Stato
Nella concezione materialistica della storia è l’istituzione giuridico-politica sorta per il controllo degli antagonismi di classe, che si pone come strumento di potere della classe dominante di cui è l’espressione.

«Come lo Stato antico fu anzitutto lo Stato dei possessori di schiavi al fine di sottomettere gli schiavi, così lo Stato feudale fu l’organo della nobiltà per mantenere sottomessi i contadini, servi o vincolati, e lo Stato rappresentativo moderno è lo strumento per lo sfruttamento del lavoro salariato da parte del capitale» Engels, L’origine della famiglia, p. 202.

Lo Stato non è dunque sempre esistito, la sua costituzione è legata alla comparsa della proprietà privata e delle classi e la sua forma segue l’evoluzione dei rapporti di produzione: ma la sua sostanza, che è quella di stabilire un «ordine» per la legalizzazione e il consolidamento del dominio, non muta. Di conseguenza esso cesserà di esistere solo nella società comunista, quando sarà eliminata la struttura economico-sociale che ne è alla base.

Nella società capitalistica lo Stato tende sempre più ad affermarsi come un’entità distinta e sovrapposta alla società e ad accentuare il carattere di «macchina oppressiva»; ciò è dovuto al fatto che nello Stato moderno, così come si è andato formando dopo il periodo feudale, il potere ha assunto un carattere fortemente centralizzato, per il quale si è dovuta creare un’organizzazione burocratica e parassitaria di funzionari, che lo ha sempre più estraniato dalla società.

«La burocrazia è il formalismo di Stato della società civile. Essa è la coscienza dello Stato, la volontà dello Stato, la forza dello Stato in quanto è una corporazione (…) dunque una società particolare, chiusa, nello Stato» Marx, Critica della filosofia hegeliana del diritto, in Opere III, p. 52.

Tuttavia la democrazia borghese presenta per il proletariato dei «grandi vantaggi»; essa infatti non solo afferma le libertà politiche che permettono lo sviluppo del proletariato stesso ma, nel farlo, scopre i propri limiti e le proprie contraddizioni. Infatti i concetti di sovranità popolare e di uguaglianza dei cittadini, che sono i cardini teorici su cui essa poggia, sono contraddetti dal permanere della proprietà privata dei mezzi di produzione: ne deriva che la libertà per la stragrande maggioranza dei cittadini è puramente formale.

«La situazione stessa della borghesia come classe genera inevitabilmente, nella società capitalistica la sua incongruenza nella rivoluzione democratica, il proletariato come classe, per la sua stessa situazione, è costretto ad essere conseguentemente democratico» Lenin, Le due tattiche della socialdemocrazia, in Opere scelte, vol. unico, p. 73.

La democrazia reale e completa per tutti i cittadini si potrà avere nella società comunista, quando non esisteranno più lo sfruttamento e l’oppressione di classe con tutti gli effetti a ciò connessi; tra l’attuale democrazia borghese e quella comunista deve necessariamente intercorrere un periodo nel quale il proletariato, come classe dominante, esercita il potere in nome della maggioranza sulla minoranza, cioè la dittatura del proletariato.

«Il proletariato ha ancora bisogno dello Stato, ne ha bisogno non nell’interesse della libertà, ma nell’interesse dell’assoggettamento dei suoi avversari, e quando diventa possibile parlare di libertà, allora lo Stato come tale cessa di esistere» Engels, Lettera a Bebel, in Lenin, La Comune di Parigi, p. 42.

Secondo Lenin questa fase è legata a condizioni specifiche: essa è ovunque necessaria per il passaggio al comunismo, ma non dappertutto assume le stesse forme e gli stessi modi di attuazione, i quali dipendono anche dall’atteggiamento della classe antagonista, la borghesia. Così ad esempio il problema della restrizione del voto non era per Lenin un «problema generale della dittatura», ma era connesso alle condizioni particolari di ogni singola rivoluzione.

Secondo Engels, ripreso in tutto da Lenin, la dittatura del proletariato non è più lo Stato nel senso proprio del termine: in essa sono già posti elementi di «autogoverno della società», per i quali lo Stato cessa di essere un corpo estraneo dando così inizio alla sua estinzione. In concreto le cose sono andate diversamente da come Lenin aveva previsto, ma va ricordato che nel periodo in cui egli si era occupato di questo argomento non era ancora prevedibile la costruzione del socialismo in un solo paese, né l’accerchiamento capitalistico dell’URSS, con le note conseguenze sul piano interno (Socialismo). Da rilevare la lotta di Lenin al burocratismo nel quale erano insite serie minacce alla democrazia socialista fondata soprattutto sulla partecipazione delle masse alla gestione politica.

La concezione marxista dello Stato ha dunque capovolto quella propria della storiografia (Storia) precedente fino ad Hegel: laddove questa si dibatteva in una contraddizione insolubile tra uno Stato dotato di vita autonoma indipendente dalla base materiale su cui si fondava e gli individui in carne e ossa che agivano nella società, il materialismo storico rivela il nesso tra lotta di classe e Stato, tra classe dominante e Stato, tra rapporti di produzione e Stato e poiché questo nesso è mediato dal momento politico istituzionale (diritto, leggi, ecc.) ne deriva «l’illusione che la legge riposi sulla volontà e anzi sulla volontà strappata dalla sua base reale, sulla volontà libera».


Crediti
 Autori Vari
 Dizionario enciclopedico marxista
  www.resistenze.org
  a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare di Torino
 SchieleArt •   • 




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