Prima parte

Michal Karcz ⋯ Postapocalyptic World

Arriviamo impreparati alle diverse età della vita e spesso vi manchiamo d’esperienza nonostante gli anni.
François de La Rochefoucauld
Generazioni

Se in una delle canoniche divisioni della vita umana – quella tripartita in giovinezza, maturità e vecchiaia – la preferenza era data alla maturità, simbolo di pienezza e culmine dello sviluppo dell’individuo, oggi la gioventù e la vecchiaia si dilatano e la maturità si restringe. I giovani tendono a rimanere più a lungo a casa, i vecchi cercano una seconda giovinezza e restano spesso produttivi dopo il pensionamento. Anche per effetto della crisi del welfare state, muta pertanto la trama dell’esistenza individuale e dei rapporti di solidarietà tra le diverse età della vita. Si indeboliscono, in particolare, i legami sociali e la fiducia tra le generazioni. Si potrà introdurre tra loro un nuovo, più equo e lungimirante patto? Quali saranno le modalità di restituzione di risorse materiali e immateriali – cose, sicurezza, affetti, autonomia – alle giovani generazioni?

Eugeni Forcano ⋯ Projections

Tra gioventù e vecchiaia esiste una simmetria inversa: i giovani hanno poco passato alle spalle e tanto futuro davanti; i vecchi, al contrario, hanno tanto passato alle spalle e poco futuro davanti. Ai giovani si schiudono le speranze, ai vecchi non restano che i ricordi. Nei primi l’avvenire si apre al possibile e, nell’ immaginazione, si popola di aspettative e di desideri; nei secondi il passato sovrasta le altre dimensioni del tempo, mentre il presente scivola, necessariamente e con moto accelerato, verso un futuro prossimo in cui il mondo proseguirà senza di loro.

Fra le diverse e tradizionali divisioni della vita umana – oltre a quella quadripartita secondo le stagioni dell’anno e ad altre scandite, come nelle stampe popolari, in sei e perfino in otto fasi – prevale quella articolata in giovinezza, maturità e vecchiaia. Il motivo della sua netta preponderanza (estesa metaforicamente anche al ciclo vitale delle nazioni e delle civiltà) deriva dalla ripetuta esperienza quotidiana del corso del sole: ascesa, zenit, declino. Al suo interno, la preferenza viene di norma assegnata alla maturità, simbolo di pienezza, di glorioso mezzogiorno, di culmine della parabola dell’esistenza e di raggiunto, felice equilibrio tra memoria del passato e proiezione nell’ avvenire. Secondo le parole di Shakespeare, essa «è tutto», anche se, a dare ascolto a Oscar Wilde, «essere immaturi significa essere perfetti», non rinunciare mai a ulteriori cambiamenti.

Mohammed Baqer ⋯ Father and Son

La giovinezza è, per lo più, acerba, inesperta, impetuosa, colma di desideri. La vecchiaia, invece, è spesso malinconica, risentita, irritabile, timorosa e debole (etimologicamente il vecchio è «imbecille», in quanto ha bisogno di appoggiarsi a un bastone, in baculo). Quella trascorre rapidamente, avanza a lunghe falcate, mossa da potenti istinti e passioni; questa – estenuate o ridotte le energie propulsive – si muove, anche fisicamente, «al rallentatore», a passo strascicato verso il passato, l’unica dimensione del tempo che le appartiene completamente e che ancora considera sua, mentre il futuro, più ancora che in altre età, incombe in maniera sfumata o minacciosa. Nel tentativo di attribuire retroattivamente un significato alla propria esistenza, il vecchio allora si rende talvolta conto di trovarsi davanti a un’impresa impossibile: «Dopo aver cercato di dare un senso alla vita, ti accorgi che non ha senso porti il problema del senso, e che la vita deve essere accettata e vissuta nella sua immediatezza come fa la stragrande maggioranza degli uomini. Ma ci voleva tanto per giungere a questa conclusione!».

Mentre i giovani mirano generalmente alla conquista di beni materiali e immateriali, i vecchi vivono sotto il segno dell’agostiniano metus amittendi, della paura di perdere tutto, di avanzare nel crepuscolo verso l’ignoto o, forse, verso il nulla. Nell’ accorgersi con afflizione che le energie del corpo e dell’animo deperiscono, essi sperimentano un’inarrestabile emorragia di vita. Spesso si affidano perciò a Dio, ripetendo inconsapevolmente le parole del Salmista: «Non mi rigettare nel tempo della vecchiaia, / non mi abbandonare nell’affievolirsi delle mie forze» (Salmo 71, vv. 9-10). Sentono la vita sfuggire, con moto tanto più accelerato, quanto più discendono nella shakespeariana «valle degli anni». La loro paura è allora più inquietante di quella dei più giovani, giacché – come ammoniva agli inizi dell’Ottocento Madame de Lambert nel suo Traité de la Vieillesse – essi sono più consapevoli che «nous ne vivons que pour perdre».

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