Giovane Madre
Con questo termine bisogna intendere il complesso delle dottrine filosofiche che vedono nell’evoluzione il tratto fondamentale di ogni tipo o forma di realtà e perciò il principio adatto a spiegare la realtà nel suo complesso. In questo senso l’evoluzionismo è stato assunto come schema fondamentale di molte e diverse filosofie, sia in senso materialistico che in senso spiritualistico. Il tratto comune è il richiamo alla «teoria dell’evoluzione», sviluppata tra gli altri da Darwin, la quale afferma la provenienza di tutti gli esseri viventi da uno o più tipi originali attraverso la trasformazione graduale delle specie viventi, come ipotesi fondamentale delle teorie biologiche. Implicita in questa concezione è l’idea di progresso, cioè la convinzione che si vada pacificamente da forme inferiori e semplici a forme superiori e più perfette.

Questo principio andava contro quello della fissità e immutabilità della specie, riflessi in biologia della tradizione metafisica dal pensiero greco in poi, che aveva costituito per molti secoli l’impalcatura generale della ricerca filosofica e scientifica. Soltanto a partire dal sec. XVIII alcuni naturalisti cominciarono a considerare la possibilità della trasformazione delle specie biologiche: fu però Darwin nel 1859 col suo libro L’origine della specie a fondare scientificamente la moderna teoria dell’evoluzione biologica.

Da allora gli studi di genetica hanno avviato la teoria dell’evoluzione su un terreno di ricerche sperimentali, all’interno del quale essa è divenuta il quadro complessivo degli strumenti e delle direzioni possibili, evitando le banalizzazioni e le dogmatizzazioni che erano state le caratteristiche della fase precedente. Così per esempio l’abbandono dell’idea di progresso. Se l’evoluzione non è necessariamente progresso, tanto meno progresso unilineare, necessario e costante, fu invece proprio questo l’aspetto centrale dell’operazione di estensione dei principi evoluzionistici dal campo delle scienze naturali a quello delle scienze umane e sociali, che progressivamente giunsero a improntare di sé la concezione generale del mondo dominante nella cultura positivistica della seconda metà dell’Ottocento e a costituire un elemento – talora integrante, talora dominante – di concezioni opposte.

La figura più importante di questa operazione fu il filosofo inglese Spencer, che accentuò in senso meccanicistico i temi dell’evoluzionismo, postulando un’idea di progresso capace di spiegare la realtà nella sua totalità e mettendo in particolare rilievo i tratti ottimistici e gradualistici, attraverso una concezione dell’evoluzione che, dal mondo naturale a quello umano, considerava la moralità e la socialità come ulteriori gradi di un unico processo naturale di sviluppo della realtà.

Se dapprima, come si è detto, la teoria dell’evoluzione fornì la base scientifica alle teorie positivistiche di tipo meccanicistico, in seguito, nell’ambito della crisi del positivismo, permeò anche le concezioni spiritualistiche e irrazionalistiche a cavallo dei due secoli: segno della vastissima diffusione che essa ebbe in tutte le forme della vita intellettuale.

La credenza che la realtà fosse un processo lento, graduale e necessariamente progressivo influenzò profondamente l’impostazione delle ricerche storiche e sociologiche, fino a contaminare anche il marxismo a un certo punto del suo sviluppo storico. I temi dell’evoluzionismo infatti furono fatti propri dalla Seconda Internazionale e dai suoi capi, i quali negando la dialettica, che si muove per contraddizioni e rotture, accettarono il gradualismo e il meccanicismo positivista, sulla cui critica proprio Marx ed Engels avevano sviluppato la propria concezione.

Tale opera di revisione del marxismo si basava sull’ipotesi che la lotta di classe fosse destinata ad attenuarsi, attraverso il progressivo accoglimento delle necessità delle classi subalterne nel quadro di un pacifico e graduale ampliamento della democrazia borghese verso il socialismo. In questa concezione, che si riassumeva nella frase di E. Bernstein secondo cui il movimento era tutto e il fine nulla, il processo rivoluzionario si riduceva a una linea retta, il cui obiettivo strategico rimaneva un miraggio slegato dalle sue tappe concrete di avvicinamento, mentre l’obiettivo tattico si riduceva a mero tatticismo economicista, slegato dal progetto complessivo. La classe operaia non dovrebbe quindi mirare a impadronirsi del potere con la rivoluzione, ma riformare lo Stato, trasformandolo in senso democratico; dovrebbe limitarsi a battersi per la democrazia e a sostenere l’espansione economica e l’interesse nazionale. Dovrebbe cioè rinunziare al programma massimo del rovesciamento del sistema capitalistico, per un’evoluzione pacifica delle istituzioni borghesi, superando così la divisione e l’antagonismo tra le classi.

Crediti
 Autori Vari
 Dizionario enciclopedico marxista
  www.resistenze.org
  a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare di Torino
 SchieleArt •  Giovane Madre • 1914




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