⋯

Dalla psiche procede assolutamente ogni esperienza umana, e a lei ritornano infine tutte le conoscenze acquisite. Anzi essa non è soltanto l’oggetto della sua scienza, ma ne è anche il soggetto. Questa situazione eccezionale tra tutte le scienze implica da un lato un dubbio costante sulla sua possibilità in generale, dall’altro assicura alla psicologia un privilegio e una problematica che appartiene ai compiti più ardui di una vera filosofia.

Carl Gustav Jung

In questo passo, così significativo per intuizione filosofica, Jung coglie la difficoltà di fare della psicologia una scienza, perché è proprio dello statuto di ogni scienza che l’oggetto di indagine non metta in questione il soggetto che indaga. La filosofia è nata da questa neutralizzazione del soggetto che indaga: Non ascoltando me, ma il lógos – [ecco la neutralizzazione del soggetto che indaga] – è giusto convenire che tutto è uno. Questo frammento di Eraclito è stato per secoli il programma della filosofia come oggi lo è della scienza. Un’intuizione, infatti, è filosofica o scientifica non per le modalità con cui è scaturita, non per la sua paternità, ma per il modo con cui si autogiustifica. L’espressione di Aristotele: Amo Platone, ma più ancora la verità non è un tentativo più o meno riuscito di emancipazione dal padre, ma è il puro e semplice statuto del sapere, che è tanto più sapere quanto più elimina dal suo ambito ogni forma di soggettività. Che dire a questo punto del sapere psicologico che ha per oggetto il soggetto stesso? Jung, che ha affrontato il problema, esprime un dubbio costante sulla sua possibilità in generale. Il dubbio, naturalmente, va risolto, perché là dove non c’è un sapere, qualsiasi discorso sulla psiche non trova legittimazione per l’assenza di un criterio che ne consenta la validazione o la falsificazione. L’obiezione che Popper solleva nei confronti della psicoanalisi può essere tolta solo con il superamento del dubbio junghiano. Oggi questo dubbio è in via di risoluzione grazie al contributo di quella nuova configurazione del sapere che è l’ermeneutica. Questa affonda le sue radici nella fenomenologia inaugurata da Husserl per il quale la soggettività non può essere conosciuta da nessuna scienza oggettiva. Questa osservazione ci conduce al cuore del problema dove si dibatte la possibilità o l’impossibilità per la psicologia di porsi come scienza. Il problema non riguarda solo la psicologia come una scienza fra le tante, ma la psicologia come luogo dove, meglio che altrove, si avverte la crisi della scientificità come tale. Scrive in proposito Husserl:

Ben presto ci renderemo conto che alla problematicità che è propria della psicologia, non soltanto ai giorni nostri ma da secoli, alla “crisi” che le è peculiare, occorre riconoscere un significato centrale; essa rivela le enigmatiche e a prima vista inestricabili oscurità delle scienze moderne, persino di quelle matematiche; essa rivela l’enigma del mondo di un genere che era completamente estraneo alle epoche passate. Tutti questi enigmi riconducono all’enigma della soggettività e sono quindi inseparabilmente connessi all’enigma della tematica e del metodo della psicologia.

Tematica e metodo sono le due parole su cui vorremmo fissare l’attenzione, perché è proprio nella reazione dell’una sull’altra che scaturisce l’enigma. Sembra infatti che la tematica della psicologia si sottragga al metodo scientifico, e che ogni tentativo volto ad applicare alla psicologia il metodo scientifico dissolva la tematica. Già abbiamo constatato che il discorso scientifico esige, per la sua costituzione, una coscienza intersoggettiva, un intelletto puro che lascia fuori di sé ogni sorta di condizionamento psicologico. Tale è il cogito cartesiano, da cui prende avvio la scienza nella sua accezione matematica e a cui si rifà la psicologia nel suo tentativo di prodursi come scienza. Ma qui la psicologia viene a trovarsi in una contraddizione insuperabile perché, se la scienza può nascere solo in presenza e a opera di un cogito depsicologizzato, se la non-interferenza dello psichico è la prima condizione per la produzione di un discorso scientifico, se la soggettività empirica e individuale è proprio ciò che non deve intervenire dove l’analisi pretende di essere oggettiva, può la psicologia prodursi come scienza senza abolire se stessa? A questa domanda nel Novecento sono state date due risposte negative. La prima, in ambito filosofico, con Husserl. Si tratta di quella risposta fenomenologica che, ripresa da Heidegger, sviluppata da Sartre e concretamente articolata, anche per le sue competenze specifiche, da Jaspers, esclude la possibilità per la psicologia di porsi come scienza naturale. Su questo tipo di risposta che, per usare l’espressione di Husserl, non nega alla psicologia di porsi come scienza rigorosa, ma semplicemente di porsi come scienza naturale, in ciò recuperando, ma rifondando radicalmente, la distinzione di Dilthey tra scienze della natura (Naturwissenschaften) e scienze dello spirito (Geisteswissenschaften), non mi soffermo perché le ho dedicato un intero saggio: Psichiatria e fenomenologia, dove, oltre all’itinerario teorico, è descritto anche lo sviluppo clinico che l’impostazione husserliana ha avuto con Binswanger, Minkowski, Laing, e da noi Callieri e Borgna, per limitarmi ai più significativi esponenti dell’indirizzo fenomenologico in psichiatria. La rivoluzione ermeneutica da essi operata nell’interpretazione della follia è un esempio significativo della fecondità di cui sono capaci risposte radicalmente negative a problematiche mal formulate. La seconda risposta è stata data in ambito psicologico da Jung che, oltre a non conoscere la fenomenologia, non si è mai inserito nel dibattito filosofico sullo statuto epistemologico della psicologia, anche se Jaspers, per esempio, lo aveva a più riprese chiamato in causa. Ebbene, Jung, nonostante numerose siano le sue oscillazioni linguistiche, e nonostante la sua teoria degli archetipi offra il fianco a un’interpretazione ancor più deterministica di quanto non lo sia il determinismo delle scienze della natura, afferma: La psicologia deve abolirsi come scienza, e proprio abolendosi raggiunge il suo scopo scientifico. L’affermazione è radicale non tanto per la sua perentorietà, ma perché va alla radice dell’Occidente e del suo mai dismesso tentativo di pervenire a una rigorosa fissazione delle basi discorsive, di cui la scienza matematica è solo una tappa.
All’obiezione junghiana ho dedicato un altro saggio: La terra senza il male, dove l’interrogazione psicologica investe tutto ciò che la psicologia scientifica è costretta a tralasciare per prodursi scientificamente, non essendosi ancora emancipata da quelli che per Husserl sono gli errori seducenti in cui sono caduti Cartesio e i suoi successori. Dopo Husserl, l’ermeneutica prende quota con Heidegger, Jaspers, Gadamer e trova la sua prima e più radicale applicazione in campo psicologico con Mario Trevi, i cui scritti non sono da leggere come semplici riflessioni e considerazioni su problemi psicologici, ma come l’elaborazione di un nodo teorico in cui non si imbatte solo la psicologia junghiana, ma l’intera psicologia, che non può adottare il metodo oggettivante delle scienze e al tempo stesso non può esimersi dall’esser scienza se non vuole andare incontro alla delegittimazione del suo dire. Scrive in proposito Trevi:

