Disputa con l'anima
Non so.
Cosa c’è da non sapere? Non so come ho fatto ad arrivare fin qui – ad avere imparato così tanto, a essermi convinto nel profondo della necessità di cambiare – eppure a dubitare ancora che cambierò. Secondo te c’è speranza? Che cambierai? Che l’umanità arriverà a capire.
Abbiamo già capito.
Che agiremo in base a quello che abbiamo capito.
Hai notato che spesso le conversazioni sul cambiamento climatico finiscono per chiamare in causa la speranza? Hai notato che spesso le conversazioni sul cambiamento climatico finiscono e basta? Perché sentiamo che c’è speranza e non è un problema rimandare la discussione.
No. Perché sentiamo che non c’è speranza ed è un problema discuterne.
In ogni caso, è la speranza a far sì che il tema dei cambiamenti climatici sia eclissato – nell’informazione e in politica, nelle nostre vite – da argomenti più «urgenti». Se tu fossi un medico, chiederesti a un malato di cancro se ha speranza? Forse sì. A quanto pare l’ottimismo aumenta le prospettive di guarigione.
Se tu fossi un medico, chiederesti a un malato di cancro se ha speranza, senza chiedergli anche quale percorso terapeutico intende seguire? No, probabilmente no.
E se ti dicesse che ha intenzione di non fare nulla? A quel punto gli chiederesti se ha speranza? Forse gli chiederei se si affida a un miracolo oppure se accetta la morte e basta.
Giusto. Se uno si trova davanti una crisi gravissima e decide di non affrontarla, chiedergli se ha speranza è come chiedergli se si af ida a un miracolo oppure se accetta la morte e basta.
In certi momenti scrivere questo libro mi ha dato speranza, ma perlopiù ho provato rabbia e disperazione.
Li hai rubati, questi piaceri.
La speranza? Sì, ma anche la rabbia e la disperazione.
Rubato? Senza dare niente in cambio.
Rabbia e disperazione sono piaceri? E sono i più inconfessabili. Secondo te perché l’articolo apocalittico della rivista New York sul riscaldamento globale è diventato virale? Di colpo la gente si è appassionata alla climatologia? No, ad appassionarci è la descrizione a tinte forti della nostra catastrofe, che ci attrae come ci attraggono i film dell’orrore, gli incidenti d’auto, il caos creato dall’attuale governo americano.
E non venirmi a dire che gli scenari più cupi non sono le parti che preferisci scrivere.
Non l’ho mai detto.
Ammettilo: puntare il dito sulle mancanze altrui ti fa star bene.
Ora sei ingiusto.
Neanche un po’. Quindi paga per tutti i piaceri che hai rubato.
Ho passato due anni a scrivere questo libro, cercando di convincere quante più persone possibile a cambiare vita. Non conta? Non è suf iciente.
Che cosa sarebbe sufficiente? Cambiare la tua vita.
Lo so.
Ma? Non so.
Cosa c’è da non sapere? C’è qualcosa di più narcisistico dell’idea che le tue scelte vadano a toccare tutti gli altri? Solo una cosa: l’idea che le tue scelte non tocchino nessuno. Come hai spiegato nelle ultime tre sezioni.
Forse era scrittura e basta. Altro piacere rubato. Il cambiamento climatico è un problema che si risolve a livello della Cina e della ExxonMobil. Cento aziende sono responsabili del 71 percento delle emissioni di gas serra. Scaricare il peso sui singoli individui non è giusto.
Se tu fossi un bambino, la tua ossessione per la giustizia sarebbe ammirevole.
Lascia perdere la giustizia. Concentrarsi sugli individui e permettere che politica e mondo degli affari la facciano franca è un’ingenuità dal punto di vista strategico.
Ma le aziende producono quello che noi compriamo, gli agricoltori coltivano quello che noi mangiamo. I crimini che commettono li commettono a nome nostro. E come se non bastasse, mentre si fa un gran parlare del cambiamento climatico come di un problema che riguarda gli stati e le multinazionali, nessuno sembra avere un piano per cambiare la politica degli stati e delle multinazionali. E come azione, prendersela con i cattivi non vale di più che sfilare alle manifestazioni con i buoni.
«Dobbiamo fare qualcosa.» È la frase che sembra essere sulla bocca di tutti, lo slogan uf icioso del momento. Eppure quasi nessuno fa niente, a parte ripetere che bisogna fare qualcosa. O non sappiamo cosa fare, oppure non vogliamo farlo. Quindi sul campo di battaglia incespichiamo, sparando a salve un colpo dietro l’altro senza prendere la mira: qualcosa, qualcosa, qualcosa…
Ma qualcosa che possiamo fare c’è. Scegliere di mangiare meno prodotti di origine animale è probabilmente l’azione più importante che un singolo individuo può compiere per invertire la rotta del riscaldamento globale – ha un effetto noto e significativo sull’ambiente e, fatto collettivamente, avrebbe un impatto culturale e commerciale superiore a qualunque manifestazione.
Per cui ci siamo.
Non so.
Cosa c’è da non sapere? Scrivere questo libro mi ha già cambiato. Già mi vedo a rilasciare interviste alla radio e sui giornali, scrivere editoriali, promuoverlo con letture pubbliche in giro per il mondo. Già mi vedo a rubare il piacere di sentirmi nel giusto e poi tornare in albergo dopo uno di questi eventi e mangiare un hamburger dietro una porta chiusa a chiave, rubando anche quel piacere. Ti viene in mente qualcosa di più patetico? Come immagine non è un granché. Ma mi vengono in mente molti altri scenari più patetici – per esempio se tu non ti impegnassi minimamente per cercare la verità o avessi troppa paura di scoprirla. Oppure se conoscessi la verità ma non te ne importasse nulla o non facessi alcuno sforzo per reagire. Oppure se ci provassi senza sensi di colpa in caso d’insuccesso.
Mi ha sempre mandato in bestia che un mio amico – uno scrittore anche lui e, oltretutto, ambientalista appassionato – si sia rifiutato di leggere il mio libro Se niente importa. Mi disturba perché è una persona attenta, riflessiva e sensibile, che scrive di salvaguardia dell’ambiente. Se persino lui non ne vuole sapere del nesso tra alimentazione e ambiente, come si può sperare che centinaia di milioni di persone modifichino abitudini consolidate da una vita? Perché non vuole leggerlo? Mi ha detto che ha paura, perché sa che leggerlo gli imporrebbe un cambiamento di cui non è capace.
