Questo termine viene generalmente usato per indicare la situazione in cui a una fase di sviluppo favorevole alla classe rivoluzionaria subentra un momento di stasi o di regresso.
In particolare Gramsci osservò che, qualora venga a mancare la capacità di determinare un’egemonia da parte della classe rivoluzionaria, «… la situazione rimane inoperosa, e possono darsi conclusioni contraddittorie: la vecchia società resiste e si assicura un periodo di respiro, sterminando fisicamente l’élite avversaria e terrorizzando le masse di riserva» Gramsci, Quaderni del Carcere, p. 1588.
Il concetto di riflusso può essere inteso come il regresso di un movimento sociale o politico verso condizioni e situazioni negative o nettamente inferiori, dopo un periodo di forte tensione e aspettative rivoluzionarie. Il riflusso è anche caratterizzato dal ripiegamento nella sfera del privato, con concomitante disimpegno politico e sociale, e dal ritorno a valori ritenuti superati o retaggio del passato. Il termine riflusso è stato usato spesso per descrivere il clima culturale e politico degli anni ’80 del Novecento, dopo il ’68 e il boom economico. Il marxismo, invece, è una scuola di pensiero sociale, economica e politica basata sulle teorizzazioni di Karl Marx e Friedrich Engels, filosofi tedeschi del XIX secolo, oltre che economisti, sociologi, giornalisti e rivoluzionari socialisti. Il marxismo si propone di analizzare le contraddizioni e le crisi del capitalismo e di promuovere una società comunista fondata sul materialismo storico e sulla dialettica.
Riforme
Trasformazioni graduali dell’organizzazione economica e politica di una determinata società. La loro caratteristica essenziale è che vengono attuate e dirette dalla classe che detiene il potere economico e politico.
Secondo la concezione materialistica della storia, una serie anche organica di riforme non può in generale modificare nel suo complesso la natura reale dei rapporti di produzione. Il passaggio da una formazione economico-sociale a un’altra ad essa superiore, infatti, è sempre avvenuto principalmente attraverso un periodo di rivoluzione sociale, e di radicale e relativamente rapida sostituzione dei vecchi rapporti di produzione con dei nuovi più adeguati al grado di sviluppo delle forze produttive.
Le riforme, la loro natura e i loro limiti costituiscono uno degli argomenti centrali affrontati nell’elaborazione tattica e strategica (Strategia e tattica), oltre che nell’analisi più strettamente teorica, del movimento operaio.
Nelle diverse e alterne fasi di sviluppo della lotta di classe nella società capitalistica, le riforme hanno costituito talvolta l’obiettivo essenziale delle rivendicazioni operaie; oppure, in altre situazioni, l’attenzione esclusiva all’ottenimento di alcune riforme parziali, è stata considerata come motivo di limitazione della coscienza rivoluzionaria della classe operaia. In generale ciò dipende, oltre che da considerazioni tattiche contingenti, soprattutto dal carattere stesso delle riforme, che come tali sono delle «concessioni» strappate alla classe dominante dalla lotta dei lavoratori (Sindacato).
L’effettivo significato storico di questa o quella riforma deriva dalla valutazione dei rapporti di forza che si stabiliscono tra le classi in lotta nel momento della rivendicazione, della definizione e della concreta attuazione delle riforme stesse. Infatti, secondo la concezione marxista, le riforme sono in ogni caso obiettivi tattici e dipende precisamente dalla prospettiva strategica in cui sono inserite il ruolo e la funzione positiva che esse possono svolgere. Ad esempio nei governi di Fronte popolare e nei periodi di transizione, come la Democrazia Progressiva, le riforme svolgono una funzione determinante per il raggiungimento dello stesso obiettivo strategico della costruzione della società socialista.
Riforme fondamentali come la riforma agraria o la nazionalizzazione delle grandi industrie e dei settori più importanti del commercio, costituiscono il presupposto stesso per ogni ulteriore sviluppo rivoluzionario.
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