Effetto poetico Deleuze Guattari Foucault
Non si tratta di un culto alle minoranze, allo straniero o altro, ma del divenire-minoritario della gente, del divenire-straniero della lingua, del divenire-bastardo dello scrittore o del divenire-altro di tutti in ognuno, implicando anche, il divenire-altro di questo o quello cui si è divenuto. In questo senso, non si tratterebbe d’idealizzare gli schizofrenici o le minoranze o gli stranieri o la figura troppo morale dell’altro, con i rischi di quella che è poi, la feticizzazione e mistificazione pietosa dell’alterità; operazione questa, che legherebbe infatti, l’Altro, alla sua identità in sé (pazzo, nero, ebreo, ecc). Da qui, il doppio senso del divenire: divenire-altro per far si che l’altro, possa divenire altra cosa che se stesso. Nel caso della follia, è ancora più chiaro, cioè, non dall’elogio della follia o pazzia, ma dalla constatazione che il fatto psicosociale della pazzia sia solo, una triste fissazione. La disgrazia nella follia, verrebbe dal fatto, che la figura sociale che è stata chiamata a testimoniare se stessa, la deterritorializzazione come processo universale, soccombe inevitabilmente sotto il peso di questa insopportabile delega. Da qui, lo slogan, per liberare da tutti i flussi, il movimento schizoide, in modo tale che questo carattere, non possa più qualificare che un particolare residuo come flusso di follia. In ogni caso, resta il fatto, che “la schizofrenia come processo è l’unica cosa universale“. Deleuze e Guattari riprendono così, la controversa profezia di Foucault, riguardante la fine imminente della follia esteriore, invertendola completamente, dandogli un senso quasi previsionale. La graduale abolizione dei confini binari tra follia e non follia non è vista come perdita di esternalità, ma piuttosto come un guadagno di esternalità. L’esterno non è più confinato, ma liberato dalla serratura di spazi ristretti o privilegiati. Non essendo chiusi in contorni riconoscibili, la follia, come pure l’arte, la letteratura, la rivoluzione, può finalmente diffondersi ovunque o insorgere ovunque. L’alterità non è più di là da un confine o forzatamente ai margini sciolti, né in un tempo a venire. Si tratta dunque, di una virtualità di linee che ci compongono e del divenire in cui scorrono. Questa geografia senza confini, indifferente alla dialettica in cui il Sé e l’Altro si affrontano, non rappresenta quindi, necessariamente, la vittoria di una presunta totalità, della quale poi, Deleuze e Foucault ci hanno insegnato a riderne sempre.

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