Complimenti, sei meglio del tuo amico. Mettere in evidenza le sue mancanze avrà attenuato il tuo senso di colpa personale. E già che stiamo parlando del tuo narcisismo, perché stai qui a discutere di quanto sei patetico? Stavo usando le sue mancanze per illustrare le mie: se sostengo che bisognerebbe evitare di mangiare prodotti di origine animale, e intanto proprio io continuo a mangiarli, sono un ipocrita tremendo.
Perché è importante dirlo? Nessuno vuole essere ipocrita.
Allora cerca di essere perfetto.
Non ci provare.
A far cosa? A sminuire la sofferenza reale di chi si sforza di fare la cosa giusta.
Non ci provare.
A far cosa? A mettere al primo posto le tue emozioni rispetto alla distruzione del pianeta.
Le nostre emozioni – e la nostra mancanza di emozioni – stanno distruggendo il pianeta.
Non c’è dubbio. Tu non vuoi rinunciare ai tuoi hamburger e ad andare a fare la spesa in macchina, a prendere aerei per l’Europa e ad avere l’elettricità a basso costo. Non vuoi creare imbarazzi a cena e non vuoi essere considerato una lagna o, peggio ancora, un rompiscatole. Non fai qualcosa semplicemente perché non ti va. Ma come sempre, devi tutelare il tuo quieto vivere, per cui ti convinci che sapere qualcosa – e scriverci sopra un libro – sia già fare qualcosa.
Quindi secondo te… non c’è speranza? Sei perfettamente in grado di fare cose che non avresti l’impulso di fare e di trattenerti dal fare cose che vorresti fare. Questo non vuol dire essere Gandhi. Vuol dire essere adulto.
Ora sei davvero ingiusto.
Ha parlato il bambino. Tu sai perché gli struzzi mettono la testa sotto la sabbia? Perché pensano che nessuno possa vederli se loro non possono vedere nessuno.
Una cosa da idioti, vero? Salvo che gli struzzi non mettono la testa sotto la sabbia: ci mettono le uova perché rimangano al caldo e protette, e di tanto in tanto immergono la testa per girarle. Gli esseri umani guardano gli struzzi prendersi cura della loro prole e la scambiano per stupidità. Ma siamo noi gli animali convinti che il mondo diventi buio quando chiudiamo gli occhi. Scambiare l’elusione di un problema con la salvezza è in definitiva uno dei modi più ef icaci per uccidere la nostra prole. Proprio come scambiare la conoscenza con l’azione. Nessuno vuole essere ipocrita, ma non è meglio battere le palpebre di tanto in tanto che tenere gli occhi chiusi? Quel che è importante misurare non è la distanza da una perfezione irraggiungibile ma quella da una passività imperdonabile.
Non so.
Lascia che ti ponga una domanda: qual è il contrario di lasciare le luci accese nelle stanze vuote, comprare elettrodomestici poco ef icienti e tenere accesa l’aria condizionata anche quando non c’è nessuno in casa? Essere attenti al consumo di energia? E qual è il contrario di prendere la macchina per andare dappertutto, senza tener conto della distanza o della comodità dei mezzi pubblici? Essere attenti nell’uso della macchina? Qual è il contrario di mangiare molta carne, latticini e uova? Essere vegano.
No. Il contrario di mangiare molti prodotti di origine animale è essere attenti alla frequenza con cui si mangiano prodotti di origine animale. Il modo migliore per sottrarsi a una scelta impegnativa è far finta che le opzioni siano solo due.
Tu hai scritto della risposta di Frankfurter a Karski come se avesse solo due opzioni. Forse credere è davvero tutto o niente, ma che mi dici dell’azione? Frankfurter non avrebbe potuto fare qualcosa sapendo che quanto sapeva era vero? Magari non mettersi a fare lo sciopero della fame davanti alla Casa Bianca, lasciandosi morire d’inedia sotto gli occhi del mondo. Ma di sicuro avrebbe potuto radunare un gruppo di persone influenti perché ascoltassero il racconto di Karski o fare pressioni sul Congresso perché venisse aperta un’inchiesta uf iciale sulle atrocità tedesche o semplicemente far sentire pubblicamente la sua voce con tutta l’urgenza del caso.
Possiamo immaginare la sua dif icoltà interiore nel credere a Karski durante quell’incontro, ma quando poi, solo un paio d’anni dopo, vide le prime immagini dei campi di concentramento? Secondo te a quel punto ha creduto a quello che vedeva? E quando ha guardato gli occhi incavati di quei padri e di quelle madri allo stremo per la fame, gli ammassi di figli e figlie morti? Quando il giudice della Corte suprema ha giudicato se stesso, secondo te si è sentito complice del genocidio? O solo patetico? Sei ingiusto.
Questo probabilmente lo potrebbe dire il nipote di Frankfurter. Non si può pretendere troppo da una persona in un momento drammatico. Ma tu sei nipote di una sopravvissuta all’Olocausto a cui stuprarono e uccisero le sorelle, a cui fucilarono i genitori con i neonati in braccio, a cui bruciarono vivi i nonni. Secondo te che cosa sarebbe stato giusto pretendere da Frankfurter? Ma le persone hanno davvero dei limiti. Non sono limiti che si scelgono e non ne sono colpevoli, malgrado tutta la severità con cui poi li giudicherà la storia.
Non so.
Cosa c’è da non sapere? Forse sottovalutiamo certi limiti e sopravvalutiamo certe azioni. L’uomo che ha sollevato la macchina sotto cui era intrappolato il ciclista ha superato i propri limiti fisici. Poi però, una volta tornato a casa, si è impegnato in una campagna per la costruzione di piste ciclabili e semafori? Perché i ciclisti uccisi dalle automobili sono un problema dif uso, che non si risolve con singoli atti di super forza. È giusto chiedersi se abbia fatto abbastanza? No, non è giusto, perché lui…
E Karski fece abbastanza? Tu hai messo al centro della storia l’incredulità di Frankfurter, ma cosa mi dici dei limiti di Karski? Lasciò Frankfurter senza avere la garanzia che venisse messo in atto un piano per salvare gli ebrei. Non si rifiutò di mangiare e di bere fino a morire di fame e di sete negli uf ici del giudice. È giusto che noi lo giudichiamo? E quelli le cui vite dipendevano dal successo della sua missione, insieme alle vite dei loro figli? Sarebbe stato giusto che lo giudicassero? Si travestì da ebreo – si mise una fascia gialla al braccio, indossò una stella di David – per introdursi di nascosto nel Ghetto di Varsavia e documentarne le condizioni. Si infiltrò in un campo di sterminio nazista per poterne raccontare la realtà al mondo. Sì, fece abbastanza.
