Espressione della nostra ignoranza
Tutti gli eventi, persino quelli che, a causa della loro irrilevanza, non sembrano seguire le grandi leggi della natura, ne sono i risultati tanto necessariamente quanto le rivoluzioni intorno al Sole. Nella nostra ignoranza dei legami che uniscono tali eventi al sistema intero dell’universo, li abbiamo attribuiti a cause finali o all’azzardo, a seconda del modo in cui succedono e si ripetono regolarmente oppure appaiono senza ordine; queste cause immaginarie comunque si sono ritirate gradualmente con l’espandersi della conoscenza e spariscono del tutto davanti a una filosofia solida, che vede in esse solo un’espressione della nostra ignoranza. Gli eventi presenti sono connessi con quelli precedenti da un legame basato sul principio evidente che una cosa non può succedere senza una causa che la produca. Questo assioma, nota come il Principio di Ragion Sufficiente, si estende anche alle azioni che vengono considerate indifferenti; la volontà più libera che ci sia non è in grado di farli nascere senza un motivo determinativo; se supponiamo due posizioni con circostanze esattamente uguali e troviamo che la volontà è attiva in una e inattiva nell’altra, diciamo che la sua scelta è un effetto senza causa. In quel caso, si tratta, come dice Leibniz, il caso cieco degli epicurei. L’opinione contraria è un’illusione della mente che, perdendo di vista le ragioni sfuggenti del libero arbitrio in vicende indifferenti, crede che la scelta si determina da sé e senza motivi. Dobbiamo dunque considerare lo stato presente dell’universo come l’effetto dello stato precedente e come la causa di quello successivo. Ammessa per un istante un’Intelligenza in grado di comprendere tutte le forze che animano la natura e le rispettive circostanze di tutte le cose che la compongono – un’Intelligenza sufficientemente vasta da sottoporre questi dati ad analisi – allora essa abbraccerebbe in una stessa formula i movimenti dei più grandi corpi dell’universo insieme a quelli dell’atomo più leggero; per Essa, niente sarebbe incerto, e il futuro, come il passato, sarebbe presente ai suoi occhi. Nella perfezione raggiunta nell’astronomia, la mente umana ci offre una debole idea di questa Intelligenza. Le sue scoperte in meccanica e geometria, aggiunte a quella della gravitazione universale, l’hanno permessa di comprendere in espressioni analitiche gli stati passati e futuri del sistema del mondo. Con l’applicazione dello stesso metodo ad alcuni altri oggetti della sua conoscenza, è riuscita a riferire alle leggi generali i fenomeni osservati e a prevedere quelli che dovrebbero verificarsi in determinate circostanze. Tutti questi sforzi nella ricerca della verità tendono a riportarla alla vasta Intelligenza appena menzionata, ma da cui rimarrà per sempre infinitamente distante. Questa tendenza, peculiare alla razza umana, è quella che ci rende superiori agli animali; e il nostro progresso in questa ricerca distingue le nazioni e le epoche, e ne costituisce la loro vera gloria. La curva che descrive una semplice molecola di aria o di vapore è regolata in maniera altrettanto certa quanto le orbite planetari; l’unica differenza tra di loro deriva dalla nostra ignoranza. La probabilità è relativa, in parte a questa ignoranza e in parte alla nostra conoscenza. Sappiamo che, di tre o più eventi, uno solo deve succedere; ma niente ci induce a credere che uno di loro, invece degli altri, sarà quello che succederà. In questo stato in indecisione, siamo impossibilitati di annunciare l’esito con certezza. Rimane comunque probabile che uno di questi eventi, scelto a volontà, non succederà perché vediamo diversi casi ugualmente possibili che ne escludono il succedersi, mentre sono un caso lo favorisce. La teoria della probabilità consiste nel ridurre tutti gli eventi dello stesso genere a un certo numero di casi ugualmente possibili, vale a dire tali per cui possiamo rimanere ugualmente indecisi riguardo alla loro esistenza, e nel determinare il numero dei casi favorevoli all’ esito di cui si cerca la probabilità. La proporzione tra quella cifra e tutti i casi possibili costituisce la misura di questa probabilità, che è così una semplice frazione di cui il numeratore è il numero di casi favorevoli e il denominatore è il numero di tutti i casi possibili.

Crediti
 • Pierre Simon De Laplace •
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