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Nel primo decennio del Novecento si diffuse la psicologia come scienza sperimentale, come indagine di laboratorio, cioè, una metodologia fondata sull’uso del metodo dell’introspezione. A partire da dati raccolti dai racconti si procedeva a scrivere com’era fatta la mente, come funziona la mente. Watson critica quest’impostazione perché è fortemente influenzata dalle caratteristiche del soggetto, dall’età, dall’esperienza, dalla cultura. La capacità di interrogare a se stessi non è una capacità neutra, è una capacità fortemente dipendente dal soggetto stesso che la sta adoperando.

Il soggetto animale
Watson afferma che dobbiamo avere soggetti esterni immuni da qualsiasi conoscenza psicologica, più o meno elaborata. Il soggetto sperimentale per la psicologia, sostiene, è tipicamente un soggetto animale.
Il comportamentismo, nella formulazione iniziale di Watson, nei primi anni Dieci, è una psicologia che si sposta sullo studio in laboratorio del comportamento animale. Quando estende le proprie riflessioni, le proprie indagini, sul mondo umano, lo fa sempre sulla scorta di dati raccolti intorno al comportamento animale.
Questa è una rivoluzione per la psicologia, perché tradizionalmente, dai tempi dei greci, per tutto il medioevo e tutta l’età moderna, ogni riflessione psicologica era una riflessione introspettiva, una riflessione relativa al mondo psichico umano.

John Watson
 ⋯ John Watson nasce in una cittadina del South Carolina nel 1878, da una modesta famiglia di agricoltori. Dopo gli studi al college di Greenville s’iscrive all’università di Chicago dove studia filosofia e consegue il dottorato in psicologia. Nel 1903 presenta la sua tesi sull’acquisizione delle abitudini negli animali, che determina l’orientamento dei suoi studi successivi.
Nominato professore a soli trent’anni alla Johns Hopkins University di Baltimore nel Maryland, prosegue, infatti, le sue ricerche sul comportamento animale, mentre insegna psicologia sperimentale e comparata. Il suo distacco dagli indirizzi più diffusi nella psicologia del tempo è segnato da un suo articolo del 1913, dal titolo La psicologia così come la vede il comportamentista, che diventa il manifesto di un nuovo indirizzo di ricerca psicologica: il comportamentismo.
La teoria del comportamentismo li vale riconoscimenti importanti, come la nomina come presidente dell’Associazione Psicologica Americana. Nel 1920 però, la sua carriera accademica subisce un brusco arresto: lo studioso, innamorato dalla sua assistente Rosalie Rayner, divorzia dalla moglie, provocando grande scandalo nell’ambiente universitario che non ammette la presenza di un docente divorziato. Questo incidente segna tuttavia nella sua vita una svolta decisiva: costretto a lasciare l’insegnamento è reclutato dalla JWT dove inizia a lavorare nella pubblicità; trasferendo le sue ricerche nel campo della psicologia e applicata al marketing.
Anche in questo nuovo ambiente ottiene grandi successi, accedendo a posti di responsabilità nelle grandi imprese; nel contempo prosegue nei suoi studi e pubblica nuovi scritti come l’opera Il Comportamentismo del 1924 e La cura psicologica del bambino e del fanciullo che contiene le sue teorie sull’educazione infantile.
Watson muore nel 1958 all’età d’ottant’anni.
Il cane di Pavlov
 ⋯ L’esperimento conosciuto come Il cane di Pavlov è uno dei più noti ed affascinante della psicologia, da cui deriva la teoria del riflesso condizionato.
Ivan Pavlov, fù un brillante scienziato russo che nell’ultimo decennio dell’Ottocento condusse esperimenti sui processi digestivi. Nel laboratorio di medicina sperimentale di San Pietroburgo studiò nuovi sistemi per l’osservazione continua delle funzioni degli organi corporei in condizioni naturali.
Applicò dei tubicini alle ghiandole salivari dei cani collegandoli a provette esterne e riuscì così a scoprire che il sistema nervoso svolgeva un ruolo dominante nel regolare il processo digestivo. La salivazione si modificava, infatti, in risposta a diversi stimoli. Notò che la salivazione cominciava nei cani già alla vista dei suoi assistenti, perché il loro arrivo era evidentemente associato alla somministrazione di cibo. Pavlov capì anche che era possibile provocare artificialmente questa risposta e lo provò con una serie d’esperimenti.