E che mi dici di tua nonna? Sono sicuro che sarebbe d’accordo.
Non volevo dire questo. Suonerà crudele, addirittura perverso, chiedere se tua nonna abbia fatto abbastanza…
Non farlo.
… ma ha fatto abbastanza? Smettila.
Fuggì dal suo shtetl perché sapeva che «doveva fare qualcosa». Lo sapeva. Sua sorella la seguì fuori, le diede l’unico paio di scarpe che aveva e le disse: «Sei fortunata ad andartene». Un altro modo per dire: «Portami con te». Forse sua sorella era troppo piccola per af rontare il viaggio e portarsela dietro avrebbe condannato entrambe. Forse quello che tua nonna credeva all’epoca è molto meno di quello che siamo convinti che credesse. Ma tu fantastichi di girare casa per casa nel suo shtetl, di stringere tra le mani la faccia di quelli che rimasero e urlargli: «Devi fare qualcosa!» Perché tua nonna non ha stretto fra le mani le loro facce? Perché sarebbe pretendere troppo da una persona.
Sono d’accordo. Sarebbe pretendere troppo da una persona.
E allora perché me l’hai chiesto? Perché mettersi d’accordo su quello che non si può pretendere da una persona ci ricorda esattamente quello che si può pretendere. Magari non ci metteremo d’accordo su quello che avrebbe potuto fare Frankfurter, ma siamo d’accordo che avrebbe potuto fare più di quanto fece.
Sì.
Adesso immagina di mangiare un hamburger dietro una porta chiusa.
Mi sento ridicolo per…
Smettila di dirmi come ti senti. Dimmi che cosa puoi fare.
È ovvio che posso mangiare meno prodotti di origine animale. Ed è ovvio che la paura di essere incoerente non deve impedirmi di sforzarmi. In questo preciso momento sento che c’è davvero speranza, ma…
Smettila di dirmi come ti senti.
Ma è solo perché stiamo parlando. A fronte di certi traumi storici e nel contesto di questo scandagliarsi nel profondo, il mio dovere e la mia capacità di effettuare piccoli cambiamenti quotidiani non potrebbero essere più scontati. Ma so come andrà a finire: il tempo passerà, io perderò i miei punti di riferimento, smetterò di valutare i miei sacrifici sulla scala delle calamità globali e tornerò a paragonare la mia vita a se stessa. E a prescindere da quello che so e che voglio, mi ritroverò al punto di partenza.
Non farlo.
Cosa? Arrendermi? Enfatizzare la speranza.
Ma è un incentivo.
Certo, quando senti che c’è speranza. Ma a meno di ignorare i mutamenti climatici o di illuderti, avrai poche occasioni di sentire che c’è speranza. E quindi? Se la speranza è la tua motivazione principale, sarà come usare i remi per mandare avanti una barca a vela nella bonaccia, tenendo gli occhi fissi sulla vela floscia, aspettando che si gonfi e ti liberi da quello che ti parrà un fardello ingiusto. L’arca di Noè non aveva la vela, e neppure la nostra ce l’ha. Sapere che niente e nessuno verrà ad aiutarci rende più facile lo sforzo.
Non sono sicuro di avere la forza di reggere per il resto della mia vita. Non si tratta solo di remare, ma di remare controcorrente. Penso alle migliaia di colazioni e pranzi che mi aspettano, alla necessità di pensarci sempre, resistere alle tentazioni, rischiare tensioni con chi mi sta attorno.
Invece di pensare a tutti i pasti futuri, concentrati sul pasto che ti aspetta. Non rinunciare agli hamburger per il resto della tua vita. Basta che ordini qualcosa di diverso questa singola volta. È dif icile cambiare le abitudini consolidate di una vita, ma non è così dif icile cambiare un pasto.
Con il tempo, questi pasti diventeranno le tue nuove abitudini.
Allora perché essere vegetariano non è affatto diventato più facile dopo trent’anni? Perché è diventato più difficile? Ho più voglia di carne adesso di quanta ne abbia avuta in qualunque altro momento da quando sono diventato vegetariano.
È tanto orrendo? Lo è quando cedo alla tentazione.
Quante volte hai mangiato carne negli ultimi dieci anni? Non lo so. Una ventina? È più di quanto hai lasciato intendere prima.
Mi stavo riscaldando.
Allora diciamo che hai mangiato carne cento volte.
Non è vero.
Okay, quindi l’hai mangiata duecento volte. Negli ultimi 10.950 pasti, duecento volte non sei stato all’altezza delle aspettative. Il 98,2 percento delle volte hai fatto centro.
Non mi sono nemmeno vagamento avvicinato alle duecento volte.
Ti chiedi perché non sia diventato più facile? Io ti chiedo: che cosa lo rende così facile? Parlare con te.
È come quel primo messaggio di suicidio, «Disputa con l’anima», a parte il fatto che dobbiamo accertarci che la nostra conversazione non finisca mai.
Io voglio che finisca. Voglio arrivare a un punto fermo, come sono arrivato a un punto fermo nella scelta di non uccidere, di non rubare e di non buttare rifiuti per strada. Alcuni diventano vegani e non tornano mai indietro. L’impressione è che per qualcuno sia facile come decidere di non appiccare un incendio – è così scontato che sia giusto che non ci devono pensare né tanto meno sforzarsi. Ma con il cibo, io mi ritrovo sempre al punto di partenza.
Sai quella cosa degli squali? Che devono nuotare senza sosta, altrimenti muoiono? Giusto. Salvo che è vero solo per alcune specie di squali. La maggior parte degli squali non ha bisogno di nuotare per respirare.
Torto sugli struzzi, torto sugli squali.
Ma forse tu non sei come la maggior parte degli squali. Forse per qualcuno è facile mangiare meno prodotti animali o diventare del tutto vegano, senza bisogno di af rontare un perenne dibattito interiore. Devi solo accettare che la tua mente e il tuo cuore non sono fatti così. E scommetto che la maggior parte degli esseri umani non sono come la maggior parte degli squali.
E quindi cosa faccio quando mi ritrovo al punto di partenza? Apro un documento Word e ti descrivo quanto sono patetico? No, devi solo prendere atto che ritrovarti al punto di partenza non è una regressione. «Ritrovarti» da qualche parte è una buona cosa – implica un’autocoscienza. Se tu fossi a metà di una maratona e di colpo entrassi nello stato mentale di avere ancora davanti tutti i quarantadue chilometri, probabilmente ti verrebbe voglia di mollare. Ma il punto di partenza non è molto più indietro, nel momento in cui hai deciso di correre la maratona? E quella decisione non viene sempre presa con slancio e con una certa dose di gioia? Per questo le persone rinnovano le promesse matrimoniali, per riscoprire le basi della loro unione. Bisogna trovare un giusto equilibrio, e alcune cose vanno fatte anche se non ne abbiamo voglia – non possiamo aspettare di avere lo stato d’animo ideale.
