Alexander Yakovlev ⋯
Un ricco e stimolante scritto teorico sugli orizzonti concettuali di un’arte eminentemente anti-dualistica. Da Nietzsche e Valéry a Mallarmé e Merleau-Ponty sono diversi e importanti i pensatori della modernità che hanno riflettuto sulla pratica coreutica come esperienza di trascendimento, come slancio impermanente a dare visibilità all’invisibile; un’esperienza capace di de-costruire la nostra finitezza e di “ricostruire” il reale, giungendo nelle zone mobili dell’essere.

Danza e pensiero

Possiamo trovare molti modi per esprimere il pensiero della danza, ma non è più da dimostrare che la danza sia una forma di pensiero: sul corpo, sull’ uomo, sul mondo e sul loro reciproco rapporto, su una tensione all’oltrepassamento. È un dato teorico e storico di cui si possono moltiplicare le declinazioni, ma che non è più necessario giustificare.
• Alain Badiou

Un assunto che si comprende a partire dalla rivoluzione novecentesca della danza, in quel processo che la svincola dall’etichetta di arte d’evasione e la inscrive nelle svolte più rilevanti del XX e del XXI secolo. Considerare le linee di forza della ricerca coreografica, già da fine Otto-cento, significa ritrovare i nessi e le tracce dei fondamentali mutamenti della cultura moderna. Da Delsarte a Dalcroze, dalla Duncan a Nijinsky, da Laban alla Graham, da Cunningham alla Bausch, per citare solo alcune pietre miliari dell’ avanguardia coreutica, nasce e si evolve il processo estetico di un’ idea del tutto nuova di corpo e di movimento. Grazie a ciò, l’ arte della danza rivoluziona il proprio statuto di servile e grazioso divertissement e si porta al centro di un’ interrogazione su se stessa, sul posto che occupa nella storia, su cosa propone alla nostra condizione di uomini. Efficace prova di una tale profonda trasformazione risiede nella testimonianza di una variegata produzione letteraria, filosofica e poetica che, nei medesimi anni, ha riflettuto sulla centralità della danza, parallelamente a un più vasto clima di ripensamento della corporeità, originatosi tra Ottocento e Novecento. Nietzsche, Rilke, Valéry, Otto, Mallarmé, Husserl, Merleau-Ponty, sono gli esempi più eclatanti di questa modernità. Tuttavia, la nuova danza, nata ormai da oltre un secolo, e al centro di interessanti speculazioni, rimane per molti versi ancora mal conosciuta. La sua complessa poetica richiede un serio lavoro ermeneutico e le opere teoriche, al riguardo, restano, nonostante tutto, ancora poche. Una cosa, però, è sicura: la sfida esegetica che lancia dovrà trovare il riconoscimento di un vero pensiero estetico.

Alexander Yakovlev ⋯

L’ adeguatezza degli approcci metodologici alla danza è tema dibattuto dalla riflessione contemporanea. Secondo un certo modo di considerare la questione, ogni punto di vista estrinseco a quest’ arte – scienze umane, filosofia, semiologia – può incrociare il suo atto, arricchendolo e chiarendolo; ma non può sostituirsi a esso. Insomma, tutte le interpretazioni dal di fuori sono, secondo alcuni, qualcosa che si dice sulla danza, piuttosto che essere risuonatori esterni di una percezione interna, nata dal contatto con il movimento, cioè, dal rapporto diretto con chi la danza la fa e la elabora. La difficoltà di una considerazione, per così dire, da lontano, come nel caso di una lettura filosofica, a mio avviso, non impedisce di interrogarne il nesso. Al contrario, in qualche modo ne sollecita la ricerca. Naturalmente, un’ analisi estetica della danza non si rivolge all’ atto coreografico come produzione di una specifica messa in scena. Piuttosto, lo interpella come una forma di pensiero, che dà da pensare, un pensiero fuori dall’ ego e immanente alla carne del corpo. Da questo punto di vista, gesto e movimento aprono alla complessità dell’ umano e ciò basta per chiedersi che cosa sia la danza per noi. Il tentativo di pensare la danza, non tanto per analizzare la danza di qualcuno, piuttosto, si potrebbe dire, quella di tutti e di nessuno: la danza nella sua capacità di far vedere l’ invisibile e questo invisibile che essa, a suo modo, fa vedere.

L'invisibile
Alexander Yakovlev ⋯ La danza è un’ arte che esce dalla visibilità degli oggetti ed entra in quella dei corpi: carne lavorata di immaginario, che mostra l’ enigma della visibilità. Un qui, in cui si scava un di più. Un corpo spinto ad “andare più lontano”. Un aldilà che, però, non oltrepassa la carne in una sublimazione ideale. Piuttosto, la espande nel potere di esprimere e la esprime nella tensione a rivelare un ulteriore. Questa è la danza. Qualcosa di cui si dà autentica comprensione nell’ ottica di una trascendenza immanente al gesto. La coreutica contemporanea, in altri termini, non si giustifica in un «retro mondo», «al di là dell‟uomo». È un’ arte che ha qualcosa della nostra finitezza, della quale, tuttavia, scava il confine, dilata la tensione, indicando mondi vicini, eppure irraggiungibili, universi possibili, visibili e invisibili, «di cui solo il gesto umano potrebbe sfiorare la parete incerta».
Un evento coreografico è una maniera singolare di declinare l’esistente. È una visibilità particolare, che si installa nella immensa visibilità del mondo, di cui fa parte come un segno del visibile, pur se priva della consistenza dell’ oggetto. Eppure, di questo visibile, lo si è detto, la danza non mima il darsi esteriore, l’involucro delle abitudini. Corpo e movimento, sono un progetto di esistenza altra. Un tentativo di vedere la condizione umana muoversi nella frangia misteriosa che anima il fondo delle cose. Un modo per far apparire un invisibile, grazie all’ essere che danza. Tutto ciò de-costruisce la visibilità frontale e rivela il rovescio del visibile. In proposito, è d’aiuto la meditazione dell’ ultimo Merleau-Ponty impegnato a descrivere una “visibilità seconda” in cui gli orizzonti esterni, «che tutti conoscono», passano dentro «tenebre dense di visibilità», negli spazi «verticali» delle più segrete dimensioni del mondo, nelle pieghe della presenza.

Alexander Yakovlev ⋯ In altre parole, si tratta della visibilità dell’ invisibile, lì dove l’ invisibile è una forma del tutto nuova di ontologia in cui ciò che non si vede «non è il contrario» di ciò che si vede, una sua debolezza, bensì la «contropartita segreta». Analogamente, l’ invisibile della danza non è il segno di una realtà dimidiata, ma il senso di una corporeità dotata di una metafisica interna. In un’ opera d’ arte e, a fortiori, nel movimento danzato, sottolinea Louppe, il passaggio dal visibile all’ invisibile è qualcosa di essenziale. «Qui è il miracolo e la sfida della creazione coreografica: tirare dei fili dall‟invisibile», […] “fare esistere le immagini invisibili”». La relazione tra l’invisibile e la danza non consiste nel tentativo di smaterializzare quest’ arte in un’ astrazione.

Riguarda, viceversa, una peculiarità della coreutica contemporanea. Quella cioè, di mostrare come il corpo incarna un‟esperienza che fa esplodere la nostra finitezza, nel senso che ne trascende il confine visibile.
Probabilmente, però, questo discorso non esaurisce la questione. E alla fine di queste riflessioni ci sarebbe bisogno, in via di ipotesi, di passare a una “meta-corporeità dell’ invisibile”. Ci sarebbe bisogno di considerare l’ invisibile dopo l’ espressione del corpo. Per un tale obiettivo, cioè, comprendere fin dove si spinge il processo visivo della danza, potrebbe essere interessante considerare l’ invisibile come un’ assenza che conta, in quanto «la lacuna che segna il suo posto è uno dei punti di passaggio del “mondo”».
È fuori dubbio che, diversamente dalle altre arti, un’ opera coreografica si sottrae, per sua stessa natura, al prodotto estetico che perdura nell’ oggetto. L’ istantaneità della danza, la sua mappatura in costante movimento, connessa alla condizione di uno stato transitorio, si pone «come resistenza all’ economia di un’ immagine arrestata», dunque, reificata e reificabile. La danza sta nel regime della sottrazione. È come un eterno sacrificio dell’ accumulazione, un atto di piccola morte cui sottopone ogni gesto. Essa è una sorta di “finalità senza scopo”. Va ovunque, ma non giunge in nessun luogo. E così facendo non si ferma per potersi accumulare. Della danza non resta nulla di materiale. Essa offre visioni nude che lasciano vedere attraverso. Mondi visibili, lavorati e scavati da un immaginario che fa affiorare l’ invisibile: ecco cosa resta. La sua visibilità è destinata necessariamente a passare, tuttavia, il suo invisibile «è qui, senza essere oggetto, è la trascendenza pura, senza maschera ontica». Ciò vuol dire che l’ invisibile che la danza fa vedere non svanisce lì dove termina l’ esistenza percettibile di gesto e movimento; esso continua nel “vuoto” che lascia. Un vuoto che «conta», in quanto custodisce la traccia di un passaggio inscritto, per sempre, in ciò che rimane, oltre l’ attimo visibile. È evidente che questo discorso richiederebbe di comprendere più a fondo la differenza tra l’ invisibile generato dal corpo e quello che resta quando la trama della visibilità sia venuta meno. Si tratta di un tema per un’ ulteriore indagine, ma, prima di tutto, costituisce la possibilità di mantenere aperta e problematica la prospettiva sulla danza, alla luce di una riflessione che provi a esprimere l’ altro lato della sua pura manifestazione spettacolare.



Alexander Yakovlev ⋯

Crediti
 • Gianfranco Bertagni •
 • Caterina di Rienzo •
 • Pinterest • Alexander Yakovlev  •  •

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