Mano di Edipo

Senza entrare nel merito della questione, vale la pena invece spendere due parole intorno a questa figura quasi archetipica e alla fascinazione che esercita oggi più che mai: il “tecnico”, magari anche professore, che inevitabilmente si ammanta di una solenne aura scientifica, scollegato com’è dai meschini interessi di potere del politicante tradizionale e dedito piuttosto – nella frescura dell’hortus conclusus di università, accademie o grandissime aziende – allo studio serio, rigoroso e super-partes.
Se esiste un santo patrono laico del “tecnico prestato alla politica”, curiosamente è Edipo a prestarsi benissimo al compito. Edipo che, nella tragedia sofoclea, è a tutti gli effetti proprio un tecnico prestato alla politica, divenuto Re un po’ per caso dopo aver risolto l’enigma della Sfinge. Come osserva Mario Vegetti in un affascinante studio sulle forme del sapere antico*, Edipo in Sofocle rappresenta un modello di sapere raffinato: “lungo tutta la tragedia, egli controlla saldamente un sapere metodicamente organizzato, si muove con sicurezza lungo i percorsi della razionalità indagatrice”, figlio com’è “della cultura tecnica e profana del V secolo, la cultura dei fisici, degli storici, dei medici”. Alla ricerca della causa della pestilenza che ha colpito Tebe, Edipo procede quindi come uno scienziato o, meglio ancora, come un medico: indaga i sintomi, senza isterismi, ma con atteggiamento distaccato e razionale, al fine di trovare la medicina giusta per il problema; e questo modello “medico” è rimasto saldamente agganciato anche al nostro moderno mito del tecnico: il tecnico, o meglio ancora un governo di tecnici, una sorta di aristocrazia della scienza, saprà riconoscere i sintomi, analizzarli in modo distaccato e giusto, e trovare la medicina corretta, che, per inciso, come tutte le medicine, probabilmente sarà amara e fatta di diete e rinunce salutari. Alla fine, dal canto suo, Edipo ha successo nella propria ricerca: “All’inizio della tragedia, e della sua ricerca, egli cercava da buon medico la ‘iasis‘, la cura della peste di Tebe. Finalmente la trova in se stesso, il pharmakos e il capro espiatorio: insieme il veleno intossicante e il rimedio del male; il medico è la causa della malattia, la sua rovina e la sua fuga sono l’unica cura”. E’ possibile che Sofocle ci indicasse anche, al di là delle vicende mitiche, che questo metodo di sapere ha i suoi limiti e che, se non integrato da una visione più alta, ampia e prospettica della comunità, finisce col generare proprio quella “peste” che vuole curare? Verrebbe da dire di si. Questo atteggiamento razionale e “oggettivo” che la parola “tecnico” evoca, finisce col rimanere agganciato alla superficie delle cose, in una gestione mai profonda e visionaria della società: il tecnico, sottratto alla propria area di competenza specializzata, alla fine non può che essere travolto dagli avvenimenti che non è in grado di pre-vedere; iperanalitico nella propria materia, non può che essere miope al di fuori di essa, perpetuando alla fine il male che cerca di risolvere. Qualsiasi “tecnico” che volesse cimentarsi comunque in questa impresa, dovrebbe essere quindi capace di quell’auto-accecamento (ovviamente simbolico…) che troviamo in Edipo, quando, dopo il catastrofico auto-svelamento, decide di rinunciare a quella vista acuta e arrogante su cui aveva fatto sempre affidamento, rivolgendo lo sguardo dentro se stesso in cerca di un sapere più profondo, con il quale, si potrebbe dire, le cose più che vedersi, si “sentono”.

Crediti
Mario Vegetti
Tra Edipo ed Euclide, Il Saggiatore, 1973 Milano •
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