Certe volte, però, ricordare perché per noi è importante può darci la motivazione. Qual è la verità fondamentale per cui sei qui? Cosa intendi? C’è un’idea, o addirittura una frase, su cui si basa tutto il resto? Il nostro pianeta è una fattoria.
Spiegami che cosa vuol dire.
Ho impiegato migliaia di parole a spiegartelo.
Spiegamelo di nuovo. Spiegare di nuovo è importante quanto ciò che viene spiegato.
Non abbiamo capito bene l’essenza del nostro pianeta, per cui non abbiamo capito bene come salvarlo.
Spiegamelo per bene. Abbiamo tempo.
Il fatto di concentrarci unicamente sui combustibili fossili ci porta a una rappresentazione visiva della crisi del pianeta fatta di ciminiere e orsi polari. Non che queste cose non siano rilevanti, ma farne i simboli della nostra crisi ha suffragato l’impressione che il nostro pianeta sia una fabbrica e che gli animali più colpiti dai cambiamenti climatici siano quelli selvatici e lontani. Non solo è un’impressione sbagliata, ma è disastrosamente controproducente. Non affronteremo mai il cambiamento climatico e non salveremo mai la nostra casa finché non ammetteremo che il nostro pianeta è una fattoria. È da questa correzione che parto.
Pensavo che non stessimo facendo abbastanza contro il cambiamento climatico perché lo neghiamo.
Quest’idea è una forma di negazione ancora più insidiosa della negazione in sé.
Spiegamelo.
Ma lo sai già.
Rispiegamelo.
Crea una dicotomia tra quelli che accettano la scienza e quelli che non l’accettano.
Ma è una dicotomia reale, no? Reale e banale. L’unica dicotomia che conta è quella tra chi agisce e chi non agisce. Frankfurter disse a Karski: «Non posso credere a quello che mi ha detto». Ma pensa se le cose fossero andate diversamente. Pensa se gli avesse detto: «Le credo». Pensa se si fosse impegnato a fare tutto quello che poteva per contribuire a salvare gli ebrei d’Europa: radunare un gruppo di persone influenti perché ascoltassero il racconto di Karski, fare pressioni sul Congresso perché si aprisse un’inchiesta ufficiale sulle atrocità tedesche, far sentire pubblicamente la sua voce con tutta l’urgenza del caso. E ancora di più.
Ottimo.
Ma poi, dopo avere promesso tutto questo, e magari dopo aver perfino beneficiato del prestigio etico che ne avrebbe tratto la sua immagine, non avesse fatto niente. Non avesse chiamato a raccolta nessuno, non avesse esercitato alcuna pressione, non avesse fatto sentire la sua voce. Peggio, si fosse rifiutato di partecipare agli sforzi sul fronte interno: si fosse ingozzato di alimenti razionati, avesse guidato veloce quanto voleva, fosse vissuto nell’unica casa della sua via con le luci perennemente accese di notte. Sapendo questo, che importanza avrebbe avuto la sua risposta a un sondaggio del 1943 sul suo atteggiamento verso la guerra in Europa? Perlomeno Karski, dopo il loro incontro, se ne sarebbe andato con una speranza…
Noi esageriamo enormemente il ruolo di quelli che negano la scienza, perché consente a noi che la accettiamo di sentirci nel giusto, senza spingerci ad agire in base alla conoscenza che accettiamo.
Solo il 14 percento degli americani nega il cambiamento climatico, vale a dire una percentuale nettamente inferiore a quella di chi nega l’evoluzionismo o che la Terra orbiti intorno al Sole. Il 69 percento degli elettori americani – compresa la maggioranza dei repubblicani – ritiene che gli Stati Uniti sarebbero dovuti rimanere nell’Accordo di Parigi sul clima. I progressisti potranno pure aver cooptato la retorica e l’immagine del movimento ambientalista, ma non c’è niente di più conservatore della conservazione della natura.
Come ti spieghi che così tanta gente non neghi che il pianeta sia in pericolo, eppure non sia allarmata perché il pianeta è in pericolo? Probabilmente li definirei stupidi o cattivi, se non fossi uno di loro.
Non sei allarmato? Voglio esserlo, ma non lo sono. Dico di esserlo, ma non lo sono. E più la situazione diventa allarmante, più aumenta la mia capacità di ignorare l’allarme.
Come te lo spieghi? Non lo so.
Provaci.
Gli esseri umani hanno una straordinaria capacità di adattamento.
Mi sembra una stronzata.
Vero.
E allora sforzati un po’ di più.
Noi…
Non parlare per gli altri. Parla per te.
La mia strategia, quando ho scritto «Come evitare la morìa suprema» – le uniche pagine di questo libro dense di dati concreti – è stata di concentrarmi al massimo sulle mie reazioni personali, anziché emulare lo stile giornalistico degli articoli e dei libri che stavo leggendo per le ricerche, i quali immancabilmente – a prescindere da quanto fossero seri, ben documentati e ben scritti – non mi spingevano a fare proprio niente. Ero disposto a rinunciare alla completezza, e persino a un certo grado di professionalità, in cambio di una forma che mi motivasse.
Ha funzionato? Di sicuro io mi sono convinto.
E non va bene? Mi sono convinto di quello di cui ero già convinto, senza per questo vivere in modo diverso.
Quindi forse non sei meglio del tuo amico scrittore, in fin dei conti? Hai scritto un libro e non ci credi; lui non legge un libro perché ci crede.
È un peccato che invece di avere una minoranza di «atei del clima», abbiamo una maggioranza di «agnostici del clima».
Ma non hai detto che la maggioranza degli americani voleva che gli Stati Uniti rimanessero nell’Accordo di Parigi? Hanno risposto così a quella domanda. Anch’io avrei risposto come loro. Peccato che quel tipo di opinioni siano selfie e non serbatoi di carbonio.
Quindi secondo te… non c’è speranza? No. Conosco troppe persone intelligenti e impegnate – non narcisisti di professione, ma ottime persone che dedicano il loro tempo, i loro soldi e le loro energie a migliorare il mondo – che non cambierebbero mai le loro abitudini alimentari, per quanto possano essere convinte di doverlo fare.
Queste persone intelligenti e impegnate come spiegherebbero il fatto di non essere disposte a mangiare in modo diverso? Nessuno glielo chiederà mai.
