Samurai in meditazione, codice Bushido, etica dell'onore e rettitudine, Giappone feudale.Pensavo stasera che se dico a uno porco per i suoi gusti sessuali esprimo un giudizio morale, se lo dico perché ha fatto soffrire qualcuno per cattiveria o interesse esprimo un giudizio etico, e c’è una bella differenza. Qualcuno mi chiedeva la differenza tra le due cose. Ecco, io ritengo di essere molto etico e poco morale: l’etica ha a che fare con i valori universali, con il bene e il male; la morale è molto soggettiva, perché riguarda le convenzioni sociali, la cultura e i tabù inerenti ad essa, e può variare tantissimo da paese a paese, da epoca storica ad epoca storica. Uccidere, torturare, togliere la libertà a singoli e a popoli, sono atti contrari alla etica. Mostrare le gambe, essere disinibiti, andare a letto con persone dello stesso sesso, per esempio, sono scelte personali di vita. Se non causano violenze e soprusi, rientrano nella morale di ognuno, non c’entrano con l’etica. Quando la morale diventa pregiudizio, non è più nemmeno morale, ma moralismo, che è una brutta cosa. Persone molto moraliste possono addirittura giustificare anche atti di violenza e di ingiustizia in nome della difesa di presunti valori, che sono solo imposizioni culturali. Quando lapidavano le adultere, per esempio, o le prostitute, si compiva un omicidio, quindi un atto eticamente inconcepibile, in nome proprio di una determinata morale. Gesù, che era profondamente etico ma non moralista, si sa come la pensasse in merito alla questione. È questo dovrebbe chiarire bene tutto. Oggi si fa molta confusione tra etica e morale, al punto da non essere più né etici né morali, perché i valori stessi sono andati smarriti. O si usano strumentalmente, che è un gioco ancora più sporco. Altrove mi è capitato di parlare del Bushido, il codice d’onore dei Samurai. È un buon esempio di etica profonda: non conta la vittoria, ma essersi battuti con onore, ovvero rettamente. Perdere esenti da macchia è preferibile a vincere in modo indegno. Oggi se prendessimo in considerazione il mondo politico chi potrebbe definirsi etico? Direi che siamo messi piuttosto male.

La confusione lessicale che avvolge le parole etica e morale non è, come qualcuno potrebbe credere, un accidente della comunicazione contemporanea. Essa è piuttosto il sintomo di una rimozione collettiva: abbiamo smarrito il criterio per distinguere ciò che è bene da ciò che è soltanto costume, e abbiamo sostituito la fatica del giudizio con il conformismo dell’indignazione. Si condanna oggi con la stessa leggerezza con cui ieri si assolveva, e si chiama etica qualsiasi risentimento, qualsiasi rivalsa, qualsiasi pretesa di imporre agli altri il proprio particolare modo di vedere il mondo. Ma l’etica non è questo. L’etica non è l’arte di sentirsi migliori, è l’arte di sentirsi responsabili. Essa non comincia quando giudichiamo il prossimo, ma quando riconosciamo che le nostre azioni producono conseguenze reali su corpi reali, e che di quelle conseguenze saremo chiamati a rispondere. La morale, al contrario, è spesso l’arte di trovare scuse: essa ci permette di condannare l’adultera per salvare la faccia, e intanto voltarci dall’altra parte quando il potente di turno continua a esercitare la sua prepotenza.

Il moralista, nella sua versione più tossica, non è mai a corto di princìpi: ne ha in abbondanza, li sfodera come armi, li agita come vessilli. Ma sono princìpi senza radici, senza carne, senza costo. Egli condanna il fumatore e giustifica il trafficante d’armi, purché il trafficante appartenga alla sua parte. Egli tuona contro il turpe mercimonio del sesso a pagamento, e tace quando lo stesso sesso viene usato per ricattare, umiliare, ridurre in schiavitù. La sua coerenza è selettiva, la sua indignazione è di parte, la sua virtù è esibita. Non c’è peggior nemico dell’etica del moralista, perché il moralista parla il linguaggio del bene ma serve il potere, qualunque potere, purché gli garantisca un palco e un pubblico. Gesù non aveva palchi. Gesù parlava a chiunque, mangiava con i pubblicani, si lasciava toccare dalle prostitute. Per questo lo uccisero: perché il suo sguardo non giudicava le persone, giudicava solo la crudeltà e la menzogna. E questo, per i benpensanti di ogni epoca, è intollerabile.

Il Bushido, il codice dei samurai, ci consegna una lezione che il nostro tempo ha dimenticato. Esso non prometteva la vittoria, prometteva la dignità. Non garantiva il successo, garantiva la rettitudine. Il guerriero poteva perdere, poteva morire, poteva essere cancellato dalla storia: ciò che contava era che la sua spada fosse stata impugnata senza viltà, che il suo cuore non avesse tradito, che la sua parola fosse stata mantenuta anche a costo della vita. Non è un’etica facile, non è un’etica per ipocriti. Essa esige che tu sia disposto a pagare di persona, a non scaricare sugli altri il prezzo delle tue scelte, a non cercare alibi nella volontà divina o nella ragion di Stato. Oggi, al contrario, assistiamo allo spettacolo desolante di uomini politici che invocano la moralità pubblica mentre accumulano privilegi privati, che tuonano contro i corrotti mentre negoziano con i corruttori, che ergono crocefissi nelle aule e rimuovono cadaveri dalle coscienze. Non si può servire il bene e il tornaconto, non si può servire il popolo e il potere. Chi ci prova finisce per tradire entrambi, e chiama realismo la propria resa.

Eppure, non tutto è perduto. L’etica non è un lusso per tempi tranquilli, è una necessità per tempi bui. Essa non fiorisce nelle accademie, ma nelle scelte quotidiane di chi, senza fanfare né proclami, si ostina a fare la cosa giusta quando nessuno guarda, quando nessuno applaude, quando nessuno pagherà il prezzo al posto suo. È il funzionario che non si piega al ricatto, è il giornalista che non si vende, è il medico che cura anche chi non può pagare, è l’insegnante che resta in classe nonostante tutto, è il cittadino che non getta il mozzicone per strada non perché c’è la multa ma perché la strada è di tutti. Piccoli gesti, in apparenza insignificanti. Ma è da lì che si ricostruisce un’etica pubblica: dal basso, dal silenzio, dalla pazienza. I samurai non vincevano sempre, ma la loro sconfitta onorevole illuminava i secoli più di mille vittorie rubate. Forse è questa la lezione che abbiamo dimenticato, e che dobbiamo reimparare in fretta. Prima che sia troppo tardi.

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