Dinanzi al colpevole, c’è sempre un’ultima vaghezza

Quando la vita si accendeva, nel desiderio o nella pena, o anche nella riflessione, gli eroi omerici sapevano che un dio li agiva. Lo subivano e lo osservavano, ma ciò che avveniva era una sorpresa innanzi tutto per loro. Così spossessati della loro emozione, delle loro vergogne, ma anche delle loro glorie, furono i più cauti nell’attribuirsi l’origine degli atti. Nessuna psicologia ha fatto un passo oltre, da allora, se non nell’inventare, per quelle potenze che ci agiscono, nomi più lunghi, più numerosi, più goffi, meno efficaci, meno affini alla grana di ciò che accade, sia piacere o terrore. I moderni sono fieri soprattutto della loro responsabilità, ma così pretendono di rispondere con una voce di cui non sanno neppure se a loro appartiene. Gli eroi omerici non conoscevano una parola ingombrante come responsabilità, e non l’avrebbero creduta. Per loro, è come se ogni delitto avvenisse in stato di infermità mentale. Ma quell’infermità significa qui presenza operante di un dio. Ciò che per noi è infermità, per loro è infatuazione divina. Sapevano che quell’invadenza dell’invisibile portava con sé, spesso, la rovina: tanto che, col tempo, perché passò a significare “rovina”. Ma sapevano anche e Sofocle lo disse, che ‹‹nulla si avvicina di grandioso alla vita mortale senza l’te››. Il popolo ossessionato dalla tracotanza (hýbris) era anche quello che guardò con la massima incredulità alla pretesa che ha il soggetto di fare qualcosa. Ciò che il soggetto sicuramente fa è il mediocre; appena un soffio di grandezza, di ogni genere, turpe o virtuosa, lo sfiora non è più il soggetto ad agire. Poi il soggetto si accascia come un qualsiasi medium appena le voci lo abbandonano. Per gli eroi omerici non sussisteva il colpevole, ma la colpa, immensa. Era il miasma, che impregna sangue, polvere e lacrime. Non distinguevano, con intuizione a cui i moderni non sono ancora giunti, dopo essersene distaccati, il male della mente e il male della cosa, l’assassinio e la morte. La colpa è come un masso che sbarra la strada; è palpabile, incombente. Forse il colpevole la subisce non meno della vittima. Dinanzi alla colpa vale solo il calcolo spietato delle forze. Dinanzi al colpevole, c’è sempre un’ultima vaghezza. Non si riesce mai ad accertare sino a che punto sia davvero tale, perché il colpevole fa corpo con la colpa e ne seguirà la meccanica. Forse schiacciato, forse abbandonato, forse liberato. Mentre la colpa rotola avanti su altri, a formare altre storie, altre vittime.

Crediti
 Roberto Calasso
 Pinterest •   • 




Quotes per Roberto Calasso

L'opinione, come un paterno benefattore, ci rassicura e rinsalda nei bastioni dell'io, che sono appunto istoriati di opinioni. Che cosa ostenta l'uomo emancipato, se non opinioni? È un modo di mostrare le impronte digitali del suo io. La magia nera dell'opinione opera con tale incomparabile efficacia perché l'opinione è un linguaggio ragionevole – e ragionevolezza non implica coscienza.  I quarantanove gradini

Le storie non vivono mai solitarie: sono rami di una famiglia, che occorre risalire all'indietro e in avanti.

Una delle malattie più gravi di cui soffriamo è quella del Pieno: la malattia di chi vive in un continuo mentale occupato da un vorticare di parole smozzicate, di immagini stolidamente ricorrenti, di inutili e infondate certezze, di timori formulati in sentenze prima che emozioni.

La visione che ha finito per dominare nella tradizione occidentale è quella della creatio ex nihilo, cioè di un gesto sovrano da cui tutto parte. La tradizione indiana si colloca all'opposto: c'è una pienezza che precede il mondo - ed è tutto ciò che già esiste, in uno stato di latenza, in Prajapati. Il mondo è il risultato del rompersi di questa pienezza e comincia a vivere nel momento in cui dilagano le acque che gli scorrono dentro.

Narrare è un andare avanti e un volgersi indietro, un movimento ondoso nella voce, una perenne cancellazione di confini.