E se qualcuno glielo chiedesse? Potrebbero dire che l’allevamento è un sistema con molti aspetti negativi, ma che la gente deve pur mangiare, e i prodotti di origine animale adesso costano meno di quanto siano mai costati in passato.
E a questo tu come risponderesti? Direi che dobbiamo mangiare ma non siamo tenuti a mangiare prodotti di origine animale – un’alimentazione a prevalenza vegetale è sicuramente più salutare – ed è chiaro che non siamo tenuti a mangiarli nelle quantità abnormi che consumiamo adesso, che non hanno precedenti nella storia. Ma è una questione di giustizia economica, questo è vero. Dovremmo parlarne in questi termini, anziché usare la disuguaglianza per evitare di parlare della disuguaglianza.
Il 10 percento più ricco della popolazione globale è responsabile di metà delle emissioni di anidride carbonica, mentre la metà più povera è responsabile per il 10 percento. E spesso i meno responsabili del riscaldamento globale sono quelli che ne pagano le conseguenze maggiori. Prendi il Bangladesh, il paese considerato più vulnerabile ai cambiamenti climatici. Si stima che sei milioni di bengalesi siano già stati costretti a lasciare le proprie case a causa di disastri ambientali come mareggiate, cicloni tropicali, siccità e inondazioni, e si prevede che altri milioni dovranno spostarsi nei prossimi anni. L’innalzamento dei mari potrebbe sommergere circa un terzo del paese, sradicando venticinque-trenta milioni di persone.
Sarebbe facile leggere questa cifra e non provare nulla. Ogni anno, il World Happiness Report stila la classifica dei cinquanta paesi più felici del mondo, basandosi sul punteggio che gli intervistati assegnano alla loro vita, da «la migliore vita possibile» a «la peggiore vita possibile».
Nel 2018, i tre paesi in cima alla classifica sono stati Finlandia, Norvegia e Danimarca. Quando sono stati resi noti i risultati, per un paio di giorni hanno monopolizzato la NPR e sembrava che tutti ne parlassero. Gli abitanti di Finlandia, Norvegia e Danimarca messi insieme sono circa la metà dei bengalesi destinati a diventare profughi climatici. Ma quei trenta milioni di bengalesi su cui pende la minaccia della peggior vita possibile non sono un buon argomento per la radio.
Il Bangladesh ha una delle impronte di carbonio inferiori al mondo, vale a dire che è uno dei paesi meno responsabili per i disastri di cui è vittima. Il bengalese medio è responsabile di 0,29 tonnellate di emissioni di CO2e all’anno, mentre un finlandese medio di trentotto volte tante: 11,15 tonnellate. Il Bangladesh, dove si consumano in media quattro chili di carne l’anno, è anche uno dei paesi più vegetariani al mondo. Nel 2018, il finlandese medio ha felicemente consumato quella quantità di carne in diciotto giorni – e senza considerare il pesce.
Milioni di bengalesi pagano per uno stile di vita opulento di cui loro non hanno mai goduto. Pensa se non avessi mai toccato una sigaretta in vita tua ma fossi costretto a addossarti i danni alla salute provocati da un fumatore incallito dall’altro lato del pianeta. Pensa se quel fumatore rimanesse sano e in cima al grafico della felicità – a fumare sempre più sigarette ogni anno, per soddisfare la propria dipendenza – e intanto tu avessi un cancro ai polmoni.
Più di ottocento milioni di persone al mondo sono denutrite e quasi seicentocinquanta milioni sono obese. Più di centocinquanta milioni di bambini sotto i cinque anni sono rachitici per la malnutrizione. Ecco un’altra cifra su cui vale la pena di riflettere. Pensa se tutti gli abitanti di Gran Bretagna e Francia avessero meno di cinque anni e non avessero abbastanza da mangiare per crescere bene. Tre milioni di bambini sotto i cinque anni muoiono di denutrizione ogni anno. Durante l’Olocausto sono morti un milione e mezzo di bambini.
La terra che potrebbe nutrire le popolazioni affamate viene invece riservata al bestiame che nutrirà popolazioni ipernutrite. Quando pensiamo allo spreco di cibo, dobbiamo smettere di immaginare pasti mangiati a metà e invece concentrarci sullo spreco creato per mettere il cibo nel piatto. Possono volerci fino a ventisei calorie di mangime perché un animale produca una sola caloria di carne. Jean Ziegler, ex relatore speciale delle Nazioni Unite sul diritto al cibo, ha scritto che destinare cento milioni di tonnellate di cereali e mais alla produzione di biocarburanti è un «crimine contro l’umanità», in un mondo in cui quasi un miliardo di persone soffrono la fame.
Potremmo definire quel crimine un «omicidio preterintenzionale». Ma Ziegler non ha aggiunto che ogni anno l’allevamento destina una quantità sette volte maggiore di cereali e mais – sufficiente a sfamare tutte le persone denutrite del pianeta – all’allevamento di animali che diventeranno cibo per la popolazione ricca. Potremmo definire quel crimine un «genocidio».
Quindi no, l’allevamento intensivo non «nutre il mondo». L’allevamento intensivo affama il mondo, e intanto lo distrugge.
Direi che questo metterà a tacere quella controargomentazione.
Spesso ho sentito un’argomentazione parallela: promuovere un’alimentazione a base vegetale è elitario.
In che senso elitario? Non tutti hanno le risorse per rinunciare ai prodotti di origine animale. Ventitré milioni e mezzo di americani vivono in deserti alimentari e quasi la metà di loro ha un reddito basso. Nessuno sarebbe disposto a sostenere che i poveri debbano pagare per i comportamenti dei ricchi con inondazioni, carestie e altre catastrofi. Ma allora come fai a pretendere che paghino per comprare cibi costosi? Quindi? È vero che una dieta sana tradizionale è più costosa di una dieta malsana – in un anno, costa circa 550 dollari in più. E tutti dovrebbero, di diritto, avere accesso a cibo sano a un prezzo abbordabile.
Ma una dieta vegetariana sana costa, in media, 750 dollari meno di una dieta sana a base di carne.
(Per dare un’idea, il reddito medio annuo di un lavoratore americano a tempo pieno è di 31.099 dollari.) In altre parole, una dieta vegetariana sana costa 200 dollari in meno all’anno di una dieta tradizionale malsana. Senza considerare i soldi che si risparmiano prevenendo diabete, ipertensione, malattie cardiache e cancro – tutte associate al consumo di prodotti di origine animale. Quindi no, non è elitario sostenere che è preferibile seguire una dieta più economica, più salutare e più sostenibile dal punto di vista ambientale. Sai che cosa mi sembra elitario, invece? Quando qualcuno usa l’esistenza di persone che non hanno accesso a cibo sano come scusa per non cambiare, e non come motivazione per aiutare quelle persone.
