Dimensione misteriosa della non-località
L’aspetto più sorprendente e intrigante che emerge dalla fisica quantistica è che le particelle subatomiche sono in grado di scambiarsi informazioni istantaneamente, cioè sono connesse in modo non-locale; In parole povere, l’informazione non attraversa nessun luogo fisico per collegare le due particelle; il livello non-locale è un livello puramente psichico (per evitare di usare il termine spirituale), cioè costituito da pura informazione, o intelligenza.

Si potrebbe anche sostenere che le due particelle sono separate solo in apparenza rimanendo, in effetti, una cosa, poiché si comportano proprio così. Questo non risolve il problema. Se le due particelle fossero ancora una sola cosa, allora l’intero universo dovrebbe essere uno, cioè non sarebbe composto da oggetti separati (se non a livello macrofisico) mentre a livello subatomico sarebbe un’unica realtà, quell’Unus Mundus che emerse dalla collaborazione di Jung e Pauli o dall’universo implicato teorizzato da David Bohm. Anche in questo caso, però, sarebbe necessaria un’unica intelligenza universale per governare il Cosmo.

Albert Einstein si oppose fermamente al principio di non-località perché violava le leggi fisiche, anche quelle da lui stesso formulate, tutte basate sulla località. Nel 1982, a seguito degli esperimenti condotti da Alain Aspect, la teoria dell’entanglement e con essa il concetto di non-località vennero definitivamente confermati. Da allora sappiamo che il realismo locale che percepiamo nella nostra dimensione non è una legge assoluta di natura.

A questo punto diventa possibile immaginare che spazio e tempo siano inconsistenti ed esistano solo a livello percettivo. L’esperimento di Aspect ci ha mostrato che esiste una connessione tra le particelle che va oltre lo spazio-tempo. Inoltre, poiché l’intero universo è costituito da particelle, possiamo chiederci se il fenomeno della non-località debba essere confinato solo alla realtà subatomica o se possa verificarsi anche tra oggetti più grandi, o anche tra esseri viventi.

È possibile che organismi biologici, come gli esseri umani, accedano al livello non-locale? Se la risposta fosse sì, allora potremmo immaginare uno scambio di informazioni tra organismi diversi attraverso mezzi non convenzionali, attraverso quella dimensione misteriosa che è la non-località.

Questa possibilità, infatti, non è da escludere, anzi esiste ed è molto diffusa e ben nota. Si chiama telepatia.

Una caratteristica della telepatia è che funziona meglio tra persone che sono legate da particolari legami affettivi o di parentela, come madri e figli, cioè entangled tra loro emotivamente.

Il nostro cervello è certamente in grado di elaborare desideri per connettersi con le persone a noi più vicine. Forse la non-località rappresenta il mezzo finora sconosciuto attraverso il quale tali comunicazioni possono effettivamente aver luogo. Anche se gli esseri umani non sanno usare pienamente la telepatia, hanno comunque i mezzi per farlo, cioè una mente capace di elaborare i pensieri e desiderarne la trasmissione. A volte questo accade spontaneamente, cioè accade anche se non riusciamo a spiegare come avvenga.

La telepatia consiste probabilmente in un fenomeno di correlazione tra le menti. La coscienza, nell’esercizio della sua capacità di sviluppare intenzioni, può correlare due cervelli mettendoli in uno stato entangled.

Un altro aspetto che potrebbe essere legato alla non-località è quello relativo ai fenomeni di preveggenza e premonizione.

Nel livello non-locale, infatti, si possono riconoscere grandi corrispondenze con l’inconscio collettivo, il livello cosmico teorizzato da Jung che racchiude tutta la storia e la saggezza dell’umanità nella sua evoluzione. La possibilità di un entanglement che si sviluppa a livello non-locale coincide con la possibilità di un livello di coscienza collettivo e rende plausibile che le coscienze individuali possano accedere ai suoi contenuti passati, presenti e futuri.

In questo senso gli esperimenti di Alain Aspect e dei suoi collaboratori potrebbero essere considerati anche esperienze di metafisica quantistica. Dimostrando la non-località hanno anche dimostrato l’esistenza di un livello trascendente la realtà dello spazio-tempo, e hanno sconfessato l’ipotesi di un universo unicamente materiale.

Brian Josephson è un fisico gallese, nato a Cardiff nel 1940. Quando aveva solo 22 anni ha scoperto l’effetto Josephson, e in conseguenza di ciò nel 1973 ha ricevuto il Premio Nobel per la fisica.

Josephson è uno degli scienziati più famosi secondo cui è possibile che i fenomeni parapsicologici siano reali. Si è cimentato particolarmente nello studio del misticismo orientale, e dei possibili risvolti che esso potrebbe presentare in relazione all’interpretazione dei fenomeni scientifici in chiave mistica o metafisica.

In particolare, Josephson afferma che uno dei suoi metodi guida è: nullius in verba (Non dar fiducia alle parole di nessuno) con riferimento al fatto che:

…se tutti gli scienziati bocciano un’idea, ciò non dev’essere necessariamente considerato come una prova che la suddetta idea sia assurda; al contrario, occorre esaminare con cura le presunte motivazioni di tali opinioni e giudicare quanto bene queste reggano ad un attento esame.

Un universo entangled

Brian Greene è un fisico statunitense, tra i più importanti studiosi della teoria delle stringhe. Nel 2014 è stato pubblicato, nella versione italiana, il suo libro La trama del cosmo. Spazio, tempo, realtà.

In questo libro, concentrandosi sull’enigma del tempo, Greene stabilisce che nessuna regola fisica conferma l’idea che esso scorra in una particolare direzione. Inoltre, tra i temi di questo libro troviamo, oltre a un’esposizione di base della teoria delle stringhe, la trattazione dell’entanglement quantistico. Greene ritiene che l’universo sia un tutto intrinsecamente entangled e coerente con sé stesso.

Un’altra conferma autorevole viene dal libro The Non-Local Universe: The New Physics and Matters of the Mind, testo scritto da due fisici, Robert Nadeau e Menas Kafatos. Da questo testo propongo un brano molto citato:

Tutte le particelle della storia del cosmo hanno interagito con altre particelle nella maniera rilevata dagli esperimenti di Aspect. Virtualmente qualunque cosa nel nostro ambiente fisico immediato è fatto di quanti che hanno interagito in questa maniera con altri quanti dal big bang al momento presente. (…) L’universo potrebbe essere una vasta rete di particelle, che rimangono in contatto tra loro a qualsiasi distanza, in tempo zero e in assenza di trasferimento di energia o di informazione. Questo suggerisce, per quanto strana o bizzarra la cosa possa apparire, che tutta la realtà fisica è un Singolo Sistema Quantistico che risponde coralmente a ulteriori interazioni.

In effetti, se consideriamo la teoria del Big Bang, il suo assunto di base risulta essere la potentissima esplosione, avvenuta circa 15 miliardi di anni fa, di una singolarità puntiforme di energia da cui sarebbe nato, grazie a una espansione ancora in corso, tutto l’universo. Ciò significa che l’universo intero era inizialmente compresso in una realtà di densità pressoché infinita. Il fatto che tutte le particelle fossero così strettamente connesse e che siano nate tutte dal medesimo evento esplosivo rende legittimo pensare che tutte le particelle dell’universo, in realtà, siano entangled tra loro.

Crediti
 Bruno Del Medico
 Tutti i colori del'entanglement
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