Guarda che cos’altro hai fatto tu. E tutto sempre in nome della libertà!
Ti dico che per l’uomo non c’è assillo più tormentoso di quello di trovare qualcuno al quale trasmettere al più presto quel dono della libertà con il quale il disgraziato essere viene al mondo.
Ma solo colui che acquieta la coscienza degli uomini può dominare la loro libertà.
Con il pane ti veniva dato un vessillo inconfutabile: dagli il pane e l’uomo si inchina, giacché non v’è nulla di più inconfutabile del pane, ma se qualcun altro al di fuori di te s’impadronisce della sua coscienza – oh, allora egli sarà persino capace di gettare via il tuo pane e di seguire colui che seduce la sua coscienza. In questo avevi ragione.
Giacché il segreto dell’esistenza umana non è vivere per vivere, ma avere qualcosa per cui vivere. Se l’uomo non ha ben fermo dinanzi a sé il fine per cui vive, egli non accetterà di continuare a vivere e distruggerà sé stesso piuttosto che rimanere sulla terra, anche se avesse pani in abbondanza intorno a sé.
Questa è la verità, eppure tu hai respinto ogni miracolo, ogni prodigio che avrebbe potuto inchiodare la libertà umana al suolo, come un chiodo a una parete. Tre volte il diavolo ti tentò nel deserto, e tre volte tu rifiutasti:
— Trasforma le pietre in pani, e tutti ti seguiranno.
— Gettati dal pinnacolo del tempio, e gli angeli ti salveranno.
— Adorami, e ti darò tutti i regni della terra.
E tu rifiutasti, dicendo: Non di solo pane vive l’uomo, Non tentare il Signore Dio tuo, Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto.
Ma con ciò, Cristo, tu scegliesti la libertà suprema, e condannasti gli uomini a vagare nel dubbio per secoli.
Noi invece, noi — i tuoi servitori, quelli che hai rinnegato — noi li abbiamo guidati con mano sicura. Abbiamo raccolto il tuo lavoro, ma lo abbiamo capovolto. Abbiamo detto loro: Non temete! Non scegliete! Obbedite!. E li abbiamo nutriti, li abbiamo consolati, li abbiamo liberati dal terrore della libertà.
Abbiamo preso su di noi il fardello della loro coscienza, e li abbiamo resi felici. E per secoli hanno adorato noi, non te, perché noi davamo loro pane quotidiano, miracoli, mistero, autorità — le quattro forze che dominano il cuore umano.
Tu ci lasciasti soli con la libertà, e la libertà è un deserto. Noi abbiamo costruito un giardino. Certo, è un giardino di menzogne — ma è un giardino in cui gli uomini non si uccidono per la disperazione.
E ora tu ritorni, silenzioso, con gli occhi pieni di compassione. Ma il tuo sguardo li turba. La tua presenza risveglia in loro il dubbio. E il dubbio è la morte dell’obbedienza.
Perciò, va’ via. Non tornare più. Se resti, ti bruceremo sul rogo, come il peggiore degli eretici. Perché questa volta non hai più diritto di parola: il mondo non ti vuole. Il mondo vuole pace, non verità. Vuole pane, non libertà.
E noi, noi li amiamo troppo per lasciarli liberi.
Miracolo, Mistero, Autorità: Le tre forze identificate da Dostoevskij che possono incatenare la coscienza dei deboli. Per l’Inquisitore, sono gli strumenti necessari per la felicità collettiva.
Libertà Suprema: La condizione proposta da Cristo, basata sulla scelta individuale e non sulla coercizione o sulla prova tangibile del divino. Nel brano viene definita un deserto per la sua vastità e solitudine.
Pane Quotidiano: Rappresenta non solo il nutrimento fisico, ma la sicurezza materiale e sociale che l’uomo medio preferisce alla libertà spirituale (Dagli il pane e l’uomo si inchina).
I fratelli Karamazov
Libro V, Capitolo V (<em>La leggenda del Grande Inquisitore</em>)
Traduzione di Alfredo Polledro
SchieleArt • •
L'amore non riconosciuto e il vuoto ⋯
Il dolore più grande che una persona possa sopportare non è la fame, la povertà o addirittura la morte, ma l'amore in un mondo che non riconosce il tuo amore: dare completamente il tuo cuore e ricevere in cambio solo vuoto e silenzio.
Dentro di noi portiamo una contraddizione terrificante: cerchiamo l'amore, ma lo temiamo; desideriamo la vicinanza, ma la fuggiamo, ci adoriamo, ma dubitiamo di loro.