Altre controargomentazioni? Che mi dici dei milioni di contadini che perderebbero il lavoro? Che mi dici? Oggi ci sono meno contadini in America di quanti ce ne fossero ai tempi della Guerra di secessione, nonostante la popolazione americana sia più che decuplicata. E se si avverasse il sogno supremo dell’industria dell’allevamento, presto non ce ne sarebbero più, perché gli «stabilimenti» sarebbero completamente automatizzati. Mi ha piacevolmente sorpreso scoprire che gli allevatori erano tra i massimi sostenitori di Se niente importa: disprezzano l’allevamento industriale non meno degli attivisti per i diritti degli animali, anche se per motivi diversi.
La crisi del pianeta renderà più difficile e costoso allevare animali, con la siccità che riduce le rese cerealicole e gli eventi climatici estremi come gli uragani, gli incendi indomabili e le ondate di caldo che uccidono il bestiame. Già oggi i cambiamenti climatici stanno provocando gravi perdite agli allevatori di bestiame in tutto il mondo. Sul lungo periodo, la transizione alle energie rinnovabili, all’alimentazione a base vegetale e a pratiche di allevamento sostenibile creerà più posti di lavoro di quelli che spariranno. Questi cambiamenti contribuiranno anche a salvare il pianeta, e che senso avrebbe salvare i contadini senza salvare il pianeta? Che altro? Non tutti i prodotti di origine animali sono dannosi per l’ambiente.
Che è una stronzata perché…? Non è una stronzata. È possibile allevare un numero relativamente piccolo di animali in modo ecosostenibile. Si è sempre fatto così, fino all’avvento dell’allevamento intensivo. È anche possibile fumare senza danneggiare la salute. Un’unica sigaretta non ha alcun effetto.
Sì, ma chi fuma solo una sigaretta? Chi lo fa per provare ma ne resta disgustato, oppure chi sa come stanno le cose e smette prima di diventare dipendente. È rarissimo che a una persona non piacciano i prodotti animali. Sono cibi che quasi tutti amano, come me. Per cui è naturale volerne di più. Io so come stanno le cose, ma spesso mi ritrovo con una voglia così intensa da risultare invincibile. Come quasi tutti gli americani, sono cresciuto mangiandoli, per cui non ho avuto l’opportunità di smettere prima di sviluppare la dipendenza.
Ma in generale, i prodotti di origine animale sono dannosi per l’ambiente? Più che in generale e più che dannosi. Secondo le Nazioni Unite, l’allevamento «è uno dei due o tre fattori che contribuiscono maggiormente ai più seri problemi ambientali, su ogni scala, dal locale al globale. […] Dovrebbe essere uno dei settori su cui concentrare gli interventi quando si affrontano questioni come il degrado del suolo, i cambiamenti climatici e l’inquinamento dell’aria, la penuria e l’inquinamento delle risorse idriche e la perdita della biodiversità. Il bestiame ha un impatto enorme sui problemi ambientali.» Quindi perché darsi la pena di menzionare il fatto che esistono anche fattorie buone? Perché questo è un tema molto complesso da un punto di vista scientifico e psicologico, e la tentazione di semplificarlo troppo è enorme: selezioni oculatamente le statistiche utili, liquidi i sentimenti «irrazionali», ignori i casi marginali. E dato che già è difficile dare il giusto peso alle nostre scelte alimentari – e anche le persone intelligenti e sensibili cercano scappatoie per mantenere inalterato il loro stile di vita – le imprecisioni rischiano di passare per scorrettezze.
A proposito, ecco un’altra controargomentazione: i numeri sono così vaghi da risultare inaffidabili. Ho citato una fonte secondo cui l’allevamento contribuisce alle emissioni globali di gas serra per il 14,5 percento. Ma ne ho anche citata una secondo cui contribuisce per il 51 percento. E la stima inferiore non è stata fornita dalla Tyson Foods, il più grande produttore di carne americano, così come quella superiore non è stata fornita dalla PETA, l’associazione per la protezione degli animali. Si tratta probabilmente del dato in assoluto più rilevante riguardo al cambiamento climatico, e la stima superiore è più di tre volte quella inferiore. Se non posso essere più preciso, perché qualcuno dovrebbe fidarsi di quello che dico? Perché dovrebbe? Io posso essere più preciso. In appendice, dove presento la metodologia con cui sono stati ottenuti quei dati, spiego perché secondo me il 51 percento è una stima più accurata. Ma si tratta di sistemi complicati e interconnessi, e per quantificarli è necessario basarsi su una serie di presupposti. Anche gli scienziati più neutrali dal punto di vista politico si trovano ad affrontare questa sfida.
Prendi il passaggio alle auto elettriche. Come consideriamo la relativa pulizia della rete elettrica che fornisce l’energia alle macchine? In Cina, il 47 percento dell’elettricità deriva dal carbone, dunque un passaggio alle auto elettriche sarebbe una catastrofe per i cambiamenti climatici. Come valutiamo il fatto che serve il doppio dell’energia per produrre un’auto elettrica rispetto a una convenzionale? E le altre forme di danno ambientale, come l’estrazione di minerali rari per le batterie, un processo fortemente energivoro che sfrutta all’incirca lo 0,2 percento del materiale estratto, mentre il restante 99,8 (nel frattempo contaminato da prodotti tossici) viene buttato via senza essere trattato, producendo inquinamento? È pericoloso fare finta di sapere più di quanto sappiamo. Ma è ancora più pericoloso fare finta di sapere meno di quanto sappiamo. La differenza tra il 14,5 percento e il 51 percento è enorme, però anche la stima inferiore rende inequivocabilmente chiaro che se vogliamo fermare il cambiamento climatico non possiamo ignorare il contributo dei prodotti di origine animale.
Frankfurter chiese a Karski quanto fosse alto il muro del Ghetto di Varsavia. Se Karski avesse risposto che era alto tra i due metri e mezzo e gli otto metri, avrebbe fatto qualche differenza? Per gli ebrei che non erano in grado di scavalcarlo? Per Frankfurter che rifletteva sul loro destino? Per noi che giudichiamo Frankfurter? Ma se non sappiamo quanto è alto il muro, non possiamo elaborare un piano per scavalcarlo.
