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A la recherche du temps perdu non è soltanto il più grande trattato sulle passioni umane offerto dal XX secolo, ma è anche il romanzo che si è più genialmente servito della quarta dimensione, il tempo, per delineare i personaggi. Questo tempo bergsoniano è quello della durata e del ricordo, nel cui edificio mirabile si ricrea la vita perduta e se ne estrae il senso essenziale, ed è il tempo dello scrivere che ripercorre l’esperienza e lo stesso ricordare. Nella sua stanza e a letto, dopo aver vissuto, Proust vive veramente, ossia ritrova il cuore della vita; l’attimo – la reminiscenza che affiora istantanea grazie al profumo della madeleine o al tintinnio di un cucchiaio – è il perno intorno al quale si dipana il filo del tempo ritrovato, di “tutto” il tempo ritrovato. I nomi e la loro eco riportano e ricreano non solo una figura, ma la realtà intera del mondo che non sarebbe tale senza quella eco e quell’ombra, così come sono l’apparire della signora Swann e il ricordo del suo apparire che danno senso e totalità al Bois de Boulogne.

La Recherche è lo struggente e sterminato catalogo che porta alla luce l’impalpabile vita del cuore umano, che l’esistenza rimuove come marginale e anarchica e che invece contiene l’essenza della vita vera, esiliata e impossibile nell’ambito della vita falsa e imperante: l’amore, la gelosia, il rimpianto, l’oblio, il desiderio e la sua estinzione, le struggenti e impercettibili intermittenze del cuore sono i luminosi frammenti di una biografia che non può costruirsi saldamente come nel romanzo classico, ma può vivere solo nella dispersione o nella sublimazione, e può essere costruita solo dal ricordo, dalla parola, dalla poesia.

Grande affresco sociale che cela sotto l’apparente snobismo il mistero della società ovvero la sua base economica, la Recherche è pure una grande opera di denuncia sociale, perché mette disperatamente a nudo il dissidio fra quella vita sociale e la vita vera che ne è avvolta e sepolta. Sinuoso e tentacolare, il periodo proustiano circuisce questa vita vera che brilla solo in absentia, solo nel ricordo e nella parola; la totalità epica di Proust, cui i biancospini di Combray o gli occhi azzurri della signora di Guermantes danno un volto incomparabile, è la totalità straziata e dispersa che giace nel cuore degli individui alienati e che solo il libro, il segno chiamato a rappresentare la vita, può magicamente ricostruire.

Nella pagina di Proust il minimo – il nome di un paese, una sfumatura di luce – riacquista piena dignità, brilla di luce inestinguibile: la luce della vita vera, che splende nella scrittura.

Crediti
 • Claudio Magris •
 • Una totalizzante epopea •
  • Brano tratto dall'Enciclopedia del '900 •
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