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Un sogno può avvelenare un’anima
Secondo la classica definizione data da Marx nel libro I del Capitale è in primo luogo «… un processo che si svolge fra l’uomo e la natura, nel quale l’uomo per mezzo della propria azione produce, regola e controlla il ricambio organico fra sé stesso e la natura: contrappone sé stesso, quale una fra le potenze della natura, alla materialità della natura. Egli mette in moto le forze naturali appartenenti alla sua corporeità, braccia e gambe, mani e testa, per appropriarsi i materiali della natura in forma usabile per la propria vita» Il Capitale, libro I, p. 195.

Il lavoro è dunque l’attività attraverso la quale l’uomo modifica la materia in modo da poterla utilizzare per i suoi scopi o, come anche dice Marx, in modo da appropriarsi della natura. In questa concezione non vi è posto per le confusioni tra lavoro dell’uomo e attività di alcune specie animali – api, castori, ecc. – pur dirette a trasformare in qualche modo materiali naturali per soddisfare le proprie esigenze di vita; per Marx queste attività sono caratterizzate dall’invariabilità del bisogno e dei modi di provvedervi, fissata da un meccanismo biologico particolare per ogni specie.

L’uomo invece modifica la natura in funzione di necessità che sono ampiamente mutate nel corso della storia, seguendo criteri basati sulla conoscenza delle leggi e delle proprietà della materia, utilizzando i modi più diversi; l’uomo cioè si avvale, nella sua opera sulla natura, di strumenti che sono già il prodotto della trasformazione di qualche cosa che è trovato in natura. Il ramo o la pietra raccolti dall’uomo primitivo nel mondo circostante sono certamente elementi naturali, ma solo l’osservazione e l’esperienza potevano trasformarli in strumenti, ossia in oggetti di per sé incapaci di soddisfare i bisogni umani, ma utilizzati per ottenere quanto poteva soddisfarli. Caratterizzare l’essenziale differenza tra lavoro, fenomeno esclusivamente umano, e attività animali con una superficiale somiglianza era necessario per evitare all’interno del marxismo interpretazioni naturalistiche, vale a dire la riduzione dei problemi in termini biologici e il conseguente atteggiamento fatalistico e passivo.

In quanto attività adeguata a uno scopo, il lavoro ha quindi caratteristiche generali che possono valere in ogni momento della storia e della società; sono, per usare le parole di Marx, i «momenti semplici» del lavoro che comprendono oltreché l’attività lavorativa vera e propria, «l’oggetto su cui si agisce e il mezzo con cui si agisce». Perciò un esame che voglia comprendere con la necessaria serietà cosa sia il lavoro non può fermarsi a questo punto, ma deve studiarne tutte le caratteristiche come concretamente si sono presentate in passato e si presentano attualmente, vederlo cioè fin dove è possibile nella sua totalità, che comprende quindi il ruolo assegnato al lavoro in ogni società, i rapporti sociali che ne discendono, la destinazione del suo prodotto.

In questa prospettiva che costituisce uno dei temi più generali del pensiero di Marx e del marxismo, si possono indicare alcuni punti essenziali relativi sia all’aspetto delle condizioni di esistenza dell’uomo, sia del ruolo e della storicità del lavoro nel meccanismo di produzione.

– I prodotti del lavoro hanno un valore d’uso e compaiono sotto forma di merce; essi non appartengono ai produttori ma a un’altra persona, il capitalista, che possiede i mezzi di produzione, organizza il lavoro in conformità a questi e agli scopi tecnici ed economici che si è prefisso, provvede alla vendita delle merci.

– Lavoro e prodotto del lavoro non si identificano più per il produttore; il primo si svolge sotto la direzione di altri, il secondo non gli appartiene nemmeno nel modo più indiretto; il prodotto del lavoro si pone dinanzi al produttore come un oggetto estraneo (Estraniazione) che serve ad alimentare la macchina del profitto.

– Il lavoro, per chi non possiede altri mezzi per vivere, è un’attività svolta in seguito alla vendita della propria forza-lavoro.

– Perché tale vendita sia possibile occorrono: una società in cui si trovano individui disposti a vendere la loro forza-lavoro (Classe, Proletariato), una funzione giuridica che garantisca la parità e la libertà contrattuale tra compratore e venditore di forza-lavoro (Diritto), la convinzione – prevalente nella società su ogni altra – che tutto ciò sia giusto o, quanto meno, che non abbia alternative (Ideologia).

– L’uomo vende la sua forza-lavoro senza altro scopo reale che la sopravvivenza; la sua vita non si svolge nel tempo di lavoro ma fuori da questo; il suo lavoro è, come si dice, alienato (Alienazione).

