Scienza
In generale indica un insieme organico di conoscenze ottenute con criteri adatti a garantirne l’oggettività, vale a dire la corrispondenza con i fatti reali.

In questo senso si parla di scienza, anche nell’uso comune, per sottolineare le differenze tra questo tipo di conoscenza e altri tipi possibili ma non basati sugli stessi criteri; l’uso della parola al singolare ha pertanto questo significato generico, non è sinonimo di scienze naturali, ma comprende le conoscenze più diverse per contenuto e per metodo.

Nelle opere di Marx e di Engels scienza e il corrispondente aggettivo scientifico sono usati innanzitutto per indicare conoscenze diverse da quelle proprie dell’ideologia, cioè dalla rappresentazione distorta e unilaterale della realtà che maschera gli interessi di classe. Se si considera ad esempio la conoscenza ideologica della storia, si può osservare che essa ha «puramente e semplicemente ignorato» la base reale della storia stessa, si è inoltrata «sul terreno speculativo», ha deformato la realtà fino «al punto di fare della storia successiva lo scopo della storia precedente». Di conseguenza la storia è stata descritta e interpretata secondo criteri che le erano estranei lasciando fuori «la produzione reale della vita» sbrigativamente giudicata come un fatto precedente e non riguardante la storia stessa e attribuendo a tutto quello che era storico un carattere immateriale, «separato dalla vita comune». In questo modo «il rapporto dell’uomo con la natura è quindi escluso dalla storia, e con ciò è creato l’antagonismo tra natura e storia». La conoscenza scientifica della storia, se vuole essere davvero «scienza», non può invece escludere il rapporto uomo/natura, non può ignorare che la storia è indissolubilmente legata con «la produzione della vita materiale stessa», i cui modi e gradi di sviluppo procedono insieme ai rapporti tra gli uomini nella società costituendo così gli elementi stessi della storia (Materialismo storico).

Ciò vuol dire, in primo luogo, rifiutare la tradizionale separazione tra mondo dell’uomo e mondo della natura e quindi tra le rispettive scienze; proprio questa scissione, frutto della divisione del lavoro nella società, ha permesso di isolare le idee dalla realtà e di assegnare loro una sfera apparentemente autonoma ma, di fatto, condizionata dalla concreta attività materiale degli uomini. Di conseguenza le asserzioni sull’uomo, la natura, ecc., vanno ricondotte alla loro base reale e verificate nella prassi; solo allora «cessa la speculazione» e ha inizio «la scienza reale e positiva, la rappresentazione dell’attività pratica», l’effettiva analisi del processo di produzione intorno a cui si muovono le vicende della storia; solo allora «cadono le frasi sulla coscienza ed al loro posto deve subentrare il sapere reale».

In secondo luogo le scienze naturali, delle cui ipotesi esiste costantemente una doppia verifica, provano in concreto che il pensiero è in grado di produrre conoscenze valide, conformi alla realtà. Ciò viene dimostrato appunto in due modi: le asserzioni di queste scienze subiscono un controllo sperimentale prima di essere accettate e vengono tradotte in elementi tecnici della produzione materiale mediante l’applicazione su vasta scala. Sono, in altri termini, verificate «nell’esperimento e nell’industria». Riconoscere questa capacità del pensiero organizzato nelle scienze naturali non significa assolutamente immaginare che i loro procedimenti specifici siano validi al di fuori del loro campo, ma semplicemente rilevare che esistono settori della realtà nei quali il pensiero è in grado di elaborare conoscenze oggettive; con tale riconoscimento vengono eliminate le controversie sulla conoscibilità del reale e le soluzioni negative che vi sono connesse: perciò Marx dirà che le scienze della natura «formano la base di ogni conoscenza» (Materialismo dialettico).

A questo punto si può comprendere cosa intendono Marx e Engels quando parlano di scienza in contrapposizione a ideologia. «Scienza della storia», per esempio, vuol dire «… spiegare il processo reale della produzione, e precisamente muovendo dalla produzione materiale della vita immediata, assumere come fondamento di tutta la storia la forma di relazioni che è connessa con quel modo di produzione e che da esso è generata, dunque la società civile nei suoi diversi stadi, e sia rappresentarla nella sua azione come Stato, sia spiegare partendo da essa tutte le varie creazioni teoriche e le forme della coscienza, religione, filosofia, morale, ecc. ecc. e seguire sulla base di queste il processo della sua origine, ciò che consente naturalmente anche di rappresentare la cosa nella sua totalità (e quindi anche la reciproca influenza di questi lati diversi l’uno sull’altro). Essa non deve cercare in ogni periodo una categoria, come la concezione idealistica della storia, ma resta salda costantemente sul terreno storico reale, non spiega la prassi partendo dall’idea, ma spiega la formazione di idee partendo dalla prassi materiale, e giunge di conseguenza al risultato che tutte le forme e prodotti della coscienza possono essere eliminati non mediante la critica intellettuale, risolvendoli nell’autocoscienza o trasformandoli in spiriti, fantasmi, spettri, ecc. ma solo mediante il rovesciamento pratico dei rapporti sociali esistenti …» Marx, Ideologia tedesca in Opere, V, p. 39.