Ogni studio scientifico avanza le proprie proposte di cambiamento delle abitudini alimentari in risposta al cambiamento climatico, ma a grandi linee la sostanza è chiara. La valutazione più completa sull’impatto ambientale dell’industria dell’allevamento è stata pubblicata su Nature nell’ottobre 2018. Dopo avere analizzato i sistemi di produzione alimentare di tutti i paesi del mondo, gli autori giungono alla conclusione che mentre la popolazione denutrita che vive in povertà potrebbe in realtà mangiare una quantità leggermente maggiore di carne e latticini, il cittadino medio mondiale dovrebbe passare a un’alimentazione a base vegetale per prevenire danni ambientali catastrofici e irreversibili. Il cittadino medio americano e britannico dovrebbe tagliare i consumi di carne bovina del 90 percento e di latticini del 60 percento.
Ma come fa una persona a monitorare i propri consumi? Niente prodotti di origine animale prima di cena. Non porterà esattamente alla riduzione necessaria, ma grossomodo ci si avvicina, ed è facile da ricordare.
Ed è facile da fare? Dipende dallo squalo. Sarebbe ingenuo oltre che controproducente fingere che passare a un’alimentazione a base interamente vegetale prima di cena non richieda alcuni aggiustamenti. Ma scommetto che alla maggior parte delle persone, se ripensano ai pasti migliori che hanno fatto negli ultimi anni – quelli più piacevoli dal punto di vista gastronomico e sociale, quelli più significativi dal punto di vista culturale o religioso – vengono in mente quasi esclusivamente delle cene.
E dobbiamo renderci conto che il cambiamento è inevitabile. Possiamo scegliere di fare dei cambiamenti oppure possiamo subire altri cambiamenti – migrazioni di massa, malattie, conflitti armati, una qualità della vita nettamente inferiore –, ma non c’è futuro senza cambiamenti. Il lusso di scegliere quali cambiamenti preferiamo ha una data di scadenza.
E per te? Cosa? Il cambiamento è stato facile per te? Mi sono dato come termine la fine di questo libro per rinunciare a latticini e uova.
Stai scherzando.
No.
Vuoi dire che ancora non stai applicando questa regola? Non ci ho ancora provato.
E questo come diavolo te lo spieghi? Con l’unica contro argomentazione che mi mette in imbarazzo: questa è tutta una fantasia. È una fantasia scientificamente fondata, una fantasia etica, una fantasia inconfutabile. Ma è una fantasia. La gente non cambierà in massa il suo modo di mangiare, e di sicuro non lo farà nei tempi richiesti.
Aggrapparsi a una fantasia è pericoloso quanto rifiutare un piano praticabile.
E a questo che cosa risponderesti? Essendo la prova vivente di quest’argomentazione, mi troverei parecchio in difficoltà.
Fai un tentativo.
La verità è che secondo me non c’è speranza.
Bene. Adesso spiegami in che modo quella fantasia potrebbe essere un piano praticabile.
Difficile immaginarlo.
Anche se fosse un’impresa ai limiti dell’impossibile.
Se succederà, non sarà un’unica cosa a farlo succedere. Per fare quello che serve ci vorranno ingegno (per esempio creare hamburger vegetali che siano indistinguibili da quelli di carne bovina), leggi (per esempio rivedere i sussidi all’agricoltura e attribuire all’allevamento la sua quota di responsabilità per la distruzione dell’ambiente), sostegno dal basso (per esempio, gli studenti potrebbero pretendere che le mense universitarie non servano prodotti di origine animale prima di cena) e sostegno dall’alto (per esempio, personaggi famosi che diffondono il messaggio che non possiamo salvare il pianeta senza cambiare il nostro modo di mangiare) e…
Nessuno risolverà il problema del cambiamento climatico? Tutti risolveranno il problema del cambiamento climatico? Esatto.
Fammi capire come.
Onestamente, non lo so.
Non hai speranza.
Sono realista.
E anche se secondo te lo so già, ricordami perché è realistico non avere speranza.
Stai scherzando? Dillo.
Per la distruzione che abbiamo già provocato – una distruzione che non si risolve da sola, o a cui non c’è più rimedio. Perché nell’arco di un singolo anno è stata abbattuta un’area di foresta amazzonica grande cinque volte Londra – un ecosistema che impiega quattromila anni a rigenerarsi. Perché sarà difficilissimo inserire la retromarcia mentre sette miliardi e mezzo di persone premono il piede sull’acceleratore. Perché nel 2018 in America le emissioni di CO2e sono aumentate del 3,4 percento.
Per l’imprecisione di calcoli che dipendono dalla precisione – potrebbe bastare una differenza di mezzo grado a fare una differenza enorme. Per la legittima ambizione dei paesi in via di sviluppo di assomigliare ai paesi più responsabili del cambiamento climatico. Perché se le temperature si alzano, si userà di più l’aria condizionata, e quindi ci sarà una maggiore emissione di gas serra.
Perché ci sono altre migliaia di circoli viziosi analoghi. Perché nel 2017 si è scoperto che le emissioni di metano dovute al bestiame sono almeno dell’11 percento superiori al previsto, e nel 2018 si è scoperto che gli oceani si stanno scaldando con un ritmo del 40 percento superiore al previsto. Perché molti di coloro che più subiscono gli effetti del cambiamento climatico (e che meglio ne possono testimoniare gli orrori) non hanno i mezzi per condividere le loro testimonianze e scuotere la coscienza collettiva. Perché gli interessi contrari alla soluzione del problema sono più potenti, motivati e scaltri degli interessi favorevoli alla sua risoluzione. Perché nei prossimi trent’anni si prevede che la popolazione umana aumenti di 2,3 miliardi e che il reddito globale arrivi a triplicare, il che significa che molte più persone saranno in grado di avere un’alimentazione ricca di prodotti di origine animale. Perché la cooperazione tra paesi e all’interno dei paesi appare impossibile. Perché è molto probabile che sia già troppo tardi per evitare cambiamenti climatici incontrollabili. Perché…
Ho capito.
Per via della natura umana: persone come me, a cui dovrebbe importare e che dovrebbero essere motivate e dovrebbero fare grandi cambiamenti, trovano quasi impossibile compiere piccoli sacrifici per un significativo vantaggio futuro. Perché…
Basta.
Perché non ci ho neppure provato.
Non so.
Cosa c’è da non sapere? Perché stiamo ancora parlando? Che vuoi dire? Mi hai appena detto che non ci hai neppure provato, eppure stiamo ancora parlando.
Quindi? Ricordi la «Disputa di un uomo stanco della vita con la propria anima»? Non sto scrivendo un messaggio di suicidio.
È questo il punto. È anche la mia speranza, a dispetto di tutto.
