A volte i simboli acquistano efficacia per la loro sproporzionata incombenza, perché affascinano e perseguitano di per se stessi. A questa categoria appartengono i riti e la pompa della religione. Le bellezze della pietà rafforzano la fede che già esiste e, dove non c’è fede, contribuiscono alla conversione. Giacché fanno appello solo al senso estetico, esse non garantiscono né la verità né il valore etico delle dottrine a cui si sono arbitrariamente associate. La storia ci dimostra che spesso queste bellezze della pietà sono state eguagliate e sorpassate dal loro opposto, dalle bellezze dell’empietà.
Sotto Hitler, per esempio, l’adunata annuale di Norimberga era un capolavoro di arte rituale e teatrale. «Io ho trascorso sei anni a Pietroburgo, prima della guerra, ai bei tempi del vecchio balletto russo» scrive Sir Neville Henderson, ambasciatore britannico a Berlino «ma non ho mai visto balletto che per grandiosità e bellezza potesse reggere il confronto con l’adunata di Norimberga.» Viene in mente Keats: «Verità è bellezza, bellezza verità». Ahimè, questa eguaglianza è possibile solo a livello supremo, sopramondano. Al livello della politica e dell’ideologia la bellezza è perfettamente compatibile con l’assurdo e con la tirannia. Ed è una fortuna: perché se la bellezza fosse incompatibile con l’assurdo e con la tirannia, ci sarebbe ben poca arte al mondo. I capolavori della pittura, della scultura e dell’architettura furono creati quali forme di propaganda religiosa o politica, a maggior gloria di un dio, di un governo, di un clero. Ma re e preti sono sempre stati, a maggioranza, dei despoti e tutte le religioni sono intrise di superstizione. Il genio si è asservito alla tirannia e l’arte ha fatto la pubblicità di un culto religioso. Il tempo, scorrendo, separa l’arte buona dalla metafisica cattiva.
Riusciremo noi a compiere la separazione, non dopo il fatto, ma mentre esso avviene? Questo il problema.
Nella propaganda commerciale si intende chiaramente il principio del simbolo dal fascino sproporzionato. Ogni azienda pubblicitaria ha il suo ufficio artistico, e cerca continuamente di abbellire i cartelloni degli affissi con manifesti vistosi, le pagine pubblicitarie dei giornali con vivaci disegni e fotografie. Qui non ci sono capolavori, perché il capolavoro lo intende solo un pubblico limitato, e il pubblicitario invece deve conquistare le maggioranze. Il suo ideale è una mediocre eccellenza. A chi piace quest’arte non mai troppo buona, ma bastevolmente vistosa, piacerà quasi di certo il prodotto che ad essa si associa e di cui è simbolo.
Altro aspetto di questo simbolismo è la pubblicità cantata. Si tratta di una invenzione recente, ma la teologia cantata e la preghiera cantata – l’inno e il salmo – sono antiche quanto la religione stessa.
I canti marziali hanno la stessa età della guerra, e i canti patriottici, da cui derivano i nostri inni nazionali, senza dubbio servirono a promuovere la solidarietà di gruppo, a sottolineare la distinzione fra noi e loro, presso i branchi vaganti dei cacciatori paleolitici e dei raccoglitori di frutti selvatici. Su moltissime persone la musica esercita un’attrazione intrinseca. Non solo: un motivo tende a inserirsi nella mente dell’ascoltatore, a restare nel ricordo per tutta una vita. Queste ultime parole, per esempio, costituiscono un’affermazione di scarso interesse, un semplice giudizio di valore. Così come sono, non destano l’attenzione di nessuno. Ma provate ad adattare queste parole a un motivo facile, che si ricordi. Diventeranno subito parole possenti. Non solo: quelle parole tenderanno a ripetersi automaticamente ogni volta che si oda o si ricordi il motivo. Orfeo ha fatto alleanza con Pavlov: la potenza del suono si lega al riflesso condizionato. Al propagandista commerciale, e così pure ai suoi colleghi del campo politico e religioso, la musica offre un ulteriore vantaggio. Un’assurdità che una creatura ragionevole si vergognerebbe di scrivere, di dire, persino d’ascoltare, si può invece ascoltare cantata, o cantare con piacere, addirittura con una certa convinzione intellettuale. Possiamo noi separare questo piacere del canto dalla umanissima tendenza a credere nella propaganda che quel canto esprime? Ancora una volta, è questo il problema.
Jingle: Breve motivo musicale accompagnato da uno slogan, progettato per essere facilmente memorizzabile e ripetitivo, utilizzato nella pubblicità per fissare il nome di un prodotto nella mente del consumatore.
Pompa: Sfarzo solenne e appariscente utilizzato nelle cerimonie religiose o politiche per impressionare visivamente il pubblico, suscitare emozioni reverenziali e conferire un’aura di autorità e sacralità al potere rappresentato.
Riflesso condizionato: Risposta automatica e involontaria a uno stimolo specifico, acquisita attraverso l’apprendimento associativo; nel testo indica come la musica possa indurre l’accettazione acritica di messaggi propagandistici ripetuti nel tempo.
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