Don Chisciotte a cena con gli amici, parla delle armi e condanna l'artiglieria come invenzione diabolica.Benedetti quei fortunati secoli cui mancò la spaventosa furia di questi indemoniati strumenti di artiglieria, al cui inventore io per me son convinto che il premio per la sua diabolica invenzione glielo stanno dando nell’inferno, perché con essa diede modo che un braccio infame e codardo tolga la vita a un prode cavaliere, e che senza saper né come né da dove, nel pieno del vigore e dell’impeto che anima e accende i forti petti, arrivi una palla sbandata (sparata da chi forse fuggì, al bagliore di fuoco prodotto dalla maledetta macchina), e recida e dia fine in un istante ai sentimenti e alla vita d’uno che avrebbe meritato di averla per lunghi secoli. E quindi, considerando ciò, sto per dire che mi duole nell’anima d’aver abbracciato questa professione di cavaliere errante in un’età così odiosa qual è quella che oggi viviamo; perché sebbene a me non ci sia pericolo che faccia paura, ciò nonostante, mi esaspera il pensare che della polvere e del piombo abbiano a negarmi la possibilità di rendermi noto e famoso per il valore del mio braccio e il filo della mia spada, per tutto quanto il mondo conosciuto. Ma faccia il cielo ciò che crederà, che se riesco nel mio proposito, sarò maggiormente stimato, per aver affrontato ben maggiori pericoli che non quelli ai quali si esposero i cavalieri erranti dei passati secoli.

Tutto questo lungo preambolo fu pronunciato da don Chisciotte mentre gli altri cenavano, dimenticandosi egli stesso di portare un solo boccone alla bocca, sebbene Sancio più volte lo avesse sollecitato a mangiare, dicendogli che avrebbe poi avuto tutto il tempo per sfogare i suoi pensieri. E coloro che lo ascoltavano furono presi da rinnovata compassione, nel vedere come un uomo che mostrava senno così retto e giudizioso in ogni altra materia, miseramente lo perdesse quando si toccava il tasto della sua sciagurata e folle cavalleria. Il curato, per fargli cosa grata e forse anche per sincere convinzioni, gli disse che egli aveva recato validissime ragioni in favore delle armi, e che lui stesso, quantunque uomo di lettere e addottorato, acconsentiva pienamente al suo parere. Finite le cene e levate le tovaglie, mentre l’ostessa, sua figlia e Maritorna preparavano il camerone dove in quella notte le donne sole si sarebbero raccolte, don Fernando pregò lo schiavo giunto in compagnia di Zoraida di narrargli le sue avventure; e quegli, vedendosi tanto pregare, disse che di buon grado avrebbe soddisfatto la richiesta, benché temesse di non riuscire così dilettevole come forte essi si immaginavano.

Ora, chi ben consideri le parole che don Chisciotte proferì contro la polvere e il piombo, non potrà non scorgervi una lucidità di giudizio che stride fieramente con la pazzia ond’egli era solito accogliere mulini a vento per giganti e osterie per castelli. Perché, in verità, egli non errava nel condannare quella che ai suoi occhi appariva come una viltà senza nome: il poter uccidere da lontano, senza guardare in faccia l’avversario, senza misurare la propria forza contro la sua, senza nemmeno esporsi al rischio della battaglia. I cavalieri dei tempi antichi, quelli del Amadís e del Tirante, incrociavano le lame, sentivano il fiato del nemico, pativano e gioivano nel corpo a corpo. La loro gloria era figlia del coraggio e della destrezza, non del caso e della distanza. L’artiglieria, invece, pareva a don Chisciotte lo strumento più codardo mai escogitato dall’ingegno umano: essa permetteva a un vile di abbattere un valoroso senza esporsi ad alcun pericolo, quasi fosse un assassino notturno che colpisce alle spalle. E in questo, chi può dire che egli avesse torto? Il cavaliere della Mancia, tanto deriso per la sua pretesa di resuscitare un mondo morto, toccava qui una piaga viva e sanguinante del suo tempo, un mutamento epocale nel modo stesso di concepire la guerra e, con essa, il valore. La polvere da sparo rendeva uguali il forte e il debole, il prode e il codardo; annullava la virtù personale, la riduceva a un inutile orpello di fronte alla potenza anonima e distante del cannone. E se questo era progresso, don Chisciotte, nella sua testarda follia, lo rifiutava con tutte le sue forze.

Ma v’è di più, e più profondo. Perché la sua invettiva contro l’artiglieria non è soltanto la protesta di un uomo d’arme contro una tecnologia che lo rende obsoleto; essa è anche, e forse soprattutto, la protesta dell’individuo contro la massificazione, del valore personale contro l’indistinzione della morte anonima. Il cavaliere errante combatteva per la fama, per il nome, per lasciare di sé memoria nei secoli a venire. Ogni sua impresa era un atto individuale, un sigillo impresso nella cera molle della storia. La palla di cannone, invece, non guarda in faccia nessuno; non distingue tra il prode e il vile, tra il saggio e lo stolto, tra chi merita gloria eterna e chi soltanto oblio. Essa colpisce alla cieca, e nella sua cieca indifferenza umilia la pretesa stessa dell’eroismo. Don Chisciotte combatte contro la morte anonima, contro la fine ingloriosa che non lascia racconto, non lascia canto, non lascia memoria. E in questo, ancora una volta, egli non è poi così folle come potrebbe sembrare. Non è forse la paura di una morte insignificante, di una fine senza senso, una delle angosce più profonde dell’uomo moderno? Non è forse questa paura che ci spinge a cercare in ogni modo di distinguerci, di lasciare un segno, di fare in modo che qualcuno, dopo di noi, ricordi il nostro nome?

Sancio, che intanto aveva terminato di mangiare e si era addormentato sulla sua sedia, si svegliò di soprassalto al suono delle ultime parole del suo padrone. Signore, disse, perché vi affannate tanto con questi pensieri? Se Dio ha voluto che si spari con archibugi e balestre, che ci possiamo fare noi poveri cristiani? Lasciate che i soldati facciano il loro mestiere, e voi tornate a fare il vostro, che è quello di raddrizzare torti e proteggere gli indifesi, senza badare troppo se qualcuno vi spara addosso da lontano. Tanto, con la vostra sfortuna, anche se l’artiglieria non fosse mai stata inventata, voi andreste a cercarvi il pericolo in qualche altra maniera, e vi fareste bastonare da qualcuno con un randello, che è poi la stessa cosa. Don Chisciotte sorrise mestamente alla semplicità del suo scudiero, e non rispose. Il suo sguardo si perse oltre la finestra, nella notte della Mancia, dove il vento faceva girare lentamente le pale di un mulino, simili a braccia di giganti invincibili. E chissà che in quel momento, guardando quelle braccia minacciose, egli non pensasse che anche i mulini, alla fine, erano come l’artiglieria: macchine senza cuore, che attendevano soltanto di abbattersi su di lui.

Glossario
Crediti
 Miguel de Cervantes
 Don Chisciotte della Mancia
  Capitolo: Capitolo XXXVIII (Parte Prima)
  Mese e anno di pubblicazione in Italia: Le prime traduzioni italiane risalgono al XVII secolo.
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