Dall'autorganizzazione alla comunizzazione
  Revue Internationale Pour la Communisation
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