Nel fervore delle dispute laiche e costituzionali che animano periodicamente il nostro Paese, spesso si perde di vista la materialità dei simboli e la loro risonanza profonda nell’animo umano, a prescindere dalle convinzioni religiose individuali. Quando si invoca la rimozione del crocifisso dalle aule scolastiche in nome del pluralismo e del rispetto per le minoranze, si compie, a mio avviso, un errore di prospettiva. Si riduce un’immagine complessa e stratificata a un mero vessillo confessionale, a un timbro di proprietà della Chiesa cattolica sulle istituzioni pubbliche. Ma il crocifisso, prima ancora di essere il centro del dogma cristiano della redenzione, è l’immagine nuda e spietata di un uomo torturato. È la rappresentazione visibile di un’ingiustizia suprema, di un’innocenza condannata dal potere politico e religioso del suo tempo. Rimuoverlo dai muri delle scuole per non offendere chi crede in un altro Dio, o in nessun Dio, significa svuotare le aule di una lezione muta ma essenziale sulla vulnerabilità della condizione umana e sulla brutalità della storia. I ragazzi, alzando gli occhi dal banco, non vi vedono necessariamente una pretesa teologica, ma vi possono scorgere l’emblema di chi ha pagato con la vita la propria coerenza e la propria diversità, diventando un monito perenne contro ogni forma di sopraffazione e di intolleranza.
Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. È il simbolo del dolore umano. La corona di spine, i chiodi evocano le sue sofferenze. La croce che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino. A tutti noi è accaduto di portare sulle spalle il peso di una grande sventura. A questa sventura diamo il nome di croce, anche se non siamo cattolici, perché da troppi secoli è impressa l’idea della croce nel nostro pensiero. Per i cattolici, Gesù Cristo è il Figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente l’immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e del prossimo. Si dirà che molti sono stati venduti, traditi e martoriati per la propria fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle scuole non c’è immagine. È vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti. Perché prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei, neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà tra gli uomini.
Questa affermazione di uguaglianza universale è il nocciolo rivoluzionario del suo messaggio, un messaggio che trascende i confini ristretti del catechismo per diventare patrimonio comune della nostra civiltà. Ebrea e non credente, io guardo a quell’uomo sulla croce non come a un Dio che trionfa, ma come al paradigma di tutti gli sconfitti, di tutti gli umiliati e gli offesi della terra. Sostituirlo con una parete bianca in nome di un’asettica neutralità statale mi sembra un atto di impoverimento spirituale, una cancellazione chirurgica della memoria. In un’epoca che tende a rimuovere la vista del dolore e della morte, relegandoli negli ospedali o nascondendoli dietro la patina lucida del consumismo e della felicità obbligatoria, avere sotto gli occhi il ricordo quotidiano della sofferenza è un esercizio di pietà. Il crocifisso ci ricorda che la storia è fatta anche, e soprattutto, di lacrime innocenti. Insegnare ai giovani a rispettare quell’immagine non significa indottrinarli, ma insegnare loro a riconoscere il volto del perseguitato, a non voltarsi dall’altra parte quando il prossimo cade sotto il peso della propria croce, qualunque essa sia. La vera laicità non consiste nel nascondere i simboli forti per paura che provochino attrito, ma nel saperli leggere in tutta la loro ampiezza umana, traendone la linfa per costruire una convivenza fondata sulla comprensione reciproca e sulla compassione. Togliere il crocifisso perché lo si considera un marchio di divisione significa, paradossalmente, dargli ragione ai suoi detrattori più ottusi, dimenticando che le sue braccia spalancate sono nate proprio per accogliere tutti, senza distinzione alcuna.
Asettica neutralità: Concetto di laicità inteso come rimozione totale di ogni riferimento culturale o religioso dagli spazi pubblici. Il testo la critica come una cancellazione chirurgica della memoria collettiva.
Crocifisso: In questo contesto, non solo un oggetto liturgico, ma il paradigma visibile di chi è stato venduto e martoriato per la propria coerenza, simbolo di tutti gli “umiliati e offesi” della storia.
Laicità: Intesa non come assenza di simboli, ma come capacità di convivenza e comprensione delle radici profonde che accomunano i cittadini, al di là delle loro specifiche fedi religiose.
Pluralismo: Principio che riconosce la coesistenza di diverse opinioni e fedi. L’autrice sostiene che il vero pluralismo sappia integrare i simboli stratificati anziché nasconderli per paura del conflitto.
Vulnerabilità: La condizione essenziale di fragilità umana che il crocifisso espone senza veli, fungendo da esercizio di pietà e riflessione in una società che tende a nascondere il dolore e la morte.
Il crocifisso
Raccolta: Non possiamo saperlo. Saggi 1973-1990
Pubblicazione in Italia: Ottobre 2001
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Memoria della carne ⋯
I simboli non sono etichette, sono ferite aperte nella memoria collettiva. Il crocifisso è l'immagine di un'innocenza che il potere non ha potuto piegare se non con la morte, diventando per questo il linguaggio comune di chiunque lotti per l'umano.
Natalia Ginzburg Il crocifisso
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Le piccole frasi, le parole udite tante volte da bambina, hanno il potere di evocare un intero mondo, un universo di affetti, tensioni e ricordi. Attraverso di esse si ricostruisce la trama complessa delle relazioni familiari, dove ogni cambiamento, ogni silenzio, assume un significato profondo, spesso svelato solo a distanza di tempo.
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Perché non possiamo non dirci «cristiani» di Benedetto Croce
In questo celebre saggio, il filosofo laico sostiene che il cristianesimo ha operato la più grande rivoluzione dell’umanità, introducendo nel mondo una forza morale e spirituale che ha cambiato per sempre il corso della storia. Il testo è strettamente correlato all’analisi proposta poiché rivendica le radici cristiane non come appartenenza dogmatica, ma come fondamento imprescindibile della civiltà europea e della nostra sensibilità etica e politica.
La stella della redenzione di Franz Rosenzweig
Un’opera fondamentale della filosofia del Novecento che esplora il rapporto tra uomo, mondo e Dio. Sebbene radicato nel pensiero ebraico, il libro analizza profondamente la dimensione del simbolo e della sofferenza. Si collega al brano per la prospettiva sulla “materialità dei simboli” e sulla necessità di una memoria che non sia solo teologica, ma che parli alla vulnerabilità essenziale della condizione umana nel tempo.
L’uomo in rivolta di Albert Camus
Un saggio che esamina il concetto di rivolta contro l’ingiustizia e il dolore. Camus, pur da una prospettiva dichiaratamente atea e laica, riflette sulla figura del Cristo come uomo che incarna la rivolta contro il destino e la solidarietà nel dolore. Il libro dialoga con il testo analizzato nel descrivere l’immagine del crocifisso come “paradigma degli sconfitti” e come simbolo di una solidarietà umana che nasce proprio dalla condivisione della sventura e del martirio.



















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