Essere e tempo

Spossante paradosso del linguaggio: è grazie al linguaggio, attraverso di esso, che lo spirito si sviluppa e che noi pensiamo; e nello stesso tempo pensare è sempre, in un modo o nell’altro, rivoltarsi contro il linguaggio e lottare contro questo assoggettamento: fare ogni sforzo per prendere le distanze dai suoi partiti presi e, distaccandosi da quanto di più evidente ci impone, tentare di ritornare a monte delle sue vecchie suddivisioni. Fin qui mi son guardato dall’invocare il tempo, anche quando voglio pensare il cambiamento, perché credo che il tempo sia una costruzione del linguaggio e, più in particolare, della lingua europea, che in larga parte ci trae in inganno e ci fa deviare dalla logica del processo. Abbiamo, dopo i Greci, inscatolato sotto il termine tempo, chronos, tutto quello che non riusciamo più a giustificare a partire dalle nostre distribuzioni e disgiunzioni nozionali e che eleviamo a Causa egemonica, enigmatica, delle nostre vite. Di qui la domanda che, a questo punto della riflessione, non posso più fare a meno di osare: il Tempo non sarebbe quel personaggio della finzione drammatica che abbiamo inventato per dare un nome e un volto al nostro impensato e per fargli interpretare il grande ruolo esplicativo, globale quant’altri mai, che potremmo evitarci con un’attenzione più minuziosa per le trasformazioni silenziose? Il Tempo infatti fa causa comune con quella scelta greca per eccellenza che è la nostra scelta dell’Essere e gioca con esso la sua partita, recuperando quel che il pensiero dell’Essere ha lasciato cadere, in modo da servire come cornice e come supporto al divenire nei confronti di esso. Essere e tempo, Sein und Zeit, è con la sua congiunzione un titolo generico per l’intero pensiero europeo.

Crediti
 François Jullien
 Le trasformazioni silenziose
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