Il più celebre ed è, appunto, passato alla storia come Il cane di Pavlov. L’esperimento prevedeva che un campanello suonasse, mentre il cane riceveva del cibo. I cani sottoposti a quest’esperimento manifestavano, in seguito, uno stimolo di salivazione al solo suono del campanello. Il cane associava, quindi, il suono del campanello, ovvero lo stimolo condizionato, all’arrivo del cibo. Pavlov, ne dedusse che il cervello controlla anche i comportamenti fisiologici. Per queste sue scoperte, nel 1904 al fisiologo russo fu conferito il premio Nobel.
Psicologia e propaganda militare
Un settore in cui la psicologia ha trovato vaste applicazioni è quello della propaganda in campo militare. Sono stati proprio gli psicologi comportamentismi, nella prima e nella seconda guerra mondiale, ad essere più spesso incaricati, dalle forze armate, di ideare e dirigere le comunicazioni rivolte alla popolazione, in patria e nei paesi occupati.
Lo scopo della propaganda era di diffondere informazioni attraverso un linguaggio capace di convincere le persone comuni, che l’esercito agiva per il loro bene e nel loro interesse. Così facendo, in base ai precetti del comportamentismo, si poteva ottenere una trasformazione vantaggiosa, d’atteggiamenti e comportamenti verso le forze armate.
Gli Stati Uniti, nella seconda guerra mondiale, disponevano di un organo chiamato Psycological Warfare Branch, che significa Divisione per la guerra psicologica. Quando l’esercito conquistava nuovi territori, per esempio in seguito allo sbarco in Italia, gli psicologi che operavano in questa divisione, preparavano volantini che venivano lanciati dagli aerei sulle aree della penisola, ancora sotto l’occupazione tedesca. Procedendo nella loro avanzata, le truppe americane poterono avvalersi anche del contributo di psicologi italiani, ma il nucleo originario era composto da comportamentisti arruolati direttamente dall’esercito in patria. Anche attraverso quest’impiego, in ambito militare, l’indirizzo psicologico del comportamentismo ha sviluppato i propri capisaldi teorici e applicativi.
Conflitto tra modelli culturali
 ⋯ I decenni della metà del Novecento, in cui gli psicologi comportamentismi diffondono le loro teorie, vedono il mondo diviso in due grandi sfere d’influenza, dominate dalle due superpotenze, Stati Uniti e l’Unione Sovietica. La contrapposizione creatasi dopo la seconda guerra mondiale, era politica, economica, ideologica e culturale. La tensione tra i blocchi non sfociò mai in conflitto militare diretto, principalmente per l’effetto deterrente esercitato dalle dotazioni d’armi nucleari in possesso d’entrambi gli Stati che avrebbe provocato la distruzione dell’intero pianeta. Quella che si sviluppò fu però una competizione a tutto campo per il controllo dello scacchiere internazionale, giocata sul terreno militare, ma anche su quello industriale, tecnologico e culturale. Le ideologie dei due blocchi erano molto distanti: da un lato, l’individualismo, il liberalismo, il culto della libera impresa e della proprietà privata; dall’altro, il collettivismo, il partito unico, l’industria nazionalizzata. E in questa rigida contrapposizione, si trovò coinvolta anche la cultura umanistica e scientifica europea, che vide l’eredità marxista confrontarsi per oltre mezzo secolo con quella liberale.
Nell’Italia del dopo guerra il sistema bipolare internazionale si è tradotto nel lungo confronto tra due politiche e due culture: da un lato, quella cattolica, rappresentata dalla Democrazia Cristiana; dall’altro, quella del Partito Comunista Italiano, uno dei più vigorosi dell’occidente. Lo scontro ideologico, pur dando luogo a numerose differenziazioni interne, ha lasciato poco spazio alla penetrazione d’altre teorie e visioni del mondo. È con la caduta del muro di Berlino che l’intero ordine mondiale viene stravolto, trascinando con sé la cultura e la politica di tutti gli stati usciti dalla seconda guerra mondiale, Italia compresa.