La psicologia come scienza si pone al di fuori di ogni confronto con le altre scienze dell’uomo (e comunque distante da ogni scienza della natura) appunto perché il suo oggetto di indagine coincide con lo stesso soggetto indagante e ogni tentativo di “porsi al di fuori” di quest’ultimo porta inevitabilmente le stimmate della soggettività. Il “testo” che lo psicologo si propone di indagare, la psiche nella sua sconfinata fenomenologia, non può essere colto in un’immobile e atemporale oggettività, ma sempre attraverso quell’orizzonte dischiuso dal soggetto nel momento in cui su quel testo si ripiega. Tale orizzonte è al contempo legittimo (in quanto visuale e osservazione concretamente calate in un’esistenza) e relativo, e pertanto limitato e controvertibile. Anzi, quell’orizzonte in tanto acquista dignità in quanto, nell’esplorazione sistematica delle sue possibilità, incontra quel confine al di là del quale si schiudono altri orizzonti possibili, talché, in ultima istanza, la verità di un orizzonte sta nel suo autolimitarsi e, in certo senso, negarsi come verità unica per dar luogo alle verità ugualmente autolimitantisi di altri orizzonti. In tal modo la “verità” di una psicologia consapevole è il dialogo aperto e infinito tra possibili orizzonti.

Ciò significa che alla psicologia non può competere che il metodo ermeneutico dove, precisa Trevi:

Per ermeneutica intendiamo quell’atteggiamento di pensiero che, ponendo il problema dell’interpretazione, deve considerare altresì il vivo e ineliminabile problema dell’interprete nei confronti del testo da interpretare e riconosce che non c’è testo “oggettivo”, staccato e indifferente all’interprete, ma testo diviene qualsiasi testimonianza del mondo della vita nel momento in cui un interprete l’assume nel suo orizzonte di interesse.


Crediti
 • Umberto Galimberti •
 • Pinterest •   •  •

Similari
 ⋯ Le origini romantiche della psicoanalisi e l’obiezione di Nietzsche
328% ArticoliPsicologiaUmberto Galimberti
A differenza di tutti i popoli della terra, l’uomo occidentale un giorno ha detto Io. L’ha annunciato Platone e l’ha esplicitato Cartesio. La psicologia ha catturato questa parola e ne ha fatto il centro della soggettività, dispiegando una visione del mon⋯
 ⋯ Dall’inconscio al comportamento
154% ArticoliLuciano MecacciPsicologia
Nel primo decennio del Novecento si diffuse la psicologia come scienza sperimentale, come indagine di laboratorio, cioè, una metodologia fondata sull’uso del metodo dell’introspezione. A partire da dati raccolti dai racconti si procedeva a scrivere com’er⋯
Tra neuroscienze, psicologia e letteratura, la nascita di unIl cervello raccontato
139% ArticoliNeuroscienzePaolo Pecere
Il rapporto tra l’attività cerebrale e l’identità di una persona è un tema attualissimo, che fin dalle sue prime formulazioni moderne ha messo in questione il ruolo della narrazione: come può collegarsi l’operare dei miliardi di neuroni che compongono il ⋯
 ⋯ La psicologia e lo sviluppo infantile
109% ArticoliMassimo RecalcatiPsicologia
Nella prima metà del Novecento, periodo delle grandi scuole psicologiche, Piaget contribuì alla storia delle idee, in campo psicologico, definendo anche la natura e le caratteristiche della persona umana. L’interesse per lo sviluppo, non solo intellettuale⋯
 ⋯ Basi neurologiche della coscienza
87% ArticoliAutori VariNeuroscienze
Spesso non siamo consapevoli di quelle che sono le ragioni e le cause del nostro comportamento; più indaghiamo nei meandri della mente, più ci si accorge di quanto sia importante e potente il nostro inconscio. L’inconscio, come parte più intima di noi ste⋯
 ⋯ Introduzione all’Antiedipo
86% Alessandro FontanaArticoliPsicologia
Si immagini la storia come una massa globulare, una nebulosa, con oggetti puntuali inegualmente distribuiti e stati d’intensità differenziali: insieme aleatorio e stocastico più che continuo statistico. Il presente allora non sarebbe spesso che la derivat⋯