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Alcuni anni fa c’è stato un dibattito sulla liceità di rappresentare il fascismo in maniera comica o parodistica senza oltraggiare le vittime. È indisconoscibile il ridicolo, il guittesco, il subalterno, l’affinità elettiva di Hitler e dei suoi col giornalismo da grancassa e coi soffioni di polizia. Ma non c’è niente da ridere. La sanguinosa realtà non era di uno spirito o di un non spirito di cui lo spirito possa farsi beffe. Erano ancora tempi felici, con angoletti riparati e sciatterie in mezzo al sistema dell’orrore, quando Hašek scriveva Švejk. Ma le commedie sul fascismo si sono fatte complici di quella folle abitudine di pensiero che lo ritiene battuto in anticipo perché si dice che i battaglioni della storia del mondo, più forti, gli stanno contro. Meno che a tutti, assumere la posizione del vincitore si addice ai nemici dei fascisti perché hanno il dovere di non essere in niente uguali a coloro che si trincerano in quella posizione. Le forze storiche che hanno prodotto l’orrore derivano dalla struttura della società in sé. Non sono forze superficiali e sono troppo potenti, così che non compete a nessuno di trattarle come se avesse alle spalle la storia del mondo e come se i duci fossero effettivamente i clowns le cui scempiaggini divennero solo in un secondo tempo simili ai loro discorsi da assassini.

Crediti
 • Theodor W. Adorno •
 • Note per la letteratura •
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