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Il mondo che ci viene imposto, quello che ci brucia la carne e ci spezza le ossa, non merita le nostre lacrime. Sarebbe fargli troppo onore; tutto ciò che merita è il nostro disprezzo. Meglio: il nostro sdegno, la variante altera ed orgogliosa del disprezzo, quella improntata ad un giusto sentimento di superiorità.
Il disprezzo è eredità storica dell’aristocrazia. Per questa ragione fa orrore a coloro che li hanno depennati dal potere: gli utilitaristi borghesi, i democratici, i filantropi, i creatori di ricchezza, i benefattori dell’umanità – i nostri Padroni. Se ci affamano, se ci istupidiscono, se ci rubano i giorni e le notti, se ci sorvegliano, se ci rinchiudono, se ci torturano, è sempre in nome dell’interesse superiore dell’umanità, della nazione, del progresso, della ragione, della libertà, della civiltà, della prosperità. In breve: in nome di una causa superiore e trascendente. Lo fanno per il nostro bene, e non è affatto uno scherzo: ne sono convinti. Con le istituzioni che controllano, con gli strumenti di potere a loro disposizione, si applicano con pazienza a creare la Nuova Umanità perfettamente addomesticata, innamorata delle proprie catene, incapace di vivere senza di esse e che le difende con le unghie e con i denti quando sono minacciate. E stanno per riuscirci – se non è già accaduto.

Quando i nostri padroni praticano il disprezzo è quasi loro malgrado, da tanto è grande la loro filantropia. Si lasciano andare a questo difetto quando non riescono più a reprimere quella violenta ostilità che deriva dal sentimento di aver sgobbato duro per la felicità delle moltitudoni eternamente indisciplinate, fannullone, ingrate e soprattutto incapaci di comprendere il bene comune. E ancora, lo fanno di nascosto, quasi con vergogna, perché questo è il prezzo da pagare per mantenere il mito democratico. Ai giorni nostri il disprezzo è diventato piuttosto appannaggio di coloro che Nietzsche chiamava i deboli, gli esseri del risentimento, e che sono i membri di questa nuova umanità amante delle sue catene: i reazionari più inetti, gli xenofobi, gli omofobi, i misogini, gli identitari, i nostalgici di un ordine tradizionale che non è mai esistito altrove se non nella loro testa. Queste carogne non sanno nemmeno servirsi correttamente del disprezzo; è come se fosse stata data una rivoltella ad un monco. Ne fanno un’arma puntata contro l’individuo, in nome di una superiorità che deriva dalla loro conformità ai dispositivi di potere che sono tuttavia la fonte di tutte le disgrazie, le loro come le nostre. Essi si immaginano che, costringendoci ad unirci al gregge ed a piegarci alle loro prescrizioni, allevieranno le proprie sofferenze, mentre non fanno che rafforzare il potere dei nostri Padroni – anche se talvolta cercano di farci credere il contrario, anche se si presentano come «anti-sistema», ovvero «rivoluzionari». Tutto ciò che desiderano è reprimere quelli e quelle che hanno la tracotanza di rifiutare di condividere il loro inferno.

Per noi che subiamo l’oppressione piena di sollecitudine degli innamorati del genere umano, è più che mai ora di espropriare il disprezzo e di metterlo in atto come un rapporto generale col mondo. Siamo tutti e tutte, senza eccezioni, superiori alle identità che ci sono state imposte come marchi da bestiame. Siamo tutti e tutte, senza eccezioni, superiori alle mediocri istituzioni sociali che ci incatenano. Nessuna di queste merita rispetto. Nessuna merita di essere riformata. Nessuna può essere salvata. Sono tutte, strettamente parlando, disprezzabili, non foss’altro perché ci hanno spogliato della nostra individualità per relegarci al rango di astrazioni, di semplici elementi che ereditano qualità dall’insieme in cui siamo stati arbitrariamente posti.
O miei fratelli e mie sorelle, voi che amo al di là della ragione, impadroniamoci insieme del disprezzo, rivoltiamolo come un calzino e brandiamolo contro questo mondo che non smette di avvilirci e che è indegno della nostra sublime bellezza.

Crediti
 • Anne Archet •
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