Fëdor Dostoevskij I fratelli Karamazov
Letteratura russa, Romanzo psicologico, Esistenzialismo cristiano
La menzogna a sé stessi uccide l'amore ⋯
Non mentire a te stesso. L'uomo che si mente e ascolta la sua stessa menzogna arriva al punto in cui non può distinguere la verità dentro di sé né intorno a sé, e quindi perde tutto il rispetto per sé stesso e per gli altri. E senza rispetto, smette di amare. Perciò, sopra ogni cosa: non mentire a te stesso.
Fëdor Dostoevskij I fratelli Karamazov
Letteratura russa, Riflessione morale, Romanzo filosofico
Parole come fiume in piena ⋯
Mi inginocchiai davanti al vecchio monaco e cominciai a parlare. Le parole uscivano dalla mia bocca come un fiume in piena, portando con sé tutti i peccati che avevo nascosto per anni. Non cercavo giustificazioni, non chiedevo perdono, volevo solo che qualcuno sapesse la verità. Zosima mi ascoltò in silenzio, i suoi occhi pieni di compassione, le sue mani tese verso di me come se volessero accogliere il mio dolore. Quando finii di parlare, mi sentii più leggero, come se un peso enorme mi fosse stato tolto dalle spalle.
Fëdor Dostoevskij I fratelli Karamazov
Narrativa, Romanzo
La forza della virtù senza immortalità ⋯
E ho udito poco fa la sua stupida teoria: Se non vi è immortalità dell'anima, non vi è neppure virtù, e dunque tutto è lecito. È una teoria seducente per le canaglie... Ma io lo sto ingiuriando, è sciocco... anzi, non per le canaglie, ma per i fanfaroni dotti come lui, con la loro irrisolta profondità di pensiero. È uno spaccone, e la sostanza è tutta qui: Da un lato non si può non riconoscere e dall'altro, non si può non confessare!. Tutta la sua teoria è un'abiezione! L'umanità stessa troverà in sé la forza di vivere per la virtù, anche senza credere nell'immortalità dell'anima! La troverà nell'amore per la libertà, per l'uguaglianza, per la fratellanza...
Fëdor Dostoevskij I fratelli Karamazov
Romanzo filosofico, Letteratura russa, Teologia
L'irrazionalità ammirevole della gioventù ⋯
Senza dubbio, un giovane diverso, cauto nel farsi impressionare, già abituato ad amare tiepidamente e non con ardore, dotato di un'intelligenza infallibile, ma eccessivamente cerebrale rispetto alla sua età (e quindi di poco valore), un simile giovane, credo io, avrebbe potuto evitare quello che accadde al mio giovane, ma in alcuni casi è davvero più ammirevole lasciarsi trasportare da un'emozione, per quanto irragionevole, ma comunque generata da profondo amore, che non rimanere ad essa insensibili.
E questo è tanto più valido in gioventù, giacché un giovane troppo costantemente razionale è poco affidabile e non vale molto, ecco come la penso io!
Fëdor Dostoevskij I fratelli karamazov
Realismo, Romanzo, Psicologia
I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij
Il brano che hai riportato è il culmine del Libro V, capitolo V, intitolato appunto Il Grande Inquisitore. Ivan Karamazov narra al fratello Alëša questa leggenda per spiegare il suo rifiuto del mondo creato da Dio. L’opera è considerata uno dei vertici della letteratura mondiale, poiché mette in scena il confronto definitivo tra l’ideale della libertà spirituale (rappresentato da Cristo) e il pragmatismo cinico del potere (rappresentato dall’Inquisitore), che crede di amare l’umanità togliendole il libero arbitrio.
Il mito di Sisifo di Albert Camus
Sebbene scritto decenni dopo, il saggio di Camus dialoga con il testo di Dostoevskij sulla questione del senso della vita. Camus affronta la domanda: Perché non suicidarsi?, che risuona nel brano dove l’Inquisitore afferma che l’uomo si distruggerebbe se non avesse un fine. Entrambi gli autori esplorano l’angoscia della libertà e la necessità di un fondamento morale, sebbene Camus cerchi una risposta nell’assurdo e non nella religione o nel potere totalitario.
1984 di George Orwell
Il discorso del Grande Inquisitore anticipa molte delle logiche dei totalitarismi del XX secolo. Orwell, nel personaggio di O’Brien, riprende l’idea che l’umanità sia troppo debole per la libertà e che il Partito debba farsi carico della coscienza collettiva per garantire una pace forzata. La felicità di cui parla l’Inquisitore, basata sull’obbedienza e sulla rinuncia alla verità, è la stessa distopia che Orwell descrive come la fine della dignità individuale.

























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