Questo termine, che letteralmente vuol dire «che non è in nessun luogo», viene usato nel marxismo in due modi diversi, uno negativo e l’altro positivo.
Il primo è legato al rifiuto di una corrente di pensiero che riprendeva, più o meno consapevolmente, un tema illustrato da Tommaso Moro in una celebre opera dal titolo significativo Della migliore costituzione di uno Stato e della nuova isola di Utopia (1516); essa può essere considerata il prototipo di tutte le opere successive in cui si descrivevano, talvolta fin nel dettaglio, Stati o società ideali. Con la differenza che nella prima metà del secolo XVI la «nuova isola» era la manifestazione di un grande pensiero critico nei confronti della realtà di quel tempo; tre secoli dopo, quando vivevano ancora Fourier e Saint-Simon, era una nobile moda letteraria i cui seguaci si sarebbero ben presto appellati «alla filantropia dei cuori e dei portafogli borghesi». A questo «socialismo e comunismo critico-utopistici», senza mai disconoscerne i meriti, viene opposto il socialismo scientifico che non comporrà «romanzi» su una futura società ideale ma studierà il «movimento reale» che porta alla trasformazione della società. L’utopia come «ricetta per le cucine dell’avvenire» viene bandita da Marx e da Engels. Il secondo modo di intendere l’utopia si fonda su questa considerazione: pur non contenendo specifiche anticipazioni sulla futura società il marxismo implica più di un generico riferimento alla fine delle classi, dello sfruttamento, dello Stato; quest’epoca nuova dell’umanità è lo scopo del marxismo stesso. A meno di non catalogarlo come un’analisi della società presente senza altri fini che la sua corretta descrizione, senza alcuna richiesta, di un qualsiasi impegno personale; in tal caso né il «partito» né l’azione avrebbero un senso. Da qui l’affermazione che l’utopia, intesa come risultato lontano ma non immaginario, come obiettivo storico generale indicato dalla conoscenza scientifica dello sviluppo della società, ha nel marxismo una funzione di stimolo all’attività rivoluzionaria. Ernst Bloch, per esempio, ha chiamato «utopia concreta» la forza latente ma operante «di una realtà ultima che influisce concretamente su quella attuale».
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