Analogamente si comprende cosa significhi l’aggettivo «scientifico» che si accompagna al sostantivo socialismo; esso vuole sottolineare che le sue asserzioni poggiano sulla conoscenza scientifica della storia, che da questa ha potuto trarre le leggi generali dello sviluppo della società e quindi le linee di tendenza della storia futura (Socialismo).

Nelle opere di Marx e di Engels la parola scienza viene anche usata per indicare le scienze naturali; i temi che affiorano in questo caso sono a loro volta di grandissima importanza: infatti «con la produzione capitalistica si ha la separazione della scienza dal lavoro. Contemporaneamente si ha l’impiego della scienza in quanto tale nella produzione materiale». Con queste parole Marx mette a punto una serie di problemi particolarmente sentiti nel presente momento storico. «La scienza come prodotto intellettuale generale dell’evoluzione sociale» si presenta come «direttamente incorporata al capitale», ben distinta nei processi di produzione «dal sapere e dalle capacità del singolo operaio»: frutto di un’avanzatissima divisione del lavoro essa gli appare come uno strumento nelle mani del capitale, ostile e incomprensibile. Di più, non solo il modo di produzione capitalistico ha creato per la prima volta i mezzi materiali di indagine, osservazione, sperimentazione «sui quali si fondano le scienze» ma queste hanno assunto il ruolo di «strumenti di arricchimento» sia per coloro che possiedono i mezzi di produzione sia per gli stessi scienziati che «entrano in concorrenza tra loro nell’intento di trovare un’applicazione pratica» alle varie scoperte scientifiche; così «l’invenzione diviene un mestiere particolare».

Ne sono derivati diffidenza o rifiuto della scienza e della tecnica e superficiali condanne dell’una o dell’altra, bollate come elementi costitutivi e inscindibili del capitale; ma questo per Marx è l’atteggiamento proprio delle forme di socialismo che ritenevano la piccola proprietà contadina e l’artigianato i modelli ai quali la società avrebbe dovuto tendere, e che coincidevano perciò con le nostalgie dei movimenti più reazionari.

Le scienze della natura si sviluppano prodigiosamente con l’affermarsi del modo di produzione capitalistico, ne ricevono un impulso senza precedenti, ma sono per così dire gestite in proprio dal capitalismo stesso, crescono nelle sue istituzioni e perseguono i suoi interessi per la parte che è di loro competenza. Eppure secondo Marx e Engels le scienze sono la base di ogni conoscenza, sono la prova che il pensiero riesce a rappresentare in modo corretto la realtà. Questa apparente contraddizione che ricompare oggi nelle discussioni sulla «neutralità della scienza» ha la sua ragion d’essere nel modo semplicistico di porre questo tema: se la scienza è asservita al capitale non può essere neutrale, è uno degli strumenti del suo dominio, va rifiutata. I termini della questione sono però ben altri e possono così essere sintetizzati: la scienza non è neutrale non a livello delle sue affermazioni su un certo fenomeno – «non conosco logaritmi gialli», diceva Marx – ma nella scelta dei problemi da risolvere; questi infatti non provengono, se non in misura marginale, dalle esigenze di sviluppo organico di una data disciplina scientifica, ma sono imposti dall’esterno in funzione delle necessità più o meno direttamente connesse con la produzione materiale, il cui fine nell’epoca del capitalismo è il profitto.

Questa dipendenza non si attua soltanto nelle forme dirette di finanziamento delle ricerche e dell’inclusione di istituti di ricerca nelle grandi imprese, ma anche in forme indirette quali il controllo degli orientamenti di studio, la creazione di una scala di importanza e di attualità nella quale classificare i vari problemi, ecc.

Tuttavia le scienze della natura restano «la base di ogni conoscenza», «il banco di prova della dialettica»; piegate agli interessi del capitale per quanto riguarda la selezione dei temi di ricerca e le applicazioni concrete, esse sviluppano forme di conoscenza che contrastano le ideologie del capitalismo e in quanto forza di produzione specifica entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti (Dialettica della natura, Materialismo dialettico).


Crediti
 Autori Vari
 Dizionario enciclopedico marxista
  www.resistenze.org
  a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare di Torino
 SchieleArt •   • 




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