Pensavo fossi contro la speranza.
Sono contro la speranza rubata.
E il prezzo della speranza è l’azione.
E c’è un’azione che mi dà speranza.
Rinunciare ai prodotti di origine animale? No.
Ti ho perso.
Io no. Non ancora. Stiamo ancora parlando, per cui non hai ancora perso te stesso.
Cosa intendi? I messaggi di suicidio finiscono. Noi stiamo ancora nuotando. Questo assomiglia a un tentativo.
Sei stanco? Di questa conversazione? Sì.
Della vita? No.
Disputa di un uomo non ancora stanco della vita con la propria anima. Ma è sbagliato partire dal presupposto che l’anima è quella cui ci rivolgiamo con le domande cruciali nei momenti cruciali: Come dovrei vivere? Chi dovrei amare? Qual è il senso? L’anima è quella che pone le domande, non quella che risponde. L’anima non è «laggiù», come non lo sono le cause e le soluzioni al mutamento climatico. E oltretutto, siamo tragicamente confusi su quello che è cruciale.
Confusi in che senso? Noi chiediamo all’anima: «Secondo te c’è speranza?» L’anima ci chiede: «Cosa c’è per pranzo?» Mister Karski.
Cosa c’entra? Mister Karski, un uomo come me parlando con un uomo come lei ha l’obbligo di una totale franchezza.
Sono Karski? Quindi devo dirle che non posso proprio credere a quello che mi ha detto.
Crede che le abbia mentito? Non ho detto che abbia mentito. Ho detto che non sono in grado di crederle. La mia mente, il mio cuore, sono fatti in un modo che non mi permette di accettarlo.
Fatti da chi? Mi scusi, ma ho una questione urgente da sbrigare.
Mister Karski.
… Sì? Un uomo come me parlando con un uomo come lei ha l’obbligo di una totale franchezza.
Crede che le abbia mentito? Non lo so.
Cosa c’è da non sapere? Quant’è alta la calotta glaciale? Trenta metri.
Non suona così male.
Quindici metri.
Non lo so.
Mister Karski.
Sì.
Io voglio crederle.
Il problema è la scala? Il fatto che l’immensità della tragedia costringa all’astrazione? Perché prima io stavo mentendo.
Non ho detto che stesse mentendo.
Solo poche migliaia di bambini muoiono di fame. Adesso farà qualcosa per salvarli? Il problema non è questo.
È la distanza? L’ho fatto sembrare lontano per non spaventarla, ma la Corte suprema finirà sott’acqua.
Il problema non è la distanza.
Sono intrappolato sotto una macchina.
Mi scusi? Ho bisogno che lei la sollevi per liberarmi.
Non c’è nessuna macchina.
Perché non vuole salvarmi la vita? Perché è chiaro che non c’è bisogno di salvarla.
Allora perché non salva le vite che hanno chiaramente bisogno di essere salvate? Perché anch’io sono intrappolato sotto una macchina.
Mister Karski, un uomo come me parlando con un uomo come lei ha l’obbligo di una totale franchezza.
Che importanza ha adesso la franchezza? Mister Karski. Le ho concesso il mio tempo, l’ho ascoltata, le ho spiegato la mia posizione. Adesso se ne deve andare.
Accetto che non mi creda. Di rado credo a me stesso. Non c’è bisogno che mi creda.
Vada! Ho bisogno che agisca.
La prossima volta, non la farò neppure entrare.
La prossima volta? La prossima volta che rivivrò questa conversazione nella mia mente.
La calotta glaciale potrebbe passare sotto la sua porta.
È così alta? Perché non ha figli, Mister Karski? Non ne volevamo.
Perché non ne volevate? Eravamo felici così.
È perché anche lei è condannato a rivivere per sempre questa conversazione nella sua mente? Perché lei non ha figli, giudice Frankfurter? Non sono affari suoi.
Perché si mette sulla difensiva? Marion ha sofferto molto. Era fragile. Sarebbe stato troppo.
Non sono in grado di crederle.
Crede che stia mentendo? Non ho detto che stia mentendo. Credo che non possa ammettere, neppure con se stesso, che la prospettiva del giudizio di un figlio le ha impedito di averne.
Mister Karski.
La sua mente, il suo cuore.
Sì. Sono fatti in un modo che non mi permette di accettare quello che mi ha detto. Non perché sono inadeguati. Perché funzionano. Se accettassi quello che lei mi ha raccontato, diventerei pazzo.
Agirebbe.
Saprei che nessuna azione sarebbe abbastanza.
Potrebbe rifiutarsi di mangiare e di bere fino a morire di fame e di sete sotto gli occhi del mondo.
Non sarebbe abbastanza.
Potrebbe radunare un gruppo di persone influenti perché ascoltino il mio racconto, fare pressioni sul Congresso af inché promuova un’inchiesta uf iciale sulle atrocità climatiche, far sentire pubblicamente la sua voce con tutta l’urgenza del caso.
Non sarebbe abbastanza.
Dopo che me ne sarò andato, potrebbe mangiare un pranzo diverso da quello che avrebbe scelto.
Non so.
Mister Karski.
Le ho mentito sull’altezza della calotta glaciale.
Non ho detto che stava mentendo.
Ma è vero.
Quindi quanto è alta? Alta così.
Alta quanto le pareti di questa stanza? Alta quanto la pagina su cui sono stampate queste parole. Non alta quanto. Questa pagina è la parete.
L’altra sua faccia.
Non capisco.
Non importa quanto sembrino distanti i suoi obblighi, non importa l’altezza né lo spessore del ghiaccio che la separa da loro, sono dall’altra parte. Proprio lì. Proprio qui.
Non so.
Mister Karski.
Cosa c’è da non sapere! Non so.
Adesso devo andare.
Mister Karski! La calotta si sta sciogliendo e ho una faccenda urgente da sbrigare.
Più urgente di questa? Devo tornare indietro, spiegare quello che è successo qui e implorarli di salvarla.
Salvare me? Devono fare di più: morire di più, più in fretta, in modo più assurdo. Devono darsi da fare, creare uno spettacolo di sof erenza che imponga una reazione.
Continui a parlare con me.
A che scopo? La sua mente, il suo cuore sono fatti in un modo che non le permette di accettare quello che le dico.
Ma sono fatti in modo da trasformarsi continuamente.
Mi preoccupo.
Che non cambierò? Mi preoccupo che non crederanno alla sua incredulità.

Crediti
 • Jonathan Safran Foer •
 • Possiamo salvare il mondo prima di cena •
  • traduzione di Irene Abigail Piccinini •
 • SchieleArt •   •  •

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