
I Quaderni Neri sono nostri, in qualche modo, abbiamo fatto sì, che qualcuno li scrivesse, partendo però dall’essere, e non da quello che può essere un punto di vista soggettivo o umano, ragion per cui, difficili da comprendere, perché perlopiù, l’essere si muove su quello che è un pensiero frammentato. Siamo tutti inclusi, vittime e carnefici, tanto ieri, come oggi, poco importa chi c’è o non c’è più, l’essere in questione resta. Possiamo anche discuterne, ma sempre e comunque di qualcosa che ci riguarda, l’altro, è solo lo specchio in cui ci vediamo e che ci permette di tenere la distanza da ciò che siamo e non ci aggrada di noi. Ecco dunque, che l’essere continua a sfuggire e non combacia mai con sé o con l’altro che sia, comunque essere, e con l’arma del giudizio lo si scandaglia, per accettarne o rinnegarne parti, e mai si accetta o ci si accetta così come si è, immersi totalmente in ogni movimento interiore, perché di questo è composto l’essere, che senza giudizio, solo sarebbe la sua azione o pensiero. Lo sguardo che va oltre, abbraccia quest’insieme, nello scandalo generale di quegli occhi così abituati a guardare l’esterno e mai rivolti al proprio interno, laddove differenza non c’è, sempre di essere si tratta, e sempre di tempo; quel tempo in cui si scorre, e che agguantato dal pensiero, una volta individuato e datogli un nome, si frappone e ci divide, lasciandoci alla nostra sorte, fuori di noi, fuori dal tempo, che continua a scorrere per proprio conto, mentre noi continuiamo a mancare l’appuntamento più importante della nostra vita, quello col proprio essere… nel tempo.
Appuntamento a cui qualcuno invece, non ha mancato…

In tutte le cose vedevo subito l’opposto, la contraddizione, e fra il reale e l’irreale l’ironia, il paradosso. Ero io il mio peggior nemico. Nulla c’era che volessi fare e potessi anche non fare.
Anche bambino, quando nulla mi mancava, io volevo morire; volevo arrendermi perché non vedevo senso nella lotta. Sentivo che nulla si sarebbe provato, sostanziato, aggiunto o sottratto continuando un’esistenza che non avevo chiesto. Tutti attorno a me erano dei falliti, e se non falliti ridicoli. Specialmente chi avesse avuto successo. Questi poi mi infastidivano fino alle lacrime. Ero solidale con chi sbagliava, ma non era la simpatia a muovermi. Era una virtù meramente negativa, una debolezza che fioriva alla sola vista della miseria umana. Non ho mai aiutato nessuno aspettandomi che ciò gli facesse del bene; lo aiutavo perché non ero capace di fare altrimenti. 

Il complice
Mi tendono il calice e io devo essere la cicuta.
Mi ingannano e io devo essere la menzogna.
Mi bruciano e io devo essere l’inferno.
Devo lodare e ringraziare ogni istante del tempo.
Il mio nutrimento son tutte le cose.
Il peso preciso dell’universo, l’umiliazione, il giubilo.
Devo giustificare ciò che ferisce.
Non importa la mia fortuna o la mia sventura.
Sono il poeta.
Jorge Luis Borges







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