Il processo dell'apprendimento
 ⋯ L’apprendimento è quel complesso di processi con cui un individuo interpreta i segni chi li giugono attraverso la percezione e le rielabora, associandola all’informazione che ha in memoria. L’individuo modifica, così, i processi mentali e comportamenti che determinano il suo sviluppo psicofisico generale; apprende, infatti, abilità motorie, comportamenti sociali, nozioni, impara ad adattarsi alle situazioni, a superare ostacoli, a fissare abitudini.
Già il feto, durante la gravidanza, è in grado di apprendere e modificare i suoi comportamenti. Dopo che si sono stabilite associazioni di stimolo/risposta, l’apprendimento progredisce attraverso due processi: generalizzazioni e discriminazione. La generalizzazione presuppone che dopo esperienze ripetute ad uno stimolo dello stesso tipo, segua la stessa risposta. Watson scoprì, per esempio, che i bambini spaventati dalla vista di un topo reagiscono allo stesso modo di fronte ad oggetti pelosi come giocattoli, altri animali, persino persone con la barba.
La discriminazione è, invece, il processo attraverso cui l’individuo impara a fornire risposte diverse a stimoli simili. Tutti gli esseri umani, ma anche gli animali, imparano fin da molto piccoli a adottare comportamenti capaci modificare la situazione a proprio vantaggio. Secondo Skinner, un ruolo di particolare importanza è svolto in questa direzione dagli eventi rinforzanti positivi o negativi: se una certa risposta allo stimolo è seguita da una ricompensa, avrà maggiore possibilità di verificarsi ancora; se, invece, è seguita da un’esperienza spiacevole si tenderà ad evitarla.Da qui nascono i tanti sistemi educativi basati su ricompense/punizioni, però, dice Skinner, mentre la gratificazione rinforza il comportamento messo in atto, non è affatto certo che la sanzione negativa elimini i comportamenti indesiderati, il soggetto punito tenderà piuttosto ad apprendere le modalità migliori per sottrarsi al castigo.
Il bambino e il linguaggio
 ⋯ Il linguaggio è il sistema simbolico con cui l’uomo rappresenta la propria attività mentale. A differenza degli altri animali, gli esseri umani possono riferirsi ad eventi lontani nello spazio e nel tempo, produrre e comprendere espressioni sempre nuove, abbinare i suoni in maniera estremamente diversificata, produrre una grammatica e una sintassi.
Ma, come si apprende il linguaggio?
Il primo vagito del neonato rappresenta l’inizio dell’attività linguistica dell’essere umano. Già nei primi giorni di vita, il bambino differenzia i vagiti che emette e i genitori imparano a riconoscerli. Nei mesi impara ad emettere fonemi che sono del tutto simili in ogni parte del mondo. Già dal quinto o sesto mese, tuttavia, comincia a pronunciare sillabe ben definite e a ripeterle, qualcosa di simile ad un balbettio che gli scienziati chiamano lallazione. Entro il primo anno di vita, le parole ascoltate e ripetute assumono un significato; attraverso processi di selezione, discriminazione e mediazione, il bambino sviluppa una conoscenza del linguaggio verbale che passa rapidamente da pochi termini fino a 300 parole entro il secondo anno d’età. A tre anni, ne usa già più di 1500 parole. A sei anni, circa 3500 parole.
Secondo alcuni studiosi, come Jean Piaget, l’apprendimento del linguaggio avviene soprattutto per imitazione. Secondo i comportamentisti, come Burrhus Skinner, avviene per associazione delle parole agli oggetti. Per Noam Chomsky, invece, il linguaggio è innato: i nostri cervelli contengono un dispositivo per l’acquisizione del linguaggio.
Il dibattito tra le diverse teorie è tuttora aperto. È, infatti, ancora ricco d’interrogativi il processo evolutivo meravigliosamente accelerato che porta all’essere umano, in un tempo così breve, a formulare frasi complesse e ad usare il linguaggio come uno strumento di socializzazione con i propri simili.

Crediti
 • Luciano Mecacci •
 • Watson e La psicologia del comportamento •
 • Pinterest •   •  •
 • Sergio Parilli •
 • Anna Maria T. •

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