Egon Schiele ⋯ La madre morta
A chi esercita le opere dell’amore il velo della Māyā è caduto dagli occhi, e l’illusione del principium individuationis lo ha abbandonato. Egli riconosce se stesso in ogni essere, e anche nel sofferente: lo abbandona la follia con cui la volontà di vivere che non conosce bene se stessa, qui, in questo individuo, gode fuggevoli, illusori piaceri mentre là, in quell’individuo, soffre e pena, e non vede che come Atreo divora vorace la propria carne, e si lamenta là di una sofferenza senza colpa, qui delinque senza timore della nemesi, in entrambi i casi perché conosce solo l’apparenza, che è dominata dal principio di ragione sufficiente, non la cosa in sé, la volontà, che si oggettiva in tutto eppure è soltanto una; essere risanati da questo vaneggiamento e accecamento della Māyā ed esercitare le opere dell’amore è tutt’uno: chi è giunto a questo punto fa di ogni sofferenza che vede la propria; e trovando che non hanno fine le privazioni e le rinunce per mitigare le sofferenze altrui, che continuano ad accrescersi, questo continuo privarsi e questo continuo conoscere la miseria inseparabile dalla vita, e la nullità dei piaceri che egli sacrifica, tutto questo smorza la volontà di vivere in lui, fino a che essa si estingue del tutto e per lui vi è redenzione.

Crediti
 • Arthur Schopenhauer •
 • SchieleArt •  La madre morta • 1910 •

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