Diventando ombre
Il laccio di una sottoveste penzolava fino al pavimento. Uno stivaletto stava dritto, con la parte superiore floscia all’ingiù: l’altro giaceva su un fianco. Si meravigliò del tumulto di emozioni di un’ora prima. Da cosa era derivato? Dalla cena delle zie, dal suo discorso sciocco, dal vino e dal ballo, dall’allegria di quando si erano dati la buona notte nell’ingresso, dal piacere della passeggiata nella neve lungo il fiume. Povera zia Julia! Lei, pure, sarebbe stata presto un’ombra con l’ombra di Patrick Morkan e del suo cavallo. Le aveva colto per un istante quell’aria sofferente sul viso mentre cantava Abbigliata per le nozze. Presto, forse, sarebbe stato seduto in quello stesso salone, vestito di nero, con il cappello di seta sulle ginocchia. Le tende sarebbero state tirate e zia Kate, seduta vicino a lui, piangendo e soffiandosi il naso, gli avrebbe raccontato come era morta Julia. Avrebbe cercato qua e là nella mente qualche parola che potesse consolarla, e ne avrebbe soltanto trovate di fiacche e di inutili. Sì, sì: sarebbe accaduto molto presto.
L’aria della stanza gli gelò le spalle. Si allungò cautamente sotto le lenzuola stendendosi accanto alla moglie. A uno a uno, stavano tutti diventando ombre.
Meglio entrare in quell’altro mondo con audacia, nell’intensa gloria di una passione, che languire e appassire tristemente con gli anni. Pensò a come colei che gli giaceva accanto aveva custodito nel cuore per tanti anni l’immagine degli occhi dell’innamorato, quando le aveva detto che non desiderava vivere.
Gli occhi di Gabriel si riempirono di lacrime generose.
Non aveva mai provato niente di simile per nessuna donna, ma sapeva che un sentimento come quello doveva essere amore. Gli occhi gli si riempirono ancora più di lacrime e nella parziale oscurità immaginò di vedere la figura di un giovane in piedi sotto un albero gocciolante.
Altre figure erano vicine. La sua anima si era accostata a quella regione dove dimorano le vaste schiere dei morti.
Era cosciente, pure non riuscendo a percepirla, della loro esistenza capricciosa e guizzante. La sua identità svaniva in un mondo grigio e inafferrabile: il mondo solido stesso, che quei morti avevano eretto un tempo e in cui avevano vissuto, si dissolveva e dileguava.
Pochi colpetti leggeri sul vetro lo fecero voltare verso la finestra. Aveva ricominciato a nevicare. Guardò assonnato i fiocchi, argentei e scuri, che cadevano obliquamente contro la luce del lampione. Era venuto il momento di mettersi in viaggio verso occidente. Sì, i giornali avevano ragione: c’era neve in tutta l’Irlanda.
Cadeva dovunque sulla scura pianura centrale, sulle colline senza alberi, cadeva dolcemente sulla palude di Allen e, più a occidente, cadeva dolcemente nelle scure onde ribelli dello Shannon. Cadeva anche dovunque nel cimitero isolato sulla collina dove Michael Furey era sepolto. Si posava in grossi mucchi sulle croci storte e sulle lapidi, sulle lance del cancelletto, sugli sterili spini.
La sua anima si abbandonò lentamente mentre udiva la neve cadere lieve nell’universo e lieve cadere, come la discesa della loro ultima fine, su tutti i vivi e i morti.

Crediti
 • James Joyce •
 • I morti •
  • traduzione di Umberto Primati •
 • Pinterest •   •  •

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