– Fuori dal luogo di lavoro l’uomo non solo è costretto a contribuire al profitto di altri capitalisti attraverso l’acquisto delle merci necessarie alla sua sussistenza, ma può constatare che la sua condizione di venditore di forza-lavoro è oltreché un fatto economico anche un fatto sociale: nella società divisa in classi e basata sulla divisione del lavoro egli è semplicemente un elemento utile e intercambiabile al meccanismo di produzione. Fuori da questo, non conta; se conta qualcosa, ciò è dovuto ai risultati della sua lotta organizzata.

– Ciò che il capitalista acquista col salario non è il lavoro svolto dal produttore ma una parte del suo tempo; la quantità di tempo necessaria per fabbricare un oggetto misura il suo valore di scambio; la misura del tempo quindi è «un dato indispensabile» alla produzione e si concreta nei calcoli relativi alla giornata lavorativa, basati sui tempi del lavoro socialmente necessario e sulla forza produttiva o produttività del lavoro che dipende dal grado medio di abilità dell’operaio e dal grado di sviluppo tecnologico degli impianti.

Quanto maggiore è la forza produttiva, tanto minore è il tempo di lavoro necessario per produrre una data quantità di merce nell’unità di tempo; ciò indica che per ottenere una certa produzione giornaliera si può ricorrere tanto al miglioramento degli impianti quanto a un aumento delle ore lavorative nella giornata. Il capitalismo industriale è ricorso e ricorre indifferentemente alle due soluzioni. La durata della giornata lavorativa è stata ed è calcolata sulla base di pure esigenze economiche: l’uomo è qui semplicemente il mezzo per raggiungere uno scopo a lui estraneo, cifra dì un calcolo economico in cui, fino a quando non riguarda l’entità del profitto, la durata della vita della forza- lavoro è priva di interesse. Il calcolo infatti deve limitarsi a prevedere un logoramento «normale» di tale forza; ma, si chiedeva Engels, che cosa vuoI dire normale? Il termine è molto vago e su questo si sviluppa una controversia tra classe operaia e capitalisti che solo la forza può decidere; di qui la lunga lotta per definire la durata contrattuale della giornata lavorativa normale.

Il contratto di lavoro, come definizione della durata della giornata di lavoro, cioè la conquista di una legge dello Stato che si sostituisce al contratto «volontario» col capitale, costituisce una vittoria rivoluzionaria decisiva nel difficile cammino verso l’emancipazione del lavoro dallo sfruttamento.

– Il lavoro intellettuale (Intellettuale) non è un lavoro produttivo in quanto produce idee, opere d’arte, ecc., ma in quanto produce un plusvalore; infatti

«La stessa specie di lavoro può essere produttiva o non produttiva. Milton, per esempio, che ha scritto il Paradiso perduto. era un lavoratore improduttivo. Invece lo scrittore, che fornisce lavoro al suo editore, è un lavoratore produttivo. Milton produsse il Paradiso perduto per lo stesso motivo per cui il baco da seta produce seta. Era una manifestazione della sua natura. Egli vendette poi il prodotto per 5 1st. Ma il letterato proletario di Lipsia, che sotto la direzione del suo editore produce libri (per esempio compendi di economia), è un lavoratore produttivo, poiché la sua produzione è a priori sottoposta al capitale, e ha luogo solo per farlo fruttare» Marx, Storia delle teorie economiche, vol. I, p. 387.

– Lavoro utile è quello che porta alla formazione di valore d’uso ed è perciò condizione necessaria per l’esistenza umana; in questo senso è indipendente dalla forma di società in cui si svolge, essendo il suo scopo quello della mediazione nel rapporto tra uomo e natura.

– L’espressione lavoro astratto indica il lavoro in genere considerato facendo astrazione dalle caratteristiche dei diversi lavori concreti; indica, in sostanza, l’elemento comune a ogni tipo di lavoro.

– Il lavoro morto è quello che si è fissato, in quanto svolto precedentemente, nei mezzi di produzione. Questi sono infatti prodotti di un lavoro che si è, per così dire, materializzato in essi; i proprietari dei mezzi di produzione dominano il lavoro vivo, cioè il lavoro attuale, che senza i relativi strumenti non potrebbe essere svolto (Capitale costante e variabile).

Il lavoro semplice è quello svolto dal lavoratore sprovvisto di una preparazione specifica, impiegato dunque nelle operazioni più elementari; il lavoro composto è invece quello svolto dal lavoratore fornito di una preparazione specifica che lo mette in grado di compiere operazioni più complesse. Questa distinzione è fondamentale per comprendere in che modo è fissato il valore di scambio di una merce; merci che sono prodotte dalla stessa quantità di lavoro hanno infatti valori molto diversi a seconda della qualità del lavoro che è in essi rappresentato, nel senso che avranno un valore sempre più alto a seconda dalla maggior complessità del lavoro necessario per produrre una merce. Il conteggio viene effettuato moltiplicando il dato relativo al lavoro semplice per un coefficiente proporzionale alla complessità del lavoro.


Dizionario enciclopedico marxista

Crediti
 Autori Vari
 Dizionario enciclopedico marxista
  www.resistenze.org
  a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare di Torino
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