
Sì, ma chi fuma solo una sigaretta? Chi lo fa per provare ma ne resta disgustato, oppure chi sa come stanno le cose e smette prima di diventare dipendente. È rarissimo che a una persona non piacciano i prodotti animali. Sono cibi che quasi tutti amano, come me. Per cui è naturale volerne di più. Io so come stanno le cose, ma spesso mi ritrovo con una voglia così intensa da risultare invincibile. Come quasi tutti gli americani, sono cresciuto mangiandoli, per cui non ho avuto l’opportunità di smettere prima di sviluppare la dipendenza.
Ma in generale, i prodotti di origine animale sono dannosi per l’ambiente? Più che in generale e più che dannosi. Secondo le Nazioni Unite, l’allevamento «è uno dei due o tre fattori che contribuiscono maggiormente ai più seri problemi ambientali, su ogni scala, dal locale al globale. […] Dovrebbe essere uno dei settori su cui concentrare gli interventi quando si affrontano questioni come il degrado del suolo, i cambiamenti climatici e l’inquinamento dell’aria, la penuria e l’inquinamento delle risorse idriche e la perdita della biodiversità. Il bestiame ha un impatto enorme sui problemi ambientali.» Quindi perché darsi la pena di menzionare il fatto che esistono anche fattorie buone? Perché questo è un tema molto complesso da un punto di vista scientifico e psicologico, e la tentazione di semplificarlo troppo è enorme: selezioni oculatamente le statistiche utili, liquidi i sentimenti «irrazionali», ignori i casi marginali. E dato che già è difficile dare il giusto peso alle nostre scelte alimentari – e anche le persone intelligenti e sensibili cercano scappatoie per mantenere inalterato il loro stile di vita – le imprecisioni rischiano di passare per scorrettezze.
A proposito, ecco un’altra controargomentazione: i numeri sono così vaghi da risultare inaffidabili. Ho citato una fonte secondo cui l’allevamento contribuisce alle emissioni globali di gas serra per il 14,5 percento. Ma ne ho anche citata una secondo cui contribuisce per il 51 percento. E la stima inferiore non è stata fornita dalla Tyson Foods, il più grande produttore di carne americano, così come quella superiore non è stata fornita dalla PETA, l’associazione per la protezione degli animali. Si tratta probabilmente del dato in assoluto più rilevante riguardo al cambiamento climatico, e la stima superiore è più di tre volte quella inferiore. Se non posso essere più preciso, perché qualcuno dovrebbe fidarsi di quello che dico? Perché dovrebbe? Io posso essere più preciso. In appendice, dove presento la metodologia con cui sono stati ottenuti quei dati, spiego perché secondo me il 51 percento è una stima più accurata. Ma si tratta di sistemi complicati e interconnessi, e per quantificarli è necessario basarsi su una serie di presupposti. Anche gli scienziati più neutrali dal punto di vista politico si trovano ad affrontare questa sfida.
Prendi il passaggio alle auto elettriche. Come consideriamo la relativa pulizia della rete elettrica che fornisce l’energia alle macchine? In Cina, il 47 percento dell’elettricità deriva dal carbone, dunque un passaggio alle auto elettriche sarebbe una catastrofe per i cambiamenti climatici. Come valutiamo il fatto che serve il doppio dell’energia per produrre un’auto elettrica rispetto a una convenzionale? E le altre forme di danno ambientale, come l’estrazione di minerali rari per le batterie, un processo fortemente energivoro che sfrutta all’incirca lo 0,2 percento del materiale estratto, mentre il restante 99,8 (nel frattempo contaminato da prodotti tossici) viene buttato via senza essere trattato, producendo inquinamento? È pericoloso fare finta di sapere più di quanto sappiamo. Ma è ancora più pericoloso fare finta di sapere meno di quanto sappiamo. La differenza tra il 14,5 percento e il 51 percento è enorme, però anche la stima inferiore rende inequivocabilmente chiaro che se vogliamo fermare il cambiamento climatico non possiamo ignorare il contributo dei prodotti di origine animale.
Frankfurter chiese a Karski quanto fosse alto il muro del Ghetto di Varsavia. Se Karski avesse risposto che era alto tra i due metri e mezzo e gli otto metri, avrebbe fatto qualche differenza? Per gli ebrei che non erano in grado di scavalcarlo? Per Frankfurter che rifletteva sul loro destino? Per noi che giudichiamo Frankfurter? Ma se non sappiamo quanto è alto il muro, non possiamo elaborare un piano per scavalcarlo.
Ogni studio scientifico avanza le proprie proposte di cambiamento delle abitudini alimentari in risposta al cambiamento climatico, ma a grandi linee la sostanza è chiara. La valutazione più completa sull’impatto ambientale dell’industria dell’allevamento è stata pubblicata su Nature nell’ottobre 2018. Dopo avere analizzato i sistemi di produzione alimentare di tutti i paesi del mondo, gli autori giungono alla conclusione che mentre la popolazione denutrita che vive in povertà potrebbe in realtà mangiare una quantità leggermente maggiore di carne e latticini, il cittadino medio mondiale dovrebbe passare a un’alimentazione a base vegetale per prevenire danni ambientali catastrofici e irreversibili. Il cittadino medio americano e britannico dovrebbe tagliare i consumi di carne bovina del 90 percento e di latticini del 60 percento.
Ma come fa una persona a monitorare i propri consumi? Niente prodotti di origine animale prima di cena. Non porterà esattamente alla riduzione necessaria, ma grossomodo ci si avvicina, ed è facile da ricordare.
Possiamo salvare il mondo prima di cena
traduzione di Irene Abigail Piccinini
SchieleArt • •







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