Yvonne ChevalierL’anziana donna, vestita di nero come un lutto perenne per le sofferenze del mondo, mi fissava con occhi che avevano visto le barricate della Comune, l’esilio in Nuova Caledonia e le prigioni della Repubblica, eppure brillavano ancora di una luce indomita, quasi infantile nella sua purezza. Eravamo seduti in una modesta stanza ammobiliata, circondati da carte, giornali rivoluzionari e da un gatto scheletrico che lei accarezzava con mani nodose ma incredibilmente delicate. Avevo osato porle una domanda che molti consideravano frivola per una rivoluzionaria della sua stazza: le avevo chiesto del suo rifiuto di mangiare carne, della sua compassione ossessiva per ogni forma di vita, anche la più umile. In un’epoca in cui i lavoratori morivano di fame e i bambini lavoravano nelle miniere, preoccuparsi della sorte dei cavalli fustigati o dei cani randagi sembrava a molti un lusso sentimentale, una debolezza da vecchia signora. Ma per la Vergine Rossa, come la chiamavano i suoi nemici e i suoi ammiratori, non esistevano compartimenti stagni nella sofferenza; il dolore era un oceano unico, e chi imparava a tollerare la crudeltà verso una bestia stava già allenando il proprio cuore all’indifferenza verso il dolore umano. Lei non vedeva gerarchie, non vedeva scale di valore create da Dio o dalla Natura per giustificare il dominio; vedeva solo esseri senzienti, capaci di provare gioia e terrore, uniti da un destino comune su questo pianeta ostile. La sua voce, roca per i troppi comizi all’aperto, si alzò di un tono quando toccai l’argomento della presunta superiorità umana.

Ah, gli esseri inferiori, ecco il pretesto d’ogni dominazione!… Inferiori perché? Perché altri più violenti, o più astuti, riuscirono ad assoggettarli o ad ucciderli?
O non sono invece inferiori di senso morale quelli che formano la felicità propria sulla infelicità altrui divorando, sfruttando, asservendo?
Voi mi risponderete con la dura legge di selezione, col trionfo del più adatto, con l’impero del più forte. Ma io conosco un’altra legge, che non è di oppressione né di morte, ma di libertà e di vita: quella della solidarietà.
Voi vi deliziate degli uccellini allo spiedo, ed io preferisco il trillo del cardellino, che canta là, su quell’albero, a tutte le orazioni di voi avvocati.
Diversi sì, inferiori no.
Ma tra l’umanità, e le altre specie zoologiche…» azzardai io.
Ebbene – incalzò l’ardente vegliarda – è appunto perché l’umanità volle calpestare gli altri esseri, che voi chiamate inferiori, che essa si trovò esercitata ad inferocire e a dilaniar sé stessa. Le razze inferiori, le classi inferiori, il sesso inferiore, che per dileggio chiamate gentile, ecco la stessa classificazione trasportata dal campo animale a quello umano.
Ma la lotta, direte, fu la condizione d’ogni progresso.
Sì, ma io non amo la lotta per la lotta; la voglio solo perché da essa scaturisca invece dell’antagonismo la fratellanza di tutti gli esseri.

La sua logica era stringente, priva di quelle scappatoie morali che noi uomini civili usiamo per giustificare la nostra bistecca quotidiana o le nostre piccole e grandi tirannie. Mi spiegò che finché l’uomo avrà bisogno di schiacciare qualcuno per sentirsi grande, che sia un bue, una donna o un proletario, non sarà mai veramente libero. La vera rivoluzione non consisteva solo nel cambiare padrone, nel sostituire un re con un presidente o un borghese con un burocrate, ma nell’abolire il concetto stesso di padronanza. Mi raccontò di come, durante la deportazione, avesse imparato la lingua dei canachi, quei selvaggi che i bianchi disprezzavano, e di come avesse trovato in loro una dignità e un senso di comunione con la natura che l’Europa aveva dimenticato da secoli. Mi parlò dei suoi fratelli minori, gli animali, con cui condivideva il poco cibo che aveva, non per carità, ma per giustizia. Ogni volta che vedete un uomo picchiare un cavallo, mi disse, vedete in piccolo lo Stato che picchia il cittadino, il ricco che sfrutta il povero. La violenza è una catena unica; non potete spezzarne un anello e lasciare intatti gli altri. Uscii da quella stanza turbato, con le mie certezze antropocentriche vacillanti. Avevo cercato un’intervista politica e avevo ricevuto una lezione di etica universale. Mentre camminavo per le strade di Parigi, guardavo i cavalli da tiro sfiniti, i cani randagi presi a calci, e per la prima volta non vidi bestie, ma compagni di sventura, vittime silenziose di quella stessa mostruosa macchina di oppressione che Louise Michel aveva combattuto per tutta la vita. E capii che il suo sogno anarchico non era un’utopia politica, ma un’esigenza biologica, un grido d’amore disperato e necessario per tutto ciò che respira e soffre sotto il sole.

Glossario
Crediti
 Louise Michel
 È più per l'umanità che per le bestie
  Capitolo: Sezione riguardante il vegetarianesimo e i diritti degli animali.
  Pubblicazione in Italia: Settembre 2021
 Pinterest • Yvonne Chevalier  • 1935



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