Si facevano forse la domanda: per cosa ci è stata data la vita? Chi lo sa. E come rispondevano? Probabilmente, non rispondevano: era una cosa che a loro sembrava semplice e chiara. Non avevano sentito parlare di una cosiddetta vita operosa, di persone che portavano in petto tormentose preoccupazioni, che andavano avanti e indietro per un qualche motivo da un angolo all’altro della sfera terrestre o che avevano consacrato la vita a qualche compito eterno e infinito.
Credevano poco, gli abitanti di Oblomovka, anche ai tormenti dell’anima; non credevano si potesse chiamare vita la successione continua di sforzi infiniti in una qualche direzione per un qualche scopo; temevano, come il fuoco, l’ardore della passione; e come in altri luoghi il corpo degli uomini bruciava, rapido, per un vulcanico lavorio interiore, per il fuoco dell’anima, così l’anima degli abitanti di Oblomovka annegava tranquilla, senza scosse, nei morbidi corpi.
La vita non segnava, come faceva con altri, con rughe precoci, colpi fatali o infermità morali. Quelle brave persone la vita la prendevano come un ideale di pace e inattività, interrotto di tanto in tanto da alcuni casi poco piacevoli, come malattie, morti, litigi e, tra gli altri, il lavoro.
Essi sopportavano il lavoro come un castigo inflitto, a suo tempo, ai loro antenati, ma di amarlo non eran capaci, e, quando c’era il modo, lo evitavano sempre, e trovavano che evitarlo fosse giusto e ben fatto.
Non erano mai turbati da qualche oscura questione intellettuale o morale: perciò erano sempre freschi come le rose, e contenti, perciò vivevano così a lungo: gli uomini di quarant’anni sembravano dei giovanotti, i vecchi non lottavano con una morte difficile e tormentosa, ma, dopo aver vissuto fino all’inverosimile, morivano come di nascosto, irrigidendosi piano e emettendo un ultimo, inavvertito sospiro. Perciò si dice che gli uomini, prima